martedì 30 marzo 2010

Corks (Time of your life)

Uno per lo Sperss 1996 di Gaja con il quale ho festeggiato il mio compleanno a Cortona.

Uno per il Creato 1976 di Murana chiesto rispettosamente all'enoteca Roscioli, acquistato quasi con vergogna.

Uno per il Cometa 2002 di Planeta, il primo vino bianco bevuto nei nostri mitici vertici etilici.

Uno per il Vitiano di Falesco, per ricordare chi non c'è più.

Uno per il Bollinger R.D. 1996, una delle prime pazzie etiliche.

Uno per il Vouvray 1982 del Domaine Huet, bevuto d'estate in Toscana, totalmente ossidato e mai riportato (per una timidezza di altri tempi) da Trimani per farlo sostituire.

Uno per il Particella 68 delle Sorelle Bronca provato con Carletto al Vinitaly.

Uno per il Cotes du Rhone 1998 di Guigal che in quella carta era venduto a un prezzo ridicolo.

Uno per il Greco di Tufo di Quintodecimo ad un costo pari a quello del Corton Charlemagne di Rapet.

Uno per il Faro Palari del 2000, quando credevo fosse il miglior rosso italiano.

Uno per il Montepulciano di Poliziano comprato direttamente dal produttore e provato sull'erba di Villa Torlonia.

Tutti quelli bevuti, quelli che devo ancora bere, quelli che probabilmente non proverò mai.

Ogni tappo di sughero, una scheggia di un ricordo.

sabato 27 marzo 2010

Di come e quando Enrico visitò la Borgogna (quinta ed ultima parte)

Ed eccoci giunti all'ultima parte di questa mirabolante avventura.

Dopo una notte passata non senza problemi, mi sono svegliato completamente rintronato e con discrete difficoltà locomotorie. In pochi minuti eravamo pronti per la nostra colazione e da lì a dirigerci verso l'ultima degustazione.

Dopo un pasto non certo memorabile (parafrasando gli Squallor "ho mangiato un cornetto terrificante, c'aveva na faccia che sembrava Celentano") eravamo pronti per partire alla volta del Domaine Rapet dove ci aspettava il proprietario in persona.

Appena arrivati ho dovuto superare lo shock di trovarmi improvvisamente catapultato in un film di Hitchcock e precisamente Psyco, tanta era la somiglianza tra Vincent Rapet e Anthony Perkins. Il proprietario è venuto ad accoglierci vestito da uomo senza indossare (con mia grande meraviglia) una vestaglia, una parrucca ed un coltello da cucina e ci ha condotti in cantina per provare tutti i suoi vini. I miei sospetti nei suoi confronti non si erano attenuati tanto che in tutti i modi tentavo di non dargli le spalle ma ben presto i suoi rossi e bianchi mi hanno fatto dimenticare qualsiasi rischio di omicidio o accoltellamento.

Pensavo tra me e me che, vista la circostanza (l'ultima degustazione), non avrei sputato nemmeno una volta. Gravissimo errore di valutazione: al quinto bicchiere ero già abbondatemente partito per la tangente. L'acme comunque è arrivato nel momento in cui il Signor Rapet nel tentativo di farci una cortesia ha tirato fuori un Corton del 1978: in quel caso sputare costitutiva una ragione sufficente per procedere penalmente, un'onta che non avrei mai potuto sopportare.

Morale della storia: alle 11,30 ero totalmente ubriaco. Non ricordo bene cosa sia successo tra le 11,30 e le 12,30 quando poi mi sono ritrovato in macchina nel sedile posteriore. Ricordo vagamente di aver messo delle casse di vino nel portabagagli e di aver stretto la mano al produttore, nulla di più.

Al termine della mattinata eravamo pronti per tornare a casa. Ho avuto precisa cognizione del mio stato quando mi sono ritrovato (io che non parlo una parola di francese) a parlare con Philippe di responsabilità penale delle banche ad operatività transfrontaliera, in una strana lingua di ceppo non indoeuropero. I miracoli del vino.

Mentre tornavamo a casa in macchina facendo il punto della situazione e discutendo dell'annata 2008 in Borgogna una domanda continuava a ronzarmi in testa senza abbandonarmi mai: "ditemi perché se la mucca fa mu il merlo non fa me".

I misteri etilici.

Fine

giovedì 25 marzo 2010

Di come e quando Enrico visitò la Borgogna (quarta parte)

La cena dunque, non prima di aver depositato i nostri bagagli nel nuovo albergo di Beaune dove avevamo deciso di passare la seconda ed ultima notte. Un posto niente male, una via di mezzo tra un bordello circasso e un affittacamere uscito fuori da un libro di Simenon.

Mi aspettavo da un momento all'altro l'arrivo del Commissario Maigret per alcune domande circa l'omicidio avvenuto poca prima nell'albergo, quando Pinco&Panco si sono fatti vivi affermando con certezza di aver scelto il ristorante per la sera: un locale stellato a pochi metri dal nostro hotel.

Ci siamo messi al tavolo dopo aver affrontato un percorso reso ancora più difficile dalla solita temperatura (che intanto era scesa con il calare della sera a -7) e da un vento che arrivava sulle nostre facce tipo rasoio.

Considerata l'esperienza della sera precedente ero terrorizzato all'idea di un altro massacro gastronomico ed invece incredibilmente i membri della squadra hanno optato per un più leggero pasto da "sole" 4 portate e nello specifico:

1) piccione (ottima cottura)
2) blocco di fegato d'oca con una sorta di aspic di albicocca (abbinamento niente male devo dire)
3) zuppa di pesce di lago (non ricordo quale)
4) dolce finale molto buono

Ovviamente sul lato vino dosi da alcolisti nemmeno tanto anonimi: in cinque, quattro bottiglie. Al settimo bicchiere vedevo al tavolo 10 persone, eppure fino a quel momento mi era sembrato che viaggiassimo in 5. Qualcosa non filava per il verso giusto ed ero sempre più convinto dell'esigenza di andare a dormire, soprattutto quando è arrivato il conto. Qualcuno (ancora oggi non ho capito bene chi) ha pagato per me salvandomi senza dubbio dal lavare i piatti in cucina per il successivo mese.

Non ricordo bene come dopo mi sia ritrovato sotto le coperte ancora vestito ma ero certo che in qualche modo le 4 bottiglie di vino di Borgogna avessero pesantemente influito.
La mattina seguente la sveglia era fissata per le 8,30: alle 10 avevamo appuntamento per la nostra ultima degustazione e da lì per partire in direzione Bruxelles.

Ma di questa parte (l'ultima) parlerò la prossima volta.

continua...

mercoledì 24 marzo 2010

Syrah 2008, Cusumano

Vogliamo essere buoni, vogliamo concedere tutte le attenuanti del caso che ormai vengono date anche ai pluriomicidi ma con tutta la bontà possibile non possiamo certo esprimere grandi giudizi su questa bottiglia.

Alcool veramente eccessivo che per fortuna va attenuandosi almeno un po' dopo qualche minuto.
Totalmente chiuso e tannico. Molto giovane e legnoso.

In lontanza qualche sentore di more ma nulla di più.

Dopo aver provato i vini di Borgogna il sapore eccessivamente potente dei vini italiani, soprattutto di quelli che arrivano dai climi caldi, risulta davvero difficile da digerire.

Rimandato a settembre.

lunedì 22 marzo 2010

Fegato alla veneziana

Fin da piccolo ho sempre avuto una passione per il fegato alla veneziana.

Inizialmente era una pietanza piuttosto frequente a casa mia, poi il nostro macellaio è morto e mia madre non trovandone un altro di fiducia ha smesso di prepararlo convinta che per comprare il fegato fosse necessario un negozio di fiducia vista la "delicatezza dell'articolo".

Ieri mentre ero in palestra, guardavo il video podcast del Gambero Rosso che aveva ad oggetto proprio quella ricetta. Prima di azzannare il solito signore sul tapis roulant vicino mi sono reso conto che si tratta di una ricetta assolutamente fattibile.

Ricetta considerata erroneamente facile (la cottura del fegato è molto complessa esattamente come quella delle cipolle) ma comunque fattibile.

Morale della favola: bisogna provarla.

A questo punto resta solo il problema legato all'abbinamento. Veronelli propone un rosso del Piave; noi con grande rispetto prendiamo atto ma ci permettiamo di rilevare che forse sarebbe meglio un bel bianco secco e moderatamente acido per contrastare il sapore delle cipolle. Un mersault per esempio.

Carletto, tu lo sai fare? (con rispetto parlando)

domenica 21 marzo 2010

Di come e quando Enrico visitò la Borgogna (terza parte)

La prima degustazione dunque: ore 10, appuntamento al Domaine Grivault dove ci ha accolti il proprietario in persona.

Avevo commesso l'imperdonabile errore di dimenticare i guanti in stanza e le conseguenze non avevano tardato a fare la loro comparsa: le dita erano praticamente nella fase precedente all'amputazione per congelamento.

Il simpatico Albert Grivault (sosia di Giorgio Gaber) ci ha condotto direttamente nella cantina per effettuare la nostra degustazione, prelevando il vino direttamente dalle barriques con una sorta di grande provetta che suscitava in me diversi timori.
Al sesto assaggio dell'annata 2008, l'atmosfera nella cantina era già abbondantemente alcolica, tutti eravamo più espansivi, Er Calotta farfugliava parole in uno strano idioma che solo dopo ho saputo essere fiammingo. Questo meraviglioso idillio ormai sempre più vicino ad un baccanale è stato interrotto dall'avvento della sorella del proprietario, una signora minuta e piuttosto anziana che per comodità definiremo "la vecchiaccia" data la sua spiccata simpatia.

Quando la vecchiaccia con un colpo di mano ha sostituito il fratello nella guida alla degustazione, il clima si è fatto improvvisamente cupo. Fin da subito tra me e lei non c'è stato molto feeling e la conferma definitiva è arrivata quando per 15 minuti ho tentato alacremente di convincere chi mi era vicino a distrarla affinchè io potessi colpirla violentemente con una delle tante bottiglie vuote, tramortirla e buttarla dietro una pila di botti sicuro che la bassa temperatura avrebbe ritardato la decomposizione (e dunque la puzza) del cadavere quel tanto da poterci consentire di abbandonare indisturbati il paese. L'idea non ha raccolto molto adesioni, purtroppo.

Usciti dalla cantina abbiamo comprato diverse casse di vino e dopo averle caricate in macchina abbiamo salutato il Signor Grivault e la malefica sorella non prima di aver soffocato a fatica l'istinto di assestarle un calcio nelle terga.

Dopo una breve sosta per mangiare un panino ci siamo mossi verso la degustazione del primo pomeriggio. al Domaine Bart. Il proprietario sfoggiava una capigliatura veramente notevole: in pratica sembrava che gli fosse esplosa a pochi metri di distanza una mina antiuomo e lo spostamento d'aria avesse fatto da parrucchiere.
Quando poi ha iniziato a parlare ho avuto la conferma che effettivamente l'esplosione vi era stata ed aveva innegabilmente investito anche il cervello. Il simpatico viticoltore era fuori di testa e chiaramente fuggito da qualche centro di igiene mentale nei paraggi.

La degustazione (di grande qualità) è durata circa tre ore ed al termine eravamo affamati e pronti per la cena.

Di quello che abbiamo bevuto la seconda sera dopo un'intera giornata di assaggi, parlerò la prossima volta.

continua...

sabato 20 marzo 2010

Saint-Joseph 2000, Guigal

Ancora una volta Guigal si dimostra un produttore fantastico e non a caso le migliori guide francesi gli danno sempre il massimo punteggio come attività complessiva.

Abbiamo aperto questa bottiglia molto ore prima di provarla e quando lo abbiamo versato nei bicchieri ci ha veramente sorpreso.

100% Syrah per un vino peraltro contenutissimo nel prezzo (siamo sui 15\20 euro): bellissima struttura, accompagnata da una materia che riesce a tirare fuori profumi e sapori molto diversi tra loro.

Frutti di bosco e liquirizia, seguiti da una vera e propria esplosione di tabacco. Una volta nel bicchiere evolve rapidamente migliorando ancora. Lunghissimo in bocca con tannini molto rotondi e piacevoli.

Semplicemente perfetto con una bella carne rossa o un arrosto.

In Italia vini di questo livello costano almeno il triplo. Non credo sia necessario aggiungere altro.


venerdì 19 marzo 2010

Di come e quando Enrico visitò la Borgogna (seconda parte)

Dove eravamo rimasti? Ah si, a quando tra pinguini e vampiri siamo arrivati a Puligny-Montrachet nel nostro bed&breakfast.

Dopo aver suonato al campanello siamo stati accolti da una simpatica signora di origine portoghese alta (come direbbero a Roma) "un tappo e due barattoli", una sorta di furetto che correva per la casa da una parte all'altra. I suoi movimenti era percepibili solo attraverso rapidi spostamenti d'aria. Al nostro ingresso, 5 uomini, ci mancava poco che fossimo accolti come Lino Banfi in Fracchia la Belva Umana.

Abbiamo sistemato i nostri bagagli nelle stanze e ci siamo diretti (sempre a temperatura - 5) verso il ristorante; e lì è iniziato il massacro.

Il Dream Team (o forse meglio il Drink Team come lo ha giustamente rinominato Carletto) si è scatenato in una sorta di cena modello Grande Abbuffata.

Al tavolo 3 diversi tipi di posate e 4 calici differenti, ciascuno per ogni vino. Come già detto, nella prima cena in 7 abbiamo bevuto 5 bottiglie accompagnate dalle seguenti portate:
1) Fegato d'oca
2) Lumache alla borgognona
3) Capesante scottate
4) Formaggi di ogni genere e consistenza
5) Dolcetti vari
6) Torta al cioccolato nero

Al termine della cena, dopo essermi sincerato sulla qualità dell'ospedale di Beaune soprattutto per il reparto deputato alle grandi intossicazioni alimentari, ci siamo diretti verso le nostre stanze.
Io avevo qualche impercettibile problema di deambulazione mentre gli altri inspiegabilmente sembravano aver mangiato una semplice insalatina scondita: è stato lì che ho seriamente pensato che alcuni di loro, soprattutto Pinco Panco, fossero in realtà alieni e che sotto le sembianze umane nascondessero in realtà un aspetto famelicamente mostruoso.

Dopo una notte tormentata da incubi di ogni genere (ho sognato che venivo inseguito da un enorme macaron) eravamo, alle 9 di mattina, ancora a tavola, questa volta per fare colazione.
Altro massacro: cornetti e marmellate di ogni genere e per finire il mitico Jambon Persillé, una sorta di mostro mitologico metà prosciuto metà erbe aromatiche, pare, tipico della Borgogna.

Al termine eravamo pronti per la prima degustazione della giornata: ore 10.

Di questo però vi racconterò la prossima volta.

continua...


giovedì 18 marzo 2010

Di come e quando Enrico visitò la Borgogna (prima parte)

Vi avevo promesso tutti i dettagli? Eccoli, dal principio alla fine perché raccontare è ricordare.


Il mio viaggio è iniziato sabato mattina all'aereoporto di Ciampino. Il volo era insolitamente in orario ma la giornata era già iniziata male a causa del simpaticissimo operatore della sicurezza che al controllo bagagli mi aveva costretto ad entrare in una stanza per una ispezione più approfondita (per un attimo ho temuto il peggio).

Il volo si è rivelato tranquillo eccezione fatta per un marmocchio che non ha mai smesso di piangere dall'inizio alla fine. Arrivato a destinazione con la testa che sembrava un tamburo (cit.) sono stato accolto dal clima temperato di Bruxelles (- 3) che mi ha ricordato ancora una volta quanto fosse importante un abbigliamento adeguato al posto che si visita.

Il giorno dopo breve riunione a casa di uno dei componenti del Dream Team per pianificare tutte le degustazioni e successiva partenza alla volta di Beaune, in macchina ovviamente.

La squadra era divisa nel seguente modo: nella prima macchina io, Er Calotta e l'altro italiano nella seconda macchina Philippe&Philippe che sempre di più ricordavano Pinco Panco di Alice nel Paese delle Meraviglie.

Ovviamente i due erano assolutamente comodi viaggiando in una BMW Serie 3 a differenza nostra che invece eravamo stipati in un'Alfa 147, macchina di assoluta qualità ma inspiegabilmente molto più piccola di quanto si possa pensare ossevandola dall'esterno. Dopo 3 ore di viaggio già non sentivo più le gambe e mi ero ormai abituato all'idea di rinunciarvi per sempre (alle gambe) quando la proverbiale sosta benzina\bagno mi ha salvato. La temperatura a ridosso del confine con la Francia era ulteriormente scesa a - 5 e in tutta sincerità per un attimo ho pensato di essere in Siberia causa le raffiche di vento che sembrano gli schiaffoni di mia madre quando ero piccolo.

A poco meno di un'ora dall'arrivo ci ha sorpreso la neve e lì ho capito che se la situazione fosse peggiorata non ci avrebbe salvati nessuno e molto probabilmente avremmo fatto la fine di Ötzi depositati in un museo ed ammirati ogni giorno dagli sguardi dei visitatori incuriositi (magari tra 500 anni) da questi strani esemplari di loro antenati umani. Nella migliore delle ipotesi invece saremmo stati venduti a tranci al mercato del pesce di Parigi.

La prima sosta notturna era pianificata a Puligny-Montrachet, un comune famoso solo per il vino e abitato, credo, da 5 abitanti compresi gli animali domestici. Siamo arrivati lì per le 20 e già sembrava di essere in una situazione a metà tra un film di Romero e Fracchia Contro Dracula con Er Calotta nella parte di Filini ovviamente.

Avevamo prenotato in un bed&breakfast sperduto in una strada che probabilmente poteva essere trovata solo grazie alla cartografia militare.

Mentre scaricavo i bagagli dirigendomi verso la porta di ingresso mi chiedevo insistentemente dove potessi trovare dell'aglio, un crocifisso e dei paletti di frassino.

Di come abbiamo passato la prima notte ma soprattutto la prima cena vi racconterò la prossima volta.

continua...


martedì 16 marzo 2010

Duca Enrico 2003, Duca di Salaparuta

L'apparato critico era fin troppo chiaro: 5 grappoli AIS, il punteggio più alto, per questo Nero D'Avola ("Nero Diavola" come direbbe Vaynerchuk) considerato tra i migliori dell'intera Sicilia.

Eppure non mi ha convinto, nemmeno un po'. Ad onore di cronaca bisogna dire che non l'abbiamo provato tutto ma solo un bicchiere (era alla mescita in un locale di Roma); peraltro la bottiglia era già aperta e dunque non era possibile stabilire da quanto lo fosse e come fosse conservato (molto probabilmente male).

Troppo alcol comunque e tannini davvero fastidiosi; dopo due sorsi la lingua era spianata.
In sottofondo solo un leggerissimo richiamo alla ciliegia e ai frutti di bosco.

Il resto? Non pervenuto.

La conclusione alla quale sono giunto (riflettendo sulla degustazione mentro tornavo a casa in scooter) è che questo Duca Enrico 2003 era ancora troppo giovane.

Per sentire qualcosa in più forse è necessario aspettare ancora qualche anno.

Acerbo.


lunedì 15 marzo 2010

Formaggi

Ammetto candidamente di essere molto goloso di affettati di ogni sorta, dal prosciutto passando per il salame, finendo con altri "suinoidi" vari. Diciamo che nella categoria olimpica degli affettatori prosciutto crudo per la distanza quattro etti tagliato fine, rappresento una discreta promessa italiana. Ricordo ancora una mitica serata nella quale sono riuscito a spazzare via, praticamente da solo, un intero prosciutto di pecora (salume rarissimo, prodotto per quanto ne sappia solo da un geniale imprenditore agricolo sardo).

Non solo salumi però ma anche i formaggi "toccano il mio cuore". Proprio su questa meravigliosa pietanza e sulle malghe in generale verteva la puntata del gastronauta di sabato scorso; mentre ascoltavo Paolini raccontare i tantissimi generi di formaggi del nostro paese (avvertenza: mai ascoltare il Gastronauta in palestra e mai farlo verso le 19,30, pena il rischio concreto di azzannare per i crampi causati dalla fame l'ignaro signore che magari sta facendo tapis roulant accanto a te) riflettevo sui possibili abbinamenti con il vino.

Inspiegabilmente molte persone ritengono che il vino ideale per questo genere di cibo sia il rosso, generalmente piuttosto corposo. L'esperienza pratica mi ha dimostrato che in linea di massima non c'è nulla di più errato. Ovviamente l'abbinamento cambia molto a seconda del tipo di formaggio (pasta molle, pasta dura, erborinato etc etc) ma in via approssimativa direi che il bianco è senza dubbio più indicato.

Personalmente credo che l'optimum sia il vino bianco dolce, possibilmente alsaziano soprattutto se il formaggio è morbido e molto saporito. Un bellissimo Zind Humbrecht St. Urbain sarebbe l'ideale. Sul fronte italiano un Muffato della Sala adempie egregiamente al suo dovere.

E voi? Cosa con cosa lo abbinate?

Adesso vado a mangiare altrimenti azzanno la tastiera.


domenica 14 marzo 2010

Faro Palari 2001, Salvatore Geraci

La prima sera in cui sono arrivato a Bruxelles, prima di partire alla volta della Borgogna, tanto per riscaldarci, in previsione delle future degustazioni abbiamo deciso di provare (ancora una volta) questa bottiglia, coninvinti che non ci avrebbe deluso, convinti che si sarebbe confermata il grande prodotto che ricordavamo.

Dispiace dirlo ma non è stato così. Vino stranissimo, peraltro di una grande annata, che purtroppo si è dimostrato molto diverso rispetto a quanto ricordavamo.

Il colore è quello del rosso di Borgogna ma quanta differenza al naso e in bocca! Eppure tutto all'inizio faceva pensare ad un ottimo prodotto: odori classici di frutti di bosco, in bocca invece molto sotto le aspettative. Acidità fastidiosa e sapori praticamente annullati.

Cortissimo sulla lingua e praticamente privo di quelle sfumature che erano nei nostri ricordi.

Voglio pensare (ed è proprio questo il sospetto) che tutto ciò fosse causato dalla cattiva conservazione della bottiglia nel ristorante nel quale l'abbiamo provato. Certo, e mi capita molto di rado, dopo averlo bevuto completamente mi è rimasto sullo stomaco (brutto segno) e mi ha infastidito durante la successiva visione di Shutter Island (film che peraltro non mi è piaciuto per niente e lontanissimo dallo standard classico di Scorsese).

Di quella sera resta la figura barbina che ho fatto con gli altri commensali dal momento che il vino era stato scelto da me dopo averne decantato le lodi.

Chi mi era vicino (il mio maestro) ha avuto l'ennesima (personale) conferma della superiorità dei vini francesi.

Dannazione!

Gevrey-Chambertin

Voltaire era solito dire che "la vita è più rosea se viene osservata attraverso un bicchiere di Gevrey-Chambertin". Evidentemente anche lui era stato protagonista di una cena con il Dream Team.

Pinot Nero 100% ovviamente con caratteristiche specifiche che lo rendono diverso dagli altri rossi della zona. Due sono le principali connotazioni di questo vino: sentore di grafite e di liquirizia che si mischiano insieme quasi magicamente. Poi arriva la vaniglia unita ai frutti di bosco e alla ciliegia.

In bocca tabacco a valanga in un sapore che muta di continuo con una complessità sorprendente.

Meraviglioso.

"And it tastes so fucking good!"
(cit.)



Anche Gary Vaynerchuk è della stessa idea.

sabato 13 marzo 2010

Corton Charlemagne 2008, Domaine Bruno Clair

Secondo alcuni il Corton Charlemagne rappresenta il miglior vino bianco del mondo. Dopo averlo provato non posso che essere d'accordo con questa posizione. Siamo, tanto per dare alcune coordinate, nella zona della famosa Côte de Beaune che viene considerata (insieme alla Côte de Nuits) forse la più importante zona vinicola della Borgogna compresa nella più ampia area della Côte d'Or.

La genesi di questo vino affonda nella storia dell'uomo: si dice infatti che il terreno dove oggi nasce questa fantastica uva fu donato dall'imperatore Carlo Magno (da cui il nome) ad alcuni monaci Benedettini.

Il terreno, l'esposizione e le caratteristiche climatiche consentono di tirare fuori un prodotto stellare.

Si tratta ovviamente di un vino da invecchiamento (almeno 15 anni) ma già quello che abbiamo provato noi (giovanissimo) dimostrava una potenza e una materia straordinarie.

Al naso una vera e propria esplosione di profumi: fiori, albicocca e vaniglia. Pur essendo ancora totalmente chiuso si poteva già notare, nitidamente, una materia incredibile. In bocca acidità bassissima e sentori di ananas e pesca. Una delicatezza che dimostrava in maniera chiara quale meravigliose sensazioni potrà rivelare una bottiglia del genere tra una decina di anni.

La degustazione ha dimostrato come i grandi produttori, come Bruno Clair, siano comunque riusciti a tirare fuori da un anno difficile come il 2008 vini di assoluto valore.

Il prezzo inizia ad essere alto, intorno ai 70 euro ma credetemi, ne vale la pena.

giovedì 11 marzo 2010

It's not a survivor like Cabernet

Non saprei dire cosa maggiormente mi abbia colpito di questi meravigliosi giorni in Borgogna, se la temperatura siberiana (- 5 fissi), se i gesti, il modo di fare e la particolarità dei produttori unici nel loro genere (sempre sporchi di terra e con le mani rotte dal freddo polare, con la schiena perennemente piegata sulle piccole vigne), se il Corton rosso del 1978 che il signor Rapet ha tirato fuori all'ultimo momento per farci un suo personale e graditissimo regalo o se la sensazione quasi magica di vedere il vinificatore che ti fa provare il vino dell'ultima annata tirandolo fuori direttamente dalla botte, nel freddo della cantina.

Probabilmente non basterà un solo post per raccontare tutto quello che ho bevuto, fatto e mangiato in 4 giorni. Per ora vi basti sapere che solo in due cene abbiamo bevuto 9 bottiglie e che in 4 giorni avrò degustato circa 100 vini, alcuni dei quali veramente stellari.

L'esperienza empirica non ha paragoni: ho imparato più in 3-4 giorni di degustazioni sul campo che in quasi 5 anni di prove e lettura di libri e guide.

Proprio bevendo quel Corton di Rapet del 1978, forse per la prima volta ho capito davvero cosa sia il grande pinot nero e mi sono accorto che prima di allora non avevo mai veramente compreso il senso di quel sublime monologo di Miles in Sideways.

Ci sono cose che non possono essere spiegate ma solo amate.

Nei prossimi giorni tutti i dettagli, promesso.

venerdì 5 marzo 2010

Pausa etilica

Ci vediamo venerdì, ad maiora.

martedì 2 marzo 2010

Prima di un'immersione nel vino francese era necessario un pizzico di sciovinismo etilico. Ho preso Bibenda 2010 a mio avviso la migliore guida di vini in Italia. All'interno piacevoli sorprese e interessanti conferme.

Il Faro Palari 2007 si conferma a pieni voti seguendo un trend che dura ormai da più di 10 anni e che lo colloca tra le eccellenze enologiche del nostro paese. Alcuni Amarone hanno perso qualche punto, altri invece ne hanno guadagnati parecchi. Questi solo alcuni esempi.

Nel complesso la geografia etilica italiana viene confermata. Nessuna sorpresa eclatante in sostanza.

lunedì 1 marzo 2010

Pinot Nero

Se è vero, come credo, che il vino sia, nella sua meravigliosa espressione, una perfetta metafora della vita, questo viaggio in Borgogna capita nel momento migliore.

Ci saranno ottime annate, annate superbe ma anche pessime. Questa volta noi andremo a vedere come è stato il 2008, nella terra del Pinot Nero. Ancora presto per dire cosa sarà del 2010, sul 2009 i critici già iniziano a tirare fuori qualche giudizio.

Tutto dipende dal sole, dalla quantità di pioggia, dal freddo e dal caldo. All'interno del vino poi il Pinot Nero fa storia a sé: buccia sottilissima, uva strana, particolare, unica nel suo genere. Ha bisogno di sole, soffre tanto il freddo, risente di alcune particolari correnti presenti quasi esclusivamente in Borgogna. Ogni tentativo di piantarla in altre zone è miseramente fallito o ha dato comunque risultati scadenti. La "gestazione" è il prodotto di una serie di fattori tipici di quella specifica zona della Francia, nè un km sotto nè un km sopra.

Osservate i produttori di Pinot Nero, non sono come quelli della zona di Bordeaux, non hanno giacca e cravatta, non sono nobili ben vestiti; sono contadini, hanno le mani sporche di terra, curano quelle uve come fossero figli. Sono artisti a modo loro proprio perché questo varietale è talmente difficile da trattare che richiede un approccio tutto particolare.

Uva delicata, raffinata, piena di sfumature di gusto e olfatto. Vino da meditazione, frutto di un equilibrio delicatissimo alterabile in qualsiasi momento. Con il Pinot Nero non sono ammessi passi falsi se veramente si vuole apprezzarne a pieno le meraviglie che è in grado di regalare. Non si concede a tutti ma solo a chi ha la pazienza di aspettarlo, di curarlo, di amarlo.

Fino all'ultimo momento non è possibile esprimere giudizi sul raccolto e una volta messo in bottiglia è sempre possibile un miglioramento che solitamente richiede anni. Quando tutto sembra perso riesce ancora una volta a stupirti proprio perché "vive", "esiste" e matura nel corso del tempo.

Chi non ha pazienza si rivolga altrove. Chi vuole tutto e subito ha sbagliato indirizzo.
Il Pinot Nero è come quei film che a distanza di anni riescono ancora a sconvolgerti rivelando sfumature che non credevi possibili.

Il 2004 pare sarà pronto nel 2015 in tutta la sua potenza. Quando però riesce a maturare premia la pazienza di chi ha avuto la costanza di aspettarlo.

Sono sensazioni che nemmeno possono essere spiegate tanto è la loro complessità.

Andiamo in trasferta e speriamo che ancora una volta questa meraviglia della natura ci regali momenti di grande intensità.

Spero di tornare con un nuovo bagaglio di esperienze e qualche lucidità in più.



"Ho visto gente andare, perdersi e tornare e perdersi ancora e tendere la mano a mani vuote e con le stesse scarpe camminare per diverse strade o con diverse scarpe su una strada sola."