venerdì 31 dicembre 2010

2011

Tanti auguri a chi legge questo blog sgangherato nel quale ormai si riversano più o meno i pensieri di chi ritiene sempre di più che il vino sia una delle più belle metafore della vita; a questo proposito, bevete poco ma bevete bene ed avanti con un altro anno, sperando che il 2011 sia una gran bella annata, per tutti.

Per le recensioni ci vediamo tra qualche giorno.



Elio e Le Storie Tese, Christmas with the yours.

martedì 28 dicembre 2010

Bocca di Lupo 2004, Tormaresca

Quando a casa arriva una cassa piena di prodotti di Peck ci sono due possibili reazioni: 1) verificarne il contenuto e darsi da fare mangiando tutto. 2) farsi legare come Ulisse con le sirene per evitare di finire nella drammatica rete tesa da zamponi, vini, torroni et similia.

La prima alternativa è consigliabile qualora una persona possa definirsi un mangiatore da competizione altrimenti meglio evitare, pena il rischio di peccare di ὔβρις e fare la fine del sottoscritto.

Ad ogni modo, tra i vari prodotti nella cassa c'era pure questa bottiglia di aglianico di un'azienda a me sconosciuta. Consultando l'apparato critico aka la guida ho scoperto che si trattava di un'azienda pugliese piuttosto quotata, non a torto devo dire.

Colore bellissimo, rosso molto intenso, quasi nero. Naso niente male davvero: molto tabacco e tantissimi frutti di bosco, liquirizia nel finale. Alcol zero, tannino zero e questo mi ha favorevolmente impressionato. Scorre sulla lingua che è una meraviglia.
In bocca ottima acidità, segno di un vino destinato ad invecchiare bene. Vino pieno, potente ma bilanciato. C'è tutta la bellezza del'aglianico dentro questa bottiglia, c'è l'armonia di quello che molti chiamano, secondo me non a torto, il barolo del sud.

La fermentazione avviene in acciaio e si sente nettamente: il sapore è fresco, pulito.

Il matrimonio perfetto per questa bottiglia? Il piccione ripieno oppure un bel maialino al forno al mirto con le patate.

Creedence Clearwater Revival, Have you ever seen the rain?

lunedì 27 dicembre 2010

Le cose che ho imparato dopo questo Natale

Dunque, a mente fredda e riflettendo su questi giorni di Feste posso dire di aver imparato diverse cose e di aver ricevuto importanti conferme che, come è noto, temprano l'ego (o almeno così dicono).

Allora, ho imparato che l'Amarone oggi (opinione personale) è insieme al Barolo, la grande eccellenza italiana, quello che rappresenta il nostro Paese all'estero. Abbandonate tutte le vostre velleità circa Brunello, Chianti et similia, il grande vino, quello capace di competere con i mostri sacri francesi, si trova nel Nord Italia. Il resto è contorno.

Ho avuto la conferma che alla Signora Goisot dovrebbero fare un monumento. Stiamo parlando di una benefattrice. Il suo borgogna di base (prezzo al produttore 6 euro) è un autentico dono al genere umano. Nei prossimi giorni avremo modo di parlarne più nel dettaglio.

Ho imparato che mangiare troppo, soprattutto se non sei un mangiatore da competizione, può causarti 39 di febbre, esperienza molto fastidiosa, anche se solo per un giorno.

Vediamo, cosa ho imparato ancora... ah si, è proprio vero che il vino è la più bella metafora della vita. Diffidate sempre da chi beve male, sempre.

Chet Baker&Paul Desmond, Autumn Leaves.

giovedì 23 dicembre 2010

Alcune volte dimentico per quale motivo io abbia scelto proprio quel sottotitolo per il mio blog. Poi mi capita di provare un merlot ed allora tutto torna improvvisamente chiaro, di nuovo.

Miles aveva dannatamente ragione.



Blind Melon, No rain.

lunedì 20 dicembre 2010

Taurasi Radici Ris, 1999, Mastroberardino

Purtroppo è davvero molto raro a Roma trovare locali nei quali bere vini già pronti, cioè invecchiati in maniera necessaria per essere veramente apprezzati.

Questa volta però è andata bene. La bottiglia in questione era pronta per essere degustata. Ottime sensazioni nel complesso.

Al naso, appena aperto, dimostra un equilibrio davvero portentoso. Elegante, bilanciato, con tutti i sentori tipici dell'aglianico, ovviamente maturati con 11 anni di invecchiamento: pepe nero, tabacco, frutti di bosco a valanga.

In bocca arriva però qualche piccolo problema: il vino tira fuori sensazioni meno forti di quelle che si sentono al naso. Intendiamoci, si tratta comunque di elementi interessanti: sulla lingua per esempio, si percepisce chiaramente la mora. Il finale è lungo ed armonioso.

Difetti? Nel finale, ad esempio, esce fuori l'alcol che all'inizio non si sentiva se non alla lontana.

Nel complesso un ottimo vino. Ho scoperto che ha ottenuto, negli anni, punteggi molto alti e la cosa non mi meraviglia affatto.

Tracy Chapman, Talking about a revolution.

giovedì 16 dicembre 2010

Pinot Nero 2009 Meczan, Hofstatter

La premessa è sempre la medesima: il Pinot Nero o è di Borgogna o semplicemente non è.

Detto questo si può approcciare a un vino di questo tipo in maniera divertita, curiosando fra le sensazioni che è in grado di esprimere. Qualcosa di buono si trova sempre.

Pinot Nero 100% e colore tipico di questa uva, quel rosso, a tratti molto chiaro che lascia passare la luce. Al naso si sente poco devo dire ma almeno l'alcol non fa la sua comparsa nemmeno appena aperta la bottiglia. Un po' di liquirizia e qualcosa che ricorda vagamente i frutti di bosco.

In bocca la musica non cambia. Eco lontanissima di tabacco e pepe nero. Poco altro. Ciliegia ma solo se si presta molta attenzione.

L'unica cosa positiva è il tannino praticamente inesistente ma questa è la caratteristica principale del Pinot Nero.

Secondo me con un formaggio non troppo stagionato fa la sua porca figura, come direbbero a Parigi.

Voto: 6--

Luca Flores, How far can you fly?



"[...]. La domanda che mi sono fatto tutta la vita, quanto si può andare lontano? Cosa ci impedisce di volare?
Il linguaggio della musica è uno, quello dell'anima. Le parole ci ingannano con i loro significati mentre la musica è libera, può volare in paradiso, scendere all'inferno o rimanere a galleggiare nel limbo; e io amo quei musicisti che cantano, scrivono e suonano ogni nota come se fosse l'ultima."

(cit.)

lunedì 13 dicembre 2010

On the road again

Ci sono tre cose che nella vita si sposano meravigliosamente: il grande vino, l'ottimo cibo e il concetto di "viaggio enogastronomico". La curiosità è quello che muove l'esistenza, che rende la vita stessa un bellissimo viaggio dove ci sono sempre cose nuove da provare, da scoprire.

Il concetto è espresso molto bene da un programma nel quale mi sono imbattuto pochi giorni fa per puro caso mentre girovagavo in preda all'insonnia per i vari canali satellitari. Si chiama "On the road again", come la celebre canzone.

Una sorta di documentario scanzonato con protagonisti quattro personaggi tra loro molto diversi ma che si amalgano veramente bene.
Mario Batali, famosissimo chef americano di origini evidentemente italiane vestito con una tenuta "antifica" davvero insuperabile, Gwyneth Paltrow che non necessita certo di presentazioni, Mark Bittman uno dei più famosi critici gastronomici d'America (scrive per il NY Times) e Claudia Bassols, una simpatica e carina ragazza che non ho mai visto ma che fa la sua bella figura devo dire.

Questo gruppo gira per la Spagna alla ricerca di particolarità gastronomiche, provando cibi e bevendo molto, troppo a giudicare dal tenore di certe loro conversazioni. Incontrano persone, provano piatti locali, parlano con contadini e pescatori.

A chi non piacerebbe un viaggio così? Io partirei immediatamente.



Al minuto 3.40 un ospite molto particolare!

domenica 12 dicembre 2010

Il Repertorio 2007, Cantine del Notaio

Il Repertorio, un vino che evoca immagini al limite dell'onirico, ricordi di serate che sembrano uscite da un film di Fellini.

Aglianico 100% prodotto da una cantina storica della zona del Vulture. Un'uva eccezionale nelle sue diverse declinazioni, un'uva che invecchia alla grande.

Questa bottiglia non mi ha entusiasmato ma aveva comunque alcune note positive. Appena aperto alcol fastidioso al naso ed in bocca. Bel colore, rosso intenso, quasi nero.

Tannino violento, eccessivo. Con il passare dei minuti però l'alcol lascia progressivamente spazio ad un frutto tutto sommato interessante.

Note di pepe nero e tabacco molto forte sia nel profumo che sulla lingua. Successivamente arrivano i frutti di bosco con un finale di ciliegia che rimane in bocca per parecchio tempo.

L'unica cosa che non va mai sfumando è il tannino che francamente alla lunga risulta davvero pesante. "Spiana la lingua" eccessivamente.

Prezzo ragionevole, si tratta sempre di un vino di base.

domenica 5 dicembre 2010

Trebbiano d'Abruzzo 2008, Emidio Pepe

Abbandonate tutte le vostre idee sul vino per come lo avete conosciuto e preparatevi ad un'esperienza non facilmente ripetibile. I vini di Emidio Pepe sono così: particolari, per certi versi incredibili, sicuramente molto diversi da quelli che abitualmente si possono bere.

Come si può leggere dal sito, Emidio Pepe è un'azienda che sposa la metodologia delle "Triple A", una vera e propria filosofia di produzione: i vini AAA possono nascere solo se sono in possesso di determinate caratteristiche, ad esempio la presenza di soli lieviti autoctoni escludendo i lieviti selezionati. Definire questo produttore biologico piuttosto che biodinamico è, secondo me, riduttivo. Qua siamo ben oltre.

Bisogna dire che un vino così non è per tutti, nel senso che ha caratteristiche talmente particolari che per qualcuno può risultare fastidioso. Odori strani, sapori inconsueti. Personalmente mi ha colpito molto, ovviamente in senso positivo.

Appena aperto sensazioni stranissime, si sente la terra bagnata ed una gamma di odori difficilmente distinguibili uno dall'altro. Con il passare dei minuti il vino evolve piacevolmente attraverso sentori che vanno dalla pera (qualcuno ha parlato di fruttolo alla pera ma lasciamo perdere veramente, a buon intenditore poche parole!) alla nocciola tostata. Il colore è bellissimo ed il sapore è fresco con una mineralità che non stanca mai.

La cosa che mi ha colpito di più? Una meravigliosa acidità.

Esperienza davvero particolare. La consiglio a tutti. Provate questa bottiglia e scoprite quanto può essere sorprendente il vino.

sabato 27 novembre 2010

Fiano d'Avellino 2006, Ciro Picariello

Il Fiano d'Avellino è un vino molto famoso, non solo in Italia. Piace molto agli americani per esempio ma non solo a loro.

Non che mi faccia particolarmente impazzire ma ieri sera ho provato una bottiglia comuque molto interessante. Dove? Nel mitico locale Bibenda, alle spalle di Villa Celimontana dove la competenza e la cortesia di chi lo gestisce ne fanno, a mio avviso, una delle migliori enoteche di Roma, senza alcun dubbio.

Questo Fiano è il prodotto di un viticoltore emergente, Ciro Picariello (nome e cognome tipicamente bellunese come potete agilmente capire) che, sono certo, farà presto parlare molto bene di lui.

Appena aperta, la bottiglia non sembrava rivelare grandi sorprese. Siamo davanti al solito Fiano - mi dicevo - non ci sarà nessuna novità e già stavo azzannando il collo del povero commensale che aveva fatto la scelta.

Invece in pochi minuti le cose sono cambiate radicalmente. Ad un colore giallo chiaro si accompagnava un bel profumo di rosmarino ed olio d'oliva con un bel finale di ananas.

Ottima complessità che prosegue anche in bocca. Fresco e piacevole, si sente l'affinamento in acciaio. La cosa più sorprendente però è una bellissima acidità, estremamente rara per i vini italiani. Questo è un vino che probabilmente può invecchiare bene signori miei.

Un difetto (altrimenti mi dicono sempre che sono troppo buono)? Forse poca materia, a tratti sembra un vino un po' diluito.

Prodotto molto interessante comunque. Provatelo e fatemi sapere!

Per quello che riguarda noi, possiamo dire che il mio amico ha molto apprezzato e la serata è finita con lui che procedeva a piedi, zigzagando in pesante stato etilico tra le vie del Celio.

Questi neofiti del vino, non hanno il fisico, non c'è niente da fare.

Alla vostra!

mercoledì 24 novembre 2010

Grecale, Florio

Andiamo avanti nella nostra carrellata di vini dolci dal prezzo contenuto. Questa volta tocca al Grecale di Florio, altra storica cantina siciliana.

Prezzo superiore al vino di cui abbiamo parlato l'ultima volta ma comunque dal molto conveniente (siamo intorno ai 7 euro).

Che dire di questa bottiglia? Interessante, piacevole, fresca. Moscato di Alessandria e Moscato bianco per un vino dal colore giallo chiaro, quasi luminoso. Naso non particolarmente sviluppato ma che riserva comunque qualche bella sopresa; il profumo di albicocca in alcuni momenti è davvero accattivante. Forse eccessivo alcol ma solo a tratti.

In bocca invece altra musica: molto più interessante. Mandorla e miele davvero in grande quantità. Sulla lingua poi è avvolgente, morbido, pastoso. Finale di fichi ed uva passa.

Il discorso è questo: forse perché ho simpatia per i vini dolci siciliani o forse semplicemente perché i vini dolci sono di più facile bevibilità, resta comunque il fatto che anche in questo caso stiamo parlando di un vino eccellente nel suo rapporto qualità\prezzo.

Davvero conveniente ma sapete una cosa? Secondo me è addirittura meglio l'altro, la malvasia di Pellegrino a 4 euro.



Dedicata a Carlo.

domenica 21 novembre 2010

Malvasia, Pellegrino

Sono sempre stato convinto che il grande degustatore, l'appassionato che studia (nella vita occorre studiare, sempre, in qualunque campo) sia quello in grado di scovare vini di alta qualità ad un prezzo estremamente conveniente. Troppo facile bere un vino da 100 euro e dire che è buono. Quando io bevo un vino da 100 euro o più (cosa che devo dire non capita molto spesso, quasi mai anzi a meno che non abbia la fortuna di trovarmi in una degustazione particolare) io non voglio che sia buono, io pretendo che sia eccezionale. Troppo comodo trovare la qualità in una bottiglia dal prezzo stratosferico. Ben più difficile gustare un grande prodotto ad un prezzo ragionevole. Come sempre detto, questo è uno dei motivi per cui ritengo i francesi superiori, rapporto qualità\prezzo imbattibile rispetto all'Italia.

Detto questo, ho visto questa bottiglia in uno scaffale del supermercato proprio ieri mentre facevo la spesa; era lì da sola, triste e ha catturato la mia attenzione. Il prezzo era così basso ed allora mi sono detto "proviamoci, diamo a questo produttore di tutto rispetto, una possibilità".

Avevo un pregiudizio positivo, poi ampiamente confermato. Amici miei che leggete questo blog (ammesso che ci sia gente che questo blog lo legge davvero) devo dirvi che sono rimasto veramente colpito da questa malvasia, più di quanto pensassi.

Un vino di una delicatezza soprendente, bilanciato, armonico, piacevole. Colore giallo intenso, pulito, chiaro.

Appena aperto al naso una vera e propria bomba di vaniglia, mandorla e soprattutto burro caldo (avete presente l'odore che questo sprigiona quando viene squagliato in padella? Ecco, quello). Un naso veramente armonico.

In bocca poi non delude affatto: pesca a valanga e bellissimo finale di frutta passita. Gradazione piuttosto alta (16%) che rischia di creare problemi visto la forte "bevibilità" del prodotto.

Non stanca mai. L'unico difetto è l'acidità ridotta veramente al minimo e queato può rivelarsi un problema per l'invecchiamento.

Certo, non stiamo parlando dello Chateau d'Yquem ma siamo comunque davanti ad un vino che nel rapporto qualità\prezzo è davvero ottimo, almeno secondo me (cit.).

Diimenticavo: il prezzo? Ridicolo: 4 euro.

E adesso non venite più a dire che sono contro il vino italiano per principio!

P.S.
La morte sua? Secondo me con una fantastica cassatina di Dagnino.




Happy People

Questo è esattamente quello che, secondo me, dovrebbe essere la musica: gioia di vivere e di stare insieme, possibilmente bevendo un'ottima bottiglia.

martedì 16 novembre 2010

36 Hours in Rome

Avete intenzione di trascorrere una piccola vacanza a Roma e non sapete cosa vedere di preciso perché la scelta è troppo ampia? Il New York Times ci ha dato qualche piccolo consiglio segnalando le cose da vedere e i luoghi dove mangiare. A questo proposito alcune sono piacevoli conferme, altre invece interessanti novità.

Date uno sguardo a questo video davvero brillante, a mio avviso dentro c'è tanto di come l'America guarda alla nostra cultura, anche a quella enogastronomica.

Ditemi cosa ne pensate!


lunedì 8 novembre 2010

Côtes-du-Rhône 2000, Tardieu Laurent

Poche giorni fa la seconda puntata di “metti una sera una degustazione tra un etilomane e un astemio”. Ovviamente nella parte dell’etilomane c’era il sottoscritto mentre l’astemio è un mio amico che sto tentando faticosamente di portare sulla (buona) strada del vino. Il diavolo e l’acqua santa in pratica.

Ma veniamo ai fatti: puntata al mitico locale di Roma “I colori del Vino” dove il proprietario, competente e gentile come pochi, propone un’infinità di scelte sia al bicchiere che in bottiglia.

Sarebbe stato troppo chiedere al mio povero amico di provare un’intera bottiglia così, a malincuore devo dire, ci siamo buttati sul calice. Lui ha preso un Pinot Grigio del 2007 di Cesconi, grande produttore trentino: ho dato giusto una rapida annusata e non mi è sembrato male, anzi.

La nota interessante però ha riguardato il vino provato da me. Avevo assaggiato la medesima bottiglia ad aprile scorso, stessa annata (2000), stessa uva, stesso produttore e quella volta mi era sembrato ancora molto chiuso. Ecco, a distanza di circa 6 mesi la situazione è cambiata. radicalmente. Sembra incredibile ma è proprio così. Quello che era un vino chiuso in pochi mesi è completamente esploso: appena versato sentori fortissimi di prugna, quasi violenti al naso. In bocca rotondo, piacevole, lunghissimo nel finale. Frutti di bosco, soprattutto gelsi e un flebile sentore di tabacco e pepe che chiudono questo viaggio in maniera magistrale. Questo genere di vino a molti può risultare eccessivo, addirittura pesante. Personalmente ritengo sia una delle massime espressioni di perfetto equilibrio tra potenza (che sicuramente c'è) ed una delicatezza che però lo rende anche ottimo semplicemente per la meditazione "post prandiale" (cit.).

Vino davvero strabiliante anche in considerazione del fatto che si tratta del prodotto base di questo grande produttore.

Una vera poesia.

A fine serata il povero astemio era già incredibilmente alticcio ma contento. Stiamo facendo passi avanti.

mercoledì 3 novembre 2010

Rosso di Verzella 2006, Benanti

Ormai è da qualche anno che provo vini di ogni genere e sono giunto ad una conclusione a tratti granitica. In Italia abbiamo grandissime uve autoctone ed i produttori che lavorano questi vini non a caso riescono a tirare fuori ottimi prodotti; su queste dobbiamo concentrarci. Certo, questo non è sempre vero: alcuni grandi vini toscani sono composti dal classico taglio bordolese "internazionale" (cabernet sauvignon, cabernet franc, merlot) ma ho come l'impressione che queste siano, non dico eccezioni, ma almeno casi isolati.
Benanti è uno di questi produttori che ha valorizzato e valorizza le eccellenze autoctone. Sono sempre più convinto che il suo bianco di punta, il Pietramarina sia oggi uno dei migliori bianchi del nostro paese. Un vino di una tale complessità da lasciare senza parole. Certo, ci vuole pazienza, come i grandi bianchi francesi, bisogna aspettare ma ne vale senza dubbio la pena.

Questo rosso di base invece nel suo rapporto qualità/prezzo non è da meno: nerello mascalese e nerello cappuccio per un vino dal bellissimo colore; alcol che va sfumando immediatamente e lascia spazio a una vasta gamma di sensazioni sia al naso che in bocca. Resa piuttosto alta ad essere sinceri (70 q.li) ma vino comunque non diluito bensì potente e corposo. Tannino quasi inesistente ed ottima complessità. Davvero notevole il finale di tabacco.

Benanti si conferma un grandissimo produttore. E da queste parti si tifa per lui.

mercoledì 27 ottobre 2010

Ripassa Valpolicella Doc Superiore 2007, Zenato

Come dico sempre, non c'è attacco d'ansia che non possa essere risolto (in linea di massima) con una buona bottiglia di vino.

Il mio enotecaro di riferimento (uno di quei "romanacci" sublimi nel loro parlare utilizzando espressioni gergali) ha confermato il valore di questa bottiglia che avevo preso in considerazione.

Zenato dunque, azienda piuttosto famosa della quale si è occupato lo stesso Vaynerchuk di recente ed ovviamente ancora una volta il ragazzo del New Jersey non sbagliava quando parlava bene di questo produttore.

80% corvina, 15% rondinella e 5% sangiovese per questo rosso molto potente ma anche delicato. Colore affascinante, rosso intenso. Frutti di bosco e more nello specifico, odore intenso e discretamente lungo in bocca. Tannino delicatissimo e ottimo finale aromatico.

Non stiamo parlando di un capolavoro ma senza dubbio è una bottiglia ottima sia per la meditazione che per la cena.

Personalmente l'ho provata con un'anatra in porchetta cucinata da me medesimo in un esperimento culinario (non so quanto riuscito) e sinceramente l'abbinamento non era niente male.

Alla vostra!


P.S.
Questa, a mio modestissimo parere, è la più grande formazione che il jazz abbia espresso negli ultimi 15 anni. Al piano Kenny Kirkland, autentico genio purtroppo scomparso prematuramente, al basso Nat Reeves, alla batteria Jeff Tain Watts ed infine al sax, il più grande di tutti, Kenny Garrett.

domenica 24 ottobre 2010

Viva l'Italia!

In questi giorni uno dei membri della mitica squadra è a Roma per un ciclo di lezioni all'università. Non potevo certo esimermi da una cena con lui (ed altre persone) per degustare qualche buona bottiglia accompagnata da ottimo cibo.

Il cibo effettivamente si è rivelato davvero interessante, la bottiglia molto meno. Dovete sapere che questo componente della squadra ha un amore oserei dire maniacale per il nostro paese e questo lo porta a riflettere questa passione su molti vini italiani, spesso senza quella lucidità di giudizio che invece dimostra implacabilmente quando degusta le bottiglie francesi. Durante l'ultimo viaggio in Borgogna, per esempio, esprimeva giudizi spesso terribili nei confronti di alcuni vini appena provati, a tratti con una cattiveria da assistente universitario perfido.

Quando ho dato uno sguardo alla carta dei vini ieri sera ho capito subito dove sarebbe caduto il suo occhio e non mi sbagliavo affatto. La sua passione per i vini campani in particolare l'ha portato a scegliere il Serpico 2000 dei Feudi di S. Gregorio (aglianico 100%). Avevo ricordi piuttosto negativi di questa bottiglia perché l'avevo provata durante una degustazione a tutto tondo del produttore, ormai più di tre anni fa. Ricordavo una vera e propria bomba di legno ed un tannino molto fastidioso.

Questa volta mi aspettavo qualcosa di meglio convinto che gli anni (ben 10) avessero migliorato la situazione. Nulla di tutto ciò.
Mi spiego: colore bellissimo, rosso molto intenso, quasi nero, quel meraviglioso colore tipico dell'aglianico. Al naso alcol ancora molto presente, troppo, tanto che in pratica copriva interamente il frutto. In lontananza qualche odore di tabacco e pepe nero ma bisognava davvero impegnarsi per sentire qualcosa del genere. In bocca peggio che andare di notte (cit.): bomba di legno e tannino modello carta vetrata sulla lingua.

Potente al sapore ma privo di ogni controllo. Corto sulla lingua. Davvero deludente considerando soprattutto l'età e direi anche il prezzo (stiamo parlando di una bottiglia che viaggia intorno ai 50 euro).

Ricordo che in passato c'era pure qualcuno che aveva il coraggio di vantarsi di aver bevuto questa bottiglia. Quelli che per intenderci in una carta dei vini prima del produttore scorrono la lista dei prezzi.

A questa cifra si trovano altre bottiglie di aglianico decisamente superiori. L'unico dato positivo? L'abbinamento: con il piccione ripieno era veramente perfetto.

Alla fine della serata, dopo aver tentato maldestramente di camuffare un giudizio negativo lo stesso componente della squadra ha ammesso con grande amarezza che si aspettava molto di più.

domenica 17 ottobre 2010

Divagazioni sul Pinot Nero

L'altra sera, abusando della pazienza di un amico quasi completamente astemio, in una bellissima enoteca romana ho provato il pinot nero di Gottardi, considerato in Italia il miglior produttore di questa uva. Ricordo ancora le meravigliose pagine che Andrea Scanzi ha dedicato in un suo bellissimo libro a questo viticoltore del basso alto adige.
Ero davvero curioso di assaggiare una delle sue bottiglie. Ovviamente come punto di riferimento avevo il mio amato pinot nero di Borgogna ed a fine serata mentre tornavo in macchina e riflettevo sulla degustazione (si, perché tiro sempre le somme dopo aver provato un vino e no, non sono un matto, almeno credo) ho pensato che proprio questo è stato l'errore, avere come punto di riferimento un'uva uguale solo quanto al nome.
Le caratteristiche del pinot nero italiane sono infatti completamente diverse da quelle del suo "parente" borgognotto. Territorio, clima, coltivazione, rendono l'uva francese il più grande vino del mondo (parere personalissimo ovviamente) e quella italiana nella migliore delle ipotesi un ottimo prodotto con una sua dignità che però non ha nulla in comune con il cugino francese.
Il pinot nero di Gottardi nel bicchiere aveva un bellissimo colore ed in bocca era estremamente delicato, con un tannino davvero piacevole. Al naso poi esprimeva profumi molto complessi, tra i quali pepe nero, tabacco e more. Nonostante questo paragonarlo al vino di Bart, ad esempio, sarebbe ingeneroso.
Sono uscito da quell'enoteca con stampate in mente le parole di Miles in Sideways quando dice che il pinot nero è magico proprio perché riesce a crescere veramente bene solo in quel piccolissimo angolo di mondo che è la Borgogna. Tutto il resto è completamente un'altra storia.
A noi piace solo l'originale.

giovedì 14 ottobre 2010

Friularo 2001 vendemmia tardiva, Dominio di Bagnoli

Ogni volta che il buon Carletto cala dalla terre barbare alla volta della nostra amata Capitale, si porta dietro dei doni etilici. In questa occasione ha tirato fuori (con licenza parlando) un vino davvero singolare, del quale non avevo mai sentito parlare. Una bottiglia molto particolare, talmente particolare che solo lui poteva conoscere.
Si tratta di friularo, un'uva (se ho capito bene) della zona di Padova della quale (devo ammetterlo) ignoravo totalmente l'esistenza.

Appena versato nel bicchiere sensazione stranissima. Intanto riguardo al colore, un rosso molto intenso, quasi nero. Al naso poi vasta gamma di profumi, su tutti prevalgono però i frutti di bosco. Un po' di alcol forse che però svanisce successivamente.

In bocca invece potente ma contemporaneamente bilanciato. Molto forte il tabacco e davvero lungo il finale. Dolce al punto giusto (il fatto che sia un vendemmia tardiva si sente davvero). Tannino a tratti eccessivo e questo mi ha fatto pensare che, nonostante fosse un 2001, era necessario attendere ancora del tempo prima di provarlo.

Rotondo e pieno nel complesso, ottimo anche da meditazione.

Bravo Carletto!

lunedì 11 ottobre 2010

Champagne fermo?

Pochi giorni fa si parlava di Chablis e di recente ho provato quello di un ottimo produttore, William Fevre. Bisogna subito dire che stiamo parlando di un vino giovanissimo, praticamente neonato ma già potenzialmente in grado di dire la sua e fare la voce grossa.

Lo chablis in quanto tale parla da solo, siamo davanti ad un vino di livello planetario. Secondo Michel Bettane, uno dei più grandi degustatori del mondo, "con gli chablis di William Fevre siamo ai vertici dell'enologia mondiale".
Difficile dargli torto: bellissimo odore appena versato nel bicchiere, autentico tripudio di sensazioni. I profumi sono quelli tipici dello champagne, con una bellissima mineralità. Il colore è un giallo brillante, pulito.

In bocca invece il frutto è coperto da un'acidità a tratti eccessiva tipica però del Petit Chablis. Finale di lime ed una freschezza che senza dubbio pulisce la bocca.

Non per fare sempre gli stessi discorsi ma immediatamente dopo, nella stessa serata, ho provato un bicchiere di greco di tufo di un produttore molto famoso in Italia e, credetemi, la differenza di qualità tra i due vini era davvero imbarazzante. Mi chiedo sempre come si possa tornare a bere alcuni vini italiani dopo aver provato i grandi bianchi francesi.

Ottimo prodotto.

mercoledì 6 ottobre 2010

Pinot Grigio 2004 Sanct Valentin, San Michele Appiano

Il mio amichetto Carlo è un grande intenditore di cibo ed un ottimo degustatore ma purtroppo ha i suoi feticci e nulla può distoglierlo da questi.

Per esempio è molto legato ad alcuni vini aromatici del nord, vini che io invece considero per certi aspetti molto limitati. L'altra sera ha voluto provare questo Pinot Grigio di un produttore, di tutto rispetto per carità, molto famoso soprattutto per i suoi vini bianchi.

Mi sono fidato di lui anche e soprattutto perché ero convinto che un 2004 fosse ormai pronto per essere bevuto.

Appena aperto bomba di vaniglia, una vera e propria vampata, sintomo di un uso a mio avviso esagerato del legno. Odore molto rotondo insomma, quello tanto amato dagli americani per intenderci. Subito dopo la vaniglia arriva la liquirizia seguita poi dal rosmarino, sensazione che in qualche modo viene fuori e prosegue anche in bocca.

Per il resto poco o nulla: il vino svanisce in poco tempo, in troppo poco tempo. Vengo accusato di avere pregiudizi circa questo genere di bottiglia italiana ma ancora una volta il paragone corre con le stesse uve alsaziane e, credetemi, è veramente impietoso.

domenica 3 ottobre 2010

Signori della Giuria...

Come direbbe il procuratore in un film americano, Signori della Giuria sono oggi qui per dimostrare l'assoluta superiorità del Pinot Nero di Borgogna, in tutte le sue sfumature e declinazioni.

La prova regina è questo Marsannay Les Champs Salomon 2007 del Domaine Bart. Sul valore di questo grandissimo produttore posso certificare personalmente perché sono andato a visitarlo a marzo scorso, ho visto come lavora e ho provato la sua gamma del 2008. Qualità stellare e una capacità di trattare la materia prima che pochi hanno in Borgogna.

Dunque potete benissimo capire che quando l'ho visto in una carta di vini in un locale di Roma non ho potuto resistere. Il locale in questione è una deliziosa enoteca situata in una zona vicino al Colosseo, vicino a Villa Celimontana. Il ragazzo che ci lavora dentro è un grande amante di Borgogna e si vede chiaramente che studia con passione i produttori di quella zona, cosa rarissima in questa città.

Veniamo però a questo piccolo capolavoro etilico: appena aperto alcol che copre il frutto che però svanisce completamente nel corso del tempo. Il colore è quello meraviglioso del Pinot Nero, quel rosso chiaro inconfondibile. Al naso frutti di bosco, tabacco, gelsi e melograno, in una sequenza continua che lascia senza fiato.
In bocca tannino morbidissimo, piacevole senza sbavature. Un vino che richiede molta pazienza: in circa due ore si è evoluto in maniera sorprendente. Ottima anche l'acidità tipica del 2007 peraltro.
Che dire, sarò parziale ma io non bevevo un vino così buono da qualche mese (ed era sempre un Pinot Nero). Unico difetto: nel finale il vino è svanito un po'; ho chiesto conferma della cosa e mi hanno detto che questa caratteristica è tipica del Marsannay, tipologia molto delicata.

giovedì 30 settembre 2010

Cabernet Sauvignon 2008, Hofstatter

Quando conosco un persona dopo un po' mi capita sempre di associarla a un preciso vino o a un varietale. Penso che ciascuno di noi abbia delle peculiarità (caratteriali o comportamentali) che in qualche modo possono richiamare una specifica bottiglia.

Ho conosciuto qualcuno che mi ha sempre fatto pensare al Pinot Nero (rigorosamente e solo di Borgogna, gli altri semplicemente non esistono), vino esplosivo nella sua potenza ma impareggiabile in eleganza e finezza. Ancora oggi, quando lo bevo rimango stupito di come si possa controllare in modo così sapiente una tale eleganza. Insuperabile.

Un'altra persona mi fa pensare allo Chablis che a me piace chiamare "Champagne fermo" o Champagne senza bollicine, visto che proviene dal medesimo terreno calcareo ed argilloso che conferisce a quest'uva la freschezza e la complessità dello Champagne però senza le bollicine che ad alcuni danno pure fastidio. Sostanza senza fronzoli insomma. Materia pura.

Un caro amico invece mi fa venire in mente un bel Merlot, tosto, duro ma che deve ancora tanto maturare per tirare fuori il suo meglio.

Un altro mi ricorda un grande Aglianico, granitico, duro come la roccia ma allo stesso tempo elegante e resistente, l'unica uva in grado di tenere testa alla terribile filossera.

C'è poi chi mi ricorda il Cabernet Sauvignon: uva in grado di crescere ovunque, anche se non curata ma parte essenziale dei vini bordolesi che tanto piacciono. Un varietale di grande resistenza.

Ultimamente poi ho conosciuto una persona che mi ha ricordato un grande Corton Charlemagne, vino bianco di Borgogna fine, elegante ma sfuggente, che non si palesa a tutti nelle sue caratteristiche principali.

Voi direte, ma cosa c'entra questo con il vino di Hofstatter? Assolutamente nulla dico io ma mi andava di comunicarvi questo percorso mentale che ogni tanto faccio anche quando non sono presente a me stesso. Prendetelo per quello che è: un cioccolatino, come direbbe Woody Allen.

Veniamo a noi: ho provato questa bottiglia per darle un'altra possibilità. Risultato: non benissimo ma non male come pensavo. In bocca frutti di bosco, more e qualche richiamo di tabacco. Al naso l'alcol copre il frutto (difetto principale) ma poi si attenua con il passare dei minuti.

Dato positivo: poco legno e dunque poco tannino. Sulla lingua insomma non "raspa", non fornisce quella senzazione di "leccare una felpa al contrario" (cit.).

Certo, l'uva ha, almeno secondo me, i suoi limiti e questi si sentono tutti ma penso che con una bella carne rossa farebbe la sua porca figura.

E voi? Quali vini vi ricordano le persone che conoscete?


lunedì 20 settembre 2010

Un piccolo consiglio

Vi è mai capitato di bere una bottiglia o di provarla in un determinato ristorante e poi, una volta tornati a casa, non riuscire a trovare commenti affidabili in grado di dare un giudizio sul vino appena provato? A me tante volte almeno fino a quando non ho scoperto Cellar Tracker.
Stiamo parlando di un portale veramente incredibile sul quale sono presenti praticamente tutte le recensioni dei più grandi vini del pianeta. Una sorta di motore di ricerca etilico.
Non ci credete? Fate una prova, andate sul sito e scrivete il nome di un vino che avete provato di recente, ben presto vedrete apparire sullo schermo una serie di recensioni con tanto di annata, momento in cui quel vino è stato provato e soprattutto un giudizio specifico su quella determinata bottiglia. Giudizi scritti da persone assolutamente competenti e molto affidabili.
Allora che aspettate? Sotto con i nomi!

sabato 11 settembre 2010

Ravello Bianco 2006, Marisa Cuomo

Un produttore di grande qualità che ha le sue vigne in un posto meraviglioso, la Costiera Amalfitana, quella piccola porzione di terra a strapiombo sul mare che, a guardarla, lascia senza fiato. Le uve risentono positivamente di quel clima, di quelle correnti e di quel bellissimo sole.

60% falanghina e 40% biancolella per questo vino bianco che appena aperto era totalmente chiuso ma con il tempo ha rivelato tutte le sue potenzialità. Bellissimo frutto al naso, nocciola, vaniglia, con un finale di miele molto delicato.

In bocca è lungo è piacevole, con un'acidità molto ben bilanciata che lo rende fresco e di grande sostanza.


Stiamo parlando di un vino di base che comunque riesce a dimostrare l'indubbio valore di chi lo ha prodotto.

A me è piaciuto molto.

lunedì 30 agosto 2010

Côtes du Rhône 2005, Guigal

A distanza di molti mesi ho riprovato ancora questa bottiglia. Non c'è niente da fare, è amore a prima bevuta, da sempre.
Il colore è quello tipico del Syrah, quel rosso intenso che quasi non fa passare la luce.
Una volta aperto ha subito tirato fuori tutti i sentori di questo varietale: in primo luogo nocciolo di amarena unito a frutti di bosco, more soprattutto.
In bocca un tannino veramente delicato che praticamente non disturba mai. Fine ma allo stesso modo potente (per questo adoro i francesi, sono capaci di "giocare" con le uve in maniera magistrale, bilanciando la materia come pochissimi produttori italiani sono in grado di fare). Il senso di "chiusura" che questo vino aveva fino a qualche mese fa è completamente scomparso. La bottiglia sta facendo il suo corso e lo sta facendo davvero bene.
L'ho provato giovedì scorso a Roma e posso dirvi che nonostante il caldo africano e l'umidità da foresta pluviale non era affatto fastidioso. Solo i francesi potevano farmi bere un vino rosso il 26 di agosto nella Capitale.
Il prezzo? Ridicolo, a Roma si trova a 12 euro (e già è un ricarico allucinante).
Qualità pazzesca tenendo anche conto che si tratta di un vino base fatto con uve comprate.

sabato 28 agosto 2010

Bellavista Cuvée Brut

Mi rendo conto che in questo paese, tra gli amanti del vino, non utilizzare parole di elogio per un produttore del genere sia esattamente come bestemmiare, come far esplodere un petardo in chiesa ma questo è.

Mi spiego meglio: considero Bellavista un grandissimo produttore italiano, vero e proprio ambasciatore del nostro paese all'estero; eppure, nonostante questo i suoi vini non mi fanno impazzire. Certo, le loro eccellenze sono di grande valore ma ad un prezzo a mio avviso assolutamente esagerato.

Ogni volta che faccio un discorso del genere al mio amico Carlo (che del suddetto produttore ha una vera e propria venerazione, tipo feticcio) lui storce palesemente la bocca, pensando che io debba essere necessariamente pazzo per dire una cosa del genere.

L'ultima volta che ho provato questa bottiglia è stato proprio con lui, poco prima di partire alla volta di casa alla fine di queste vacanze estive.

Buono ma non mi ha entusiasmato: bollicina delicata, piacevole ma sentori molto deboli. Al naso classico odore di pane con una lunghezza in bocca che comunque si fa sentire. Nel finale vaniglia e fiori bianchi.

Bel colore giallo.

Un vino assolutamente piacevole ma alla metà del prezzo si trovano spumanti della Loira nettamente superiori: questo è il vero problema, secondo me.

mercoledì 25 agosto 2010

Le scommesse si pagano!

Questa foto rappresenta la prova concreta dell'esistenza di un rarissimo esemplare di bottiglia di Sassicaia 1985 nelle cantine di un certo signore. Il, diciamo, legittimo proprietario si rifiuta di aprire il vino in questione, adducendo scuse veramente inconsistenti.

Da queste parti però non si dispera: verrà un giorno! cit.


Certo, lasciatemi descrivere l'emozione di aver tenuto tra le mani un tale capolavoro, quello che molti considerano il più grande vino rosso di tutti i tempi; è noto che il 1985 sia stata una grandissima annata in tutta Europa, nella zona di Bolgheri poi in particolar modo.


Riconsegnando al suddetto proprietario la bottiglia ho promesso a me stesso che quello dell'apertura sarebbe stato solo un appuntamento rimandato.

giovedì 19 agosto 2010

Gewurztraminer Joseph 2009, Hofstatter

Vi avevo parlato di un discreto gewurztraminer provato in vacanza? Mi riferivo a questa bottiglia di Hofstatter. Avevo pregiudizi negativi, devo ammetterlo ma questa volta sono stato smentito, almeno in parte.

Il vino al naso presenta una vasta gamma di sentori che spaziano dall’albicocca, passando per la mandorla, con un bel finale olfattivo di miele. Bella potenza al naso insomma.
In bocca iniziano i difetti (come prevedibile). Questa volta però quella sensazione di vino diluito si è sentita molto di meno del solito. Sulla lingua in altri termini non delude completamente e riesce a reggere il confronto con le sensazioni del naso.

Buona acidità (fattore positivo per l’invecchiamento) e sapori che richiamano i profumi.
Leggermente corto in chiusura ma senza dubbio superiore ai gewurztraminer italiani medi.

Con il galletto ai ferri faceva la sua porca figura.

lunedì 16 agosto 2010

Turning mistakes into gold (cit.)

Sono stato fuori 8 giorni e ho percorso circa 2900 km, una media di 362,5 km al giorno, la maggior parte dei quali in solitaria.

Guidare da soli presenta vantaggi ma anche diversi inconvenienti. Nessuno che possa darti il cambio quando sei stanco o almeno che possa parlare con te ed in qualche modo distrarti o tenerti sveglio. Sei tu e la strada e con la macchina (come è noto) non si può scherzare tanto.
Non ci sono però solo fattori negativi: essere soli nell'abitacolo ti porta a riflettere e non poco.

Pensi alle persone che hai appena salutato, a quelle che non vorresti mai lasciar andare via anche quando tutto sembra andare contro questa tua volontà, a quelle che stai per incontrare, a quelle che non hai potuto vedere per le ragioni più diverse; spesso ti chiedi "perché?" altre "perché no?". In altri momenti invece ti godi il silenzio o il sottofondo di una canzone alla quale sei particolarmente legato.

Otto giorni non sono tantissimi ma io penso comunque di aver provato, fatto e capito molte cose.

Sono "eroicamente" passato per Pontida con una macchina targata Roma, i finestrini abbassati e l'inno di Mameli che usciva dallo stereo a tutto volume; ho preso una vagonata di acqua come mai in vita mia; ho guidato a qualsiasi ora del giorno e della notte; ho mangiato bene ed in alcuni casi bevuto ancora meglio. Ho provato un Gewurztraminer italiano piuttosto buono (incredibile a dirsi vero? Seguiranno nei prossimi giorni relazioni e dettagli). Ho tenuto in mano una bottiglia di Sassicaia '85 (da molti considerato il più grande vino rosso di tutti i tempi) e quasi convinto il legittimo proprietario a provarlo. Sono passato nella zona di Franciacorta e mangiato dei meravigliosi dolci nella stessa pasticceria frequentata da Vittorio Feltri a Bergamo Alta (chissà che non abbia preparato un dossier pure contro di me).
Ho riso, ho pianto, mi sono dispiaciuto e mi sono rilassato. Ho tenuto compagnia a una piccoletta di 6 mesi con due occhioni grandi grandi e un sorriso che ogni volta ti commuove per la sua tenerezza.
Ho subito atti di razzismo al limite del paradossale come quando in un distributore di Seregno si erano convinti che volessi rubare la benzina mentre stavo semplicemente prendendo la carta di credito rimasta in macchina, "perché lei capisce, ho visto la targa Roma, e ho pensato volesse scappare senza pagare".

Ho letto molto: Harold Bloom che (come qualcuno ha giustamente detto) rinfresca l'anima e riesce a commentare Kafka come nessun altro autore, penetrandone i meandri più profondi; Walt Whitman, quello reso famoso dall'Attimo Fuggente per il celebre "O Capitano! Mio Capitano!", (peraltro nemmeno tra i suoi componimenti più belli), i versi del quale sono stati per me fedeli compagni di viaggio in questi mesi spesso difficili, rendendomi in alcuni casi addirittura felice o comunque appagato. Thoreau ed i suoi pensieri.

Ancora, ho imparato che nella vita non si può mai dire di sentirsi al sicuro ma che questo non comporta necessariamente vivere con ansia il futuro e tutto ciò che questo ha in serbo per noi.
Ho capito che l'essere umano è una cosa davvero strana e che alcune volte il legame di sangue è proprio l'ultima cosa che qualifica una persona come tua sorella o come tuo fratello perché spesso alcune di queste le senti tali a prescindere dal grado di parentela effettivo, naturalmente, perché è giusto così.

Se è vero, come qualcuno ha detto, che ogni viaggio insegna qualcosa, io questa volta penso di aver imparato molto.

venerdì 6 agosto 2010

Inimitabile

Eravamo in 4 a quella tavola, stavamo provando una bottiglia di La Dominode 1999 di Bruno Clair, produttore di grandissimo valore, visitato peraltro a marzo nel nostro viaggio in Borgogna, quando uno dei commensali, improvvisamente, senza preavviso e dopo aver degustato un sorso di questo meraviglioso nettare, fornisce del pinot nero una definizione che personalmente ho trovato illuminante: "Secondo me il Pinot Nero è una grandissima uva - ha detto - perché è inimitabile."

Inimitabile, ha utilizzato proprio questo termine. Come dargli torto? Ci ho riflettuto: è proprio così; questa uva è unica nel suo genere.
Provate a bere un Bordeaux, spesso, soprattutto negli ultimi tempi, avrà un sapore molto simile a un vino toscano. Grande qualità, nulla da dire ma sapore in qualche modo standardizzato. Il pinot nero invece è così: non lo puoi riprodurre in altri luoghi, non lo puoi clonare, non lo puoi trasferire. Cresce in un certo modo solo in quella piccolissima parte del pianeta che è la Borgogna.

Bellissimo.

Abbiamo bevuto questo pinot nero del 1999 con sensazioni incredibili: una delicatezza sublime, bilanciata da grandissima materia. Al naso vera e propria bomba di frutti di bosco e grafite. In bocca invece tabacco e liquirizia. Un colore rosso chiaro meraviglioso: è il pinot nero amici miei, un vino che non si dimentica.

mercoledì 28 luglio 2010

Chardonnay 2008, Planeta

Mi sono fatto un'idea precisa su Planeta: produttore che in qualche modo ha fatto storia in Sicilia, precursore per certi aspetti ma che da qualche anno ha fatto una scelta che personalmente non ho mai condiviso: "l'americanizzazione" dei suoi vini. La Segreta, il primo vino che io riesca a ricordare nel corso del tempo ha perso smalto, calando progressivamente in termini di gusto.

I suoi vini migliori però non tradiscono mai. Lo Chardonnay è uno di questi.

Appena aperto totalmente chiuso (a causa forse anche della temperatura troppo bassa) si è progressivamente aperto rivelando caratteristiche molto interessanti: al naso fortissima liquirizia e vaniglia mentre in bocca mollica di pane (tipica di questo varietale) e nocciola. Ottima acidità e finale davvero lungo. Il legno si sente ma non è mai eccessivo.

Una bottiglia che lascia sempre il segno e che per me rappresenta anche qualcosa di più.

L'ho provato con la carbonara, abbinamento forse non proprio perfetto ma pasta davvero ottima (con l'esperienza si migliora).



Semplicemente eccezionale.

giovedì 22 luglio 2010

Gavi dei Gavi 2009 Etichetta Nera, La Scolca

Cosa hanno in comune una bottiglia di Vouvray di Huet (quella di cui abbiamo parlato) e una di Gavi dei Gavi Etichetta Nera di La Scolca?

Assolutamente una mazza, come direbbero a Roma, perché il primo è un grande vino, il secondo, dispiace dirlo, una delusione.

La cosa è però molto singolare dal momento che di questa bottiglia avevo un ottimo ricordo. Un bel bianco, fresco, con una buona acidità e buoni sentori.

Di tutto questo il 2009 non reca traccia. Pesca ed albicocca al naso ma veramente lontanissimi e in bocca materia che quasi risulta scomparsa. Corto e poco espressivo.

Dopo quasi un'ora nessun cambiamento, tutto resta uguale, piatto.

L'unico sapore in qualche modo riconoscibile è un senso di vaniglia che risulta comunque piuttosto banale.

I conti non tornano, deve essere riprovato. Necessariamente.

lunedì 19 luglio 2010

Vouvray Le Mont Sec 2006, Domaine Huet

In base al classico principio per cui l'assassino torna sempre sul luogo del delitto, avevo voglia e necessità di provare ancora il Vouvray di questo vero e proprio artista dell'enologia francese. Mi riferisco ovviamente al Domaine Huet.

Vino bianco della Loira, caratterizzato da una finezza incredibile.

Questi francesi hanno proprio una marcia in più.

Premessa: un vino del genere necessita di essere aperto almeno 12 ore prima ma non sempre si può avere tutto nella vita. Appena aperto totalmente chiuso ma grandissima materia e finezza.
Acidità molto forte che inevitabilmente lo connota come un grandissimo vino da invecchiamento, uno dei migliori sotto questo punto di vista.
Gesso al naso, insieme a timo e rosmarino. Segue un finale molto lungo di vaniglia.

In bocca grandissima eleganza ed armonia, i sapori sono bilanciati tra loro sapientemente. Bere un vino così è come ascoltare una grande orchestra: i sentori si rincorrono tra loro e si richiamano in maniera magistrale, quasi fossero degli archi.

Poetico.

venerdì 16 luglio 2010

The Billionaire's Vinegar

Ci sono due diversi modi di scaricare la tensione quando si è particolarmente nervosi, almeno per quello che mi riguarda.

Il primo è leggere un ottimo libro come "The Billionaire's Vinegar", scritto da Benjamin Wallace famoso autore e registra enogastronomico.

La storia è davvero appassionante, con contorni gialli: una bottiglia di Chateau Lafite del 1787 appartenuta, pare, a Thomas Jefferson e battuta all'asta da Christie's per 156.000 dollari, la cifra più alta mai spesa per un vino, nasconde in realtà qualche lato oscuro. Il venditore non intende rivelare la provenienza esatta del lotto, nè come sia giunto in suo possesso. I dubbi circa l'autenticità del prodotto iniziano pesantemente ad affiorare.

Un libro scritto in maniera divertente, scherzosa ma anche molto preciso nelle ricostruzioni storiche.

Straconsigliato da tutti i migliori blog sul vino in circolazione.

Dimenticavo: il secondo modo per scaricare la tensione è fare come Nanni Moretti. Il metodo ha secondo me una sua dignità letteraria.

giovedì 8 luglio 2010

Falanghina 2008, Di Majo Norante

Sono arrivato al produttore in questione attraverso una segnalazione di Gary Vaynerchuk il quale sostiene da tempo che la Falanghina sia una delle più sottostimate uve in Italia. La gente preferisce il Pinot Grigio piuttosto che alcuni Sauvignon italiani ignorando colpevolmente questo varietale molto interessante.

Incuriosito ho provato questo produttore: non male devo dire. Nulla di indimenticabile sia chiaro ma senza dubbio migliore della media delle Falanghina che si trovano solitamente sul mercato.

Buona acidità e materia decente. Al naso una vera e propria esplosione di banana e pesca. Bel colore e mineralità piacevole. Vino tipicamente estivo, da aperitivo.
Dopo averlo bevuto sulla lingua resta, come direbbero quelli bravi, un interessante subsolo di noci tostate.

Prezzo basso (12 euro circa). Lo consiglio ma non aspettatevi il vino della vita (che comunque non esiste per tutta una serie di riflessioni che ho maturato negli ultimi tempi prima di tutte l'ontologia stessa del vino, ma questa è un'altra storia).

lunedì 5 luglio 2010

Alcune riflessioni sul 2008

Quando nel mese di marzo siamo andati in Borgogna le premesse per il 2008 non erano affatto buone. Le guide dicevano che l'annata, per tutta una serie di motivi, in quella zona non era stata molto positiva.

Le degustazioni sul posto invece hanno dimostrato il contrario; hanno per esempio messo in luce che i grandi produttori della Côte de Beaune non solo sono riusciti a mantenere ottimi livelli di qualità ma addirittura hanno, in alcuni casi, tirato fuori vere e proprie eccellenze.

Un po' meglio i bianchi rispetto ai rossi ma anche su questo ci sarebbe da discutere.

Le successive prove hanno poi confermato questa sensazione. Aprire un 2008 in questo periodo insomma (visto il caldo parliamo ovviamente di un bianco) rivela vere e proprie sorprese.

Ancora una volta dunque l'esperienza empirica vale più di qualsiasi studio teorico.

mercoledì 30 giugno 2010

Gewurztraminer Bergheim 2002, Deiss

"Guarda quello che mi dici mi fa pensare a due possibili alternative: o la bottiglia era sifola oppure Deiss ha qualche problema."

Questo a grandi linee il riassunto di una conversazione che dopo un po' somigliava sempre di più alla conversazione settimanale Pannella-Bordin. Sono più o meno le 2 di notte, la stanchezza è tantissima ma il sonno stranamente poco. Linea diretta con Bruxelles, telefonata via Skype.

Si discute di una degustazione appena fatta. Gewurztraminer Deiss 2002. Vino dalle grandi potenzialità, produttore di primissimo piano in Alsazia.

Dunque, è successa la seguente cosa: appena aperto un'esplosione indescrivibile di frutta. Pesca, albicocca, caffè tostato, miele. In bocca grandissima materia, viscoso al punto giusto, acidità superba e una dolcezza veramente delicata. Una finezza commovente oserei dire.

Dopo un paio di ore sono usciti fuori i problemi. Il vino si è come sgonfiato, ha perso tutte le sue caratteristiche, l'alcool ha fatto capolino, prepotentemente. Gli odori sono praticamente scomparsi. Alla fine sembrava quasi un marsala.

Diverse teorie sono state formulate in proposito: bottiglia sifola come già detto (sifola aka conservata male e dunque ossidata); vino che aveva raggiunto il suo apice e che quindi stava già perdendo potenza; problemi del produttore.

Onestamente non saprei cosa dire, certo la prima ipotesi mi convince poco esattamente come l'ultima. Sarei per la seconda ipotesi anche se mi sembra un vino troppo giovane per essere già, come direbbe Vaynerchuk, "over the top".

Mi sono ripromesso di provare ancora.



E scusate se è poco.

lunedì 28 giugno 2010

Prosecco Brut, Val d'Oca

Premessa di rito: per me le bollicine sono solo gli Champagne, qualche spumante della Loira veramente grandioso e solo alcuni Franciacorta nostrani, nulla di più ed in ogni caso anche per i francesi, che personalmente prediligo, ci sono spesso troppi anni da aspettare per apprezzarne veramente le caratteristiche organolettiche. A prezzi molto più contenuti preferisco qualche ottimo chablis che in un certo senso con le bollicine francesi ha precchi punti in comune.

Poi certo, c'è dietro lo Champagne ci sono tutta una poesia e un fascino che difficilmente puoi trovare in altre bottiglie e soprattutto, cosa fondamentale, devi berlo con la persona giusta ma, come dice qualcuno, questa è un'altra storia.

Fatta la doverosa premessa posso dire che alcune volte, ma solo alcune, non disdegno anche un ordinario prosecco come questo di Val d'Oca.
Nulla di trascendentale ma comunque molto piacevole soprattutto in queste serate romane sempre più afose.
Bollicine violente sulla lingua (tipico) e retrogusto acidulo tutto sommato ben bilanciato.
Vino assolutamente dignitoso ma solo se ti metti nell'ottica giusta al momento della degustazione.

Detto altrimenti: non aspettatevi nulla di più di una fresca bevuta.


venerdì 25 giugno 2010

De Vite 2009, Hofstatter

Siamo alle solite direi, anche in questo caso, anche con questa bottiglia che sinceramente credevo meglio.

Navigando su internet leggo recensioni molto positive, alcune parlano addirittura di "finale di rara complessità".

Ecco, con tutto il massimo rispetto e con grande umiltà mi permetto di chiedere: che vino avete provato?

Quello che ho bevuto io avevo una bel naso, quasi da vendemmia tardiva, dunque piacevole. Prometteva in bocca un tono zuccherino, se non addirittura dolce. Invece niente. Molto debole, deludente rispetto a quanto faceva sperare nelle note olfattive (come dicono quelli bravi).

Bel colore, sapidità decente e buona freschezza ma senza ombra di dubbio mi aspettavo qualcosa di più considerando anche il produttore di grande livello.
Altra aggravante: da Bruxelles arrivano voci circa un grandissimo 2008 della signora Goisot di cui spesso abbiamo parlato in questo blog, anche a livello di vini base al prezzo ridicolo di 5 euro. Per fortuna a Roma qualcosa si trova: è partita la caccia.



Qualche giorno fa una persona, venuta a conoscenza del fatto che suonavo il sax da qualche anno mi ha chiesto quale fosse il mio stile di riferimento. Difficile a dirsi ma se dovessi scegliere direi che mi sento molto vicino al modo di suonare di David Sanborn; non nella qualità ovviamente ma semplicemente in questo modo di caricare molto sulle singole note sfruttando molto lo strumento. Ovviamente a lui riesce in maniera sublime, io ogni volta faccio delle porcherie, ma si sa, a ciascuno il suo.