giovedì 29 aprile 2010

10 cose che ho imparato sul vino in un anno di blog

Prendendo spunto da Andrea Scanzi anche io scrivo le 10 cose che ho imparato durante il primo anno di vita di questo blog.

1) Il vino è una cosa dannatamente seria ma se ne parli in maniera seriosa lo rendi insopportabile.

2) Andare per cantine e degustare il vino tirato fuori direttamente dalla botte è un'esperienza che cambia completamente le proprie idee su questo mondo; per inciso, la Borgogna è il paradiso dell'etilomane.

3) Musica e vino si sposano in maniera sublime.

4) Cibo e vino si sposano in maniera sublime. Dunque il vino è nei migliori dei casi un fedifrago, nei peggiori un poligamo. Se ne avete voglia denunciate la cosa alla Procura della Repubblica, in tal caso dopo preparatevi all'arrivo di signori con il camice bianco che provvederanno a portarvi via.

5) Il vino come le persone si evolve, spesso torna indietro, sovente peggiora, in alcuni casi diventa migliore.

6) Gli italiani hanno ancora molto da imparare dai francesi. Si lo so, una cosa del genere scatena polemiche di ogni sorta. Ma purtroppo è così, fa rima e c'è. Stacce.

7) Ancora oggi, dopo tante degustazioni continuo a pensare che il Pinot Nero sia la migliore uva del mondo. La più bella descrizione è quella di Miles, peraltro il libro è molto meglio del film.

8) Al Vinitaly si entra verticali e si esce orizzontali, spesso accompagnati da personale sanitario specializzato. Inoltre Carlo dovrebbe smetterla di bere certi bianchi del Trentino. Temo però che non riuscirò mai a convincerlo.

9) Considerate le visite ed i commenti che accompagnano ogni singolo post, direi che di questo blog non frega una mazza a nessuno e sto seriamente pensando di chiuderlo e tenermi per me le mie stramberie.

10) Oggi, più che mai, continuo a diffidare degli astemi. Dovreste farlo anche voi.

lunedì 26 aprile 2010

Riesling Schlossberg 2003, Domaine Weinbach, Colette Faller

La degustazione di questo vino potrebbe essere divisa in due parti: la prima, appena aperta la bottiglia. Vino totalmente chiuso, pochissimi odori, pochissimi sapori. La sostanza si sentiva ma era molto flebile, diciamo. La cosa mi aveva molto colpito e la mia conclusione era che fosse ancora troppo giovane.

La seconda parte invece il giorno seguente. Era rimasto un piccolo fondo e appena versato nel bicchiere ha tirato fuori caratteristiche molto interessanti, tipiche di questo genere di vino.

Rosmarino e pesca, accompagnati forse da alcool troppo marcato ma che comunque non copriva mai il frutto. Al naso poi un sentore aromatico che mi ha sorpreso, impensabile il giorno prima.

Stiamo parlando di un produttore molto famoso nella zona, biodinamico fino all'integralismo.
La conclusione è che ancora una volta questa prova ha dimostrato che i vini alsaziani sono forse i più grandi bianchi di invecchiamento in circolazione.

Appunto per la prossima volta: metterlo in caraffa un paio d'ore prima di provarlo.
Un vino del genere lo vedrei benissimo con quelle meravigliose torte salate alsaziane che pare siano davvero buone.

venerdì 23 aprile 2010

Jazz per il calice

Non so quale sia la vostra opinione in proposito ma per come la penso io, la musica che maggiormente si avvicina al concetto del vino è proprio il jazz. Senza nessuna ombra di dubbio.

Perché il jazz? Molto semplice, si tratta di una musica che è riuscita, più di tutti gli altri generi, a elaborare in maniera elastica e varia le regole che si è data. Forse il motivo è storico: il jazz nasce senza spartito, con la sola improvvisazione o forse le ragioni sono altre. Certo è che stiamo parlando di un ritmo quasi magico.

Esattamente come il vino questo tipo di musica (e solo questa direi) riesce sempre a stupirti. Quando pensi sia finita ecco che riparte una scala, un arpeggio, una modulazione particolare delle note in grado di lasciarti senza parole.
Esistono diversi generi di jazz, ciascuno con le proprie caratteristiche, così come esistono tante uve, riconoscibili tra loro per le diverse sensazioni che sono in grado di esprimere. A me le bollicine fanno pensare alla musica di Charlie Parker, scattante, veloce, a tratti quasi isterica.
I grandi rossi da meditazione invece ricordano quel jazz placido, calmo, malinconico, perfetto per alcune giornate molto particolari, Autumn Leaves per intenderci, con Miles Davis alla tromba.
I bianchi freschi invece, tipo alcune bottiglie della Borgogna, mi fanno venire in mente Herbie Hancock e il suo pianoforte brillante, rapido, quello di Cantaloupe Island ad esempio.

Stasera però ho in mente qualcosa di particolare che mi riporta ad un rosso vibrante e quasi passionale (non farò i nomi, dovete arrivarci da soli) che si abbina meravigliosamente con l'assolo di Kenny Garrett, uno dei miei sassofonisti preferiti.



Se avete voglia e tempo ascoltate anche la prima parte, la perfezione con la quale il suo sax si incastra con il pianoforte e il basso; esattamente come il vino quando pensi che il viaggio sia finito in realtà sei solo all'inizio e riprendi a salire e scendere, con nuove sensazioni, nuove emozioni. Fate attenzione all'ultimo minuto circa: il sax contralto ha un'estensione che va dal Si bemolle basso al Fa diesis due ottave e mezzo sopra, circa. Ecco, Kenny Garrett riesce ad arrivare ben oltre semplicemente modulando dall'imboccatura, in un certo senso armonizzando.

Bene, con il vino è proprio la stessa cosa: si può sempre andare oltre, basta lasciarsi trasportare.

Buon fine settimana a tutti. Abbiate cura di voi.

giovedì 22 aprile 2010

IndoVino

Tempo di una nuova rubrica per questo miserrimo blog.

Da oggi, una volta alla settimana verrà proposto una sorta di quiz etilico. Una serie di indizi dovranno condurvi, qualora siate in grado, alla soluzione.

Si chiamerà IndoVino.

In palio un bicchiere di vino che cambierà ogni volta. Qualcuno dirà che non si tratta di un premio ma di una punizione vista la mia presenza; obiezione sensata ma, come dire, il materiale umano è questo.

Ecco dunque la prima puntata:

"Una donna non italiana, sempre china sulla vigna, appassionata di fasi lunari, produce vini sopraffini. Come la puoi riconoscere? Da una coccinella."

Chi è? Dai che è facile.

Inviate le vostre risposte via mail o commentando il post. Chi vince si becca un bicchiere di vino francese.

martedì 20 aprile 2010

Slegati al Vinitaly (quinta ed ultima parte)

Al termine di questi meravigliosi giorni dunque ero pronto a partire alla volta di casa.

Per arrivare a Venezia dovevo prendere un treno fino a Mestre e da lì una navetta verso l'aereoporto. Mentre tornavo a casa riflettevo su tutte le cose capitate giovedì e venerdì, pensavo ai vini provati, a quelli che mi erano piaciuti, a quelli che mi avevano deluso alla comparazione con la Borgogna. Alla stazione di Padova prima di salutare Carlo ultimo siparietto:

C.: Guarda c'è un centesimo per terra, prendilo porta fortuna.
E.: Ne servirebbe molta.
C.: No veramente a te servirebbe proprio un miracolo.

Intanto mi aveva sorpreso un vento piuttosto forte, non fastidioso ma comunque persistente.

Proprio quella brezza che sferzava piacevolmente la faccia mi riportava alla mente le parole di Truman Capote quando descriveva i ricordi della sua infanzia di bambino affidato, dopo la morte prematura della madre, alla cura di due zitelle nel sud degli Stati Uniti.

Il vento -
diceva - siamo noi, raccoglie e ricorda tutte le nostre voci, poi le manda a parlare all'infinito fra le foglie e nei campi.

La chiamava "L'arpa d'era", espressione meravigliosa che solo una sensibilità del genere poteva tirare fuori.
Mi chiedevo se anche qui quel vento avrebbe raccontato di questi giorni, delle nostre risate, della delicata timidezza di Sara nel mettere il naso nel vino per annusarlo, del sorriso di Carlo gentile pure quando è incazzato nero, della pazienza del fratello che si è sciroppato quasi 200 km la prima sera per riportarci a casa e non ha nemmeno potuto bere, dei loro genitori così carini ed ospitali, della confusione del Vinitaly, della gente che si muoveva freneticamente tra i singoli produttori, dei discorsi assurdi, pazzi, e deliranti che io e Carlo abbiamo fatto in macchina ricordando, tra le altre cose, anche il precedente viaggio da quelle parti, due anni prima.

Finito il momento poetico mi sono ritrovato catapultato nella drammatica realtà dei trasporti italiani. L'aereo aveva 2 ore di ritardo e la situazione stava precipitando. Non arrivavano notizie positive ed io ero già pronto a passare le notte in loco quando per fortuna la situazione si è sbloccata.
Dovevo arrivare a Fiumicino alle 21, nei fatti ero lì alle 23. Di corsa per prendere l'ultimo trenino che partiva dall'aereoporto. La parola "treno" per un mezzo del genere è in realtà fuorviante. Stiamo parlando di un mezzo piombato probabilmente mai lavato dal momento del primo uso. Ovviamente non c'era la possibilità di comprare il biglietto: non funzionavano le macchinette e il controllore li aveva finiti.
E come faccio? gli ho chiesto.
Sali, se passa qualcuno lo compri lì altrimenti hai risparmiato.

Ottimo. Sempre meglio.

Dopo essere salito su questo trabiccolo mi sono seduto ben attento a toccare meno cose possibili.
A metà viaggio ha fatto la comparsa, insieme ai predoni che frequentano abitualmente quel mezzo, una figura leggendaria da quelle parti: il controllore al quale ho chiesto un biglietto.

C.: Sono 8 euro.
E.: 8 euro? Ma scusi non costava 5?
C.: Si, c'è stato un piccolo ricarico.
E.: Piccolo ricarico? Scusi anche io che in matematica avevo 4 riesco a capire che è più del 5o%. Se posso chiedere, quali sarebbero i motivi di questo aumento?
C.: Miglioramenti nel servizio.
E.: Miglioramenti? Cioè invece di prenderti il tifo vista la sporcizia rischi al massimo di beccarti un'infezione non letale?
C.: Faccia poco lo spiritoso e paghi.
E.: Ok.

Morale della favola alle 23,30 ero alla stazione Tuscolana. Mancava ancora un autobus per arrivare a casa. Tempo di attesa alla fermata 30 minuti, taxi in zona, non pervenuti. Ottimo, si utilizzano i piedi. Raccolte le ultime forze mi sono trascinato fino a casa sempre più convinto che un paese così, con una palese vocazione suicida, sia destinato all'autodistruzione e sempre più felice di poter, spero in pochissimi mesi, abbandonare questa nazione ormai clinicamente morta. Le parole di Jean-François Revel che nel suo saggio sul nostro paese diceva che l'Italia è una nazione meravigliosa per andarci in vacanza ma terribile per viverci erano sempre più una drammatica e triste conferma della realtà.

Poco dopo la mezzanotte ero finalmente a casa, distrutto come poche altre volte in vita mia e ridotto talmente male che al confronto i Boat People erano modelli di alta moda.

Un fastidiosissimo mal di stomaco mi tormentava anche dopo una doccia chimica al napalm.
Pochi minuti prima dell'una ero a letto. Anche questa era fatta.

Mentre tentavo di addormentarmi, la canzone degli Squallor mi girava in mente: mamma mia.. aaah.. che domani è un'altra giornata, domani è un'altra giornata uaahh...
piove pure fuori...

(fine)



"Caro amico ti scrivo così mi distraggo un po' e siccome sei molto lontano più forte ti scriverò. Da quando sei partito c'è una grossa novità, l'anno vecchio è finito ormai ma qualcosa ancora qui non va. [...]
L'anno che sta arrivando, tra un anno passerà e mi sto preparando, è questa la novità."

domenica 18 aprile 2010

Ceretto Langhe 2009, Blangé

Lo ammetto: mi sono fatto condizionare dall'etichetta che mi piaceva, dal fatto che da parecchio tempo volevo provarlo e da una passione che ho per i bianchi piemontesi spesso messi in ombra dai ben più famosi rossi.

Ecco, mi aspettavo qualcosa di meglio sinceramente.

100% arneis, appena aperto un bel profumo di mandorla e pesca. In bocca il nulla, o meglio, molto poco. Ananas e crosta di pane ma, come dire, con molta fantasia.

Il peggio deve ancora arrivare: riprovato il giorno dopo è completamente decaduto. Non si percepiva quasi più niente.

Un vino fresco, da aperitivo ma nulla di più.

sabato 17 aprile 2010

Slegati al Vinitaly (quarta parte)

Dopo essere svegli praticamente dalle 7, non avendo dormito più di 5 ore la notte precedente e dopo un'intera giornata passata a bere e a camminare tra i vari produttori della fiera potete immaginare con quale spirito fossi in procinto di andare a vedere uno spettacolo in dialetto veneto.

Nello specifico si trattava de "La bisbetica domata" di Shakespeare: tutto molto bello, Natalino Balasso veramente bravo ma in pratica non ho capito una mazza. Sarebbe interessante capire l'origine del veneto, sicuramente non deve essere di ceppo indoeuropeo.

A metà spettacolo la palpebra iniziava a calare pericolosamente e lo stesso Carlo praticamente sdraiato sulla poltrona dimostrava evidenti cenni di cedimento.

Al termine ci siamo mossi per raggiungere Sara, per fare cosa? Bere, ovvio. La birra in pratica mi usciva dalle orecchie ma ci sono proposte che non possono essere rifiutate pena il rischio di trovarsi la mattina successiva nel letto una testa di cavallo mozzata.

Per fortuna ho potuto addurre come scusa il fatto che guidavo io e questo mi ha consentito di bere solo una birra piccola. Carlo invece che butta giù alcool quasi fosse un camionista ceceno (con tutto il rispetto per i camionisti ceceni ovviamente) gli dava sotto a più non posso.

Al termine della serata volevo solo un letto per potermi spiaggiare modello cetaceo arenato.
Il giorno seguente era in programma l'ennesimo pranzo luculliano; tutto ciò dopo aver provato il famigerato spritz, questa sorta di creatura del demonio, metà prosecco metà aperol che inspiegabilmente sta prendendo piede pure a Roma. Mentre bevevo non potevo fare a meno di interrogarmi sul crollo verticale di cui ero protagonista in quel momento, passato da un Barolo di Elio Altare a questa bevanda dal colore inesistente in natura.

Alle 13,30 eravamo pronti a pranzare o meglio a massacrarci ancora una volta. Ho provato delle costolette spettacolari, altro che quelle del T-bone (che comunque sono di tutto rispetto). Purtroppo causa riempimento eccessivo dello stomaco, non sono riuscito a finirle ed ancora oggi rimpiango di aver lasciato a metà l'opera.

In tutto ciò alle 18 dovevo essere in aereoporto a Venezia. Per un attimo ho pensato veramente di perdere il volo e dunque di essere condannato a mangiare e bere in quel modo per tutto il resto della settimana. Saluti veloci a tutti, ringraziamenti, promesse strappate di vederci presto a Roma e poi di corsa verso Padova.

Il mio viaggio era finito o almeno così credevo, non immaginando minimamente quale odissea mi aspettasse per tornare a casa.

Questo racconto però sarà oggetto dell'ultima puntata di questo Vinitaly 2010.

(continua)

venerdì 16 aprile 2010

Barolo Vigna Arborina 2005, Elio Altare

Che tra le donne e il vino vi sia un legame molto stretto non c'è dubbio. Che a ogni donna corrisponda una determinata uva è ormai chiaro.

Per esempio ho sempre avuto l'impressione che i vini toscani (che personalmente non amo molto) siano come quelle ragazze appariscenti, truccate in maniera molto pesante, eccessiva, fastidiosa, volgare.

Il Barolo invece (in Italia il mio preferito) mi ricorda quelle donne belle, raffinate, eleganti, capaci di stupirti in ogni momento.

Bevendo questo Barolo di Elio Altare al Vinitaly ho avuto proprio questa impressione. Grandissima materia ma bilanciata, mai violenta sulla lingua, molto delicata. Un equilibrio davvero eccezionale.
In bocca sapore di liquirizia con un finale lunghissimo di more. Vino potente (la resa è molto bassa) ma di una raffinatezza veramente unica.

Tannino ancora presente, cosa normale vista la giovane età (stiamo parlando di un vino che invecchia tantissimo) ma comunque mai fastidioso.

Difetti? Difficile trovarne, magari il prezzo veramente alto (a Roma in enoteca si trova a 100 euro a bottiglia).

Dite che sono parziale? Forse ma non posso farci nulla: davanti al Barolo mi commuovo.

giovedì 15 aprile 2010

Slegati al Vinitaly (terza parte)

Come già detto la giornata al Vinitaly merita un capitolo specifico ed eccovi serviti.

Siamo partiti verso le 8 di mattina da casa di Carlo per andare a prendere il treno che puntualmente abbiamo perso. Non avendo alternative abbiamo optato per la macchina sperando di non fare i conti al ritorno con il signor palloncino alias etilometro.

Intorno alle 10 eravano in loco ma prima di iniziare le degustazioni dovevamo assistere alla presentazione di un libro su alcuni itinerari enogastronomici nel Veneto che citava, tra gli altri, il mitico ristorante del papà del polentone. A moderare il dibattito un famosissimo giornalista del settore, di cui è meglio non fare il nome, da vicino più brutto di una cambiale protestata, un misto tra Nosferatu e Yoda. Eravamo in prima fila grazie a Carlo che faceva il falso invalido. Al termine eravamo pronti per dare inizio alle danze.

Io e Carletto sembravamo due scolaretti, di quelli noiosi e precisi che vogliono dimostrare a tutta la classe quanto sono bravi. Avevamo preparato un elenco ragionato dei produttori da testare: dopo i primi due il nostro livello si era abbassato da studenti secchioni a studenti di medio livello; dopo circa 2 ore eravamo due somari che vagavano per la fiera senza una meta precisa. Bisogna ammetterlo: avevamo totalmente sbragato.

Grazie a importanti conoscenze e a Carlo che provocava pena nelle persone viste le sue stampelle, siamo riusciti ad accedere ai produttori famosi: Bellavista (che sembrava una discoteca con tanto di buttafuori) per esempio dove, cosa molto singolare, non erano presenti le consuete sputacchiere. Abbiamo provato l'intera gamma dei loro spumanti al termine della quale avevo la vista doppia.

Cinque minuti dopo eravamo da Contadi Castaldi e pure lì abbiamo degustato praticamente tutto.
Verso le 16 il Vinitaly si era trasformato in un gigantesco set di un film di Romero, le persone barcollavano quasi fossero zombie alla ricerca di carne fresca. Carlo era chiaramente provato dalle stampelle e dall'uso smodato di panini con la cotoletta di cui, come Rezzonico con il ghiacciolo al tamarindo, è particolarmente ghiotto.

Nel tardo pomeriggio eravamo in macchina per tornare verso casa: Carlo non lo sa ma ero pronto a forzare gli innumerevoli posti di blocco della polizia municipale pur di non subire l'onta dell'etilometro.

La sera ci aspettava Natalino Balasso a teatro con uno spettacolo in dialetto veneto.

Ma di questo parleremo la prossima volta.

(continua)

mercoledì 14 aprile 2010

Slegati al Vinitaly (seconda parte)

Eravamo rimasti alla prima sera a Padova dunque. Ogni cena con Carlo prevede sempre un aperitivo prima. Iniziamo a tenere il conto perché a fine serata sarà importante: primo bicchiere di vino bianco, un gewurtraminer insolitamente buono per essere italiano; infatti era alsaziano.

Mentre bevevo intorno a me gli altri parlavano una lingua incomprensibile. Inizialmente pensavo fosse il vino ad ottenebrare le mie capacità di comprensione, solo dopo ho capito che il dialetto veneto è uno degli idiomi più complicati del nostro Stivale. Il proprietario mi guardava in modo strano quando tiravo fuori inflessioni romane e ho capito che forse gli ero simpatico quando mi ha detto che gli ricordavo Luca Laurenti. In realtà ancora adesso non so se prendere la cosa come un complimento.

Dopo l'aperitivo ci siamo seduti a tavola: Amarone 2005 di Allegrini (deludente) con uno stinco spettacolare, bicchiere di vino dolce e una sorta di liquore alla liquirizia.
Dopo alcune ore di viaggio iniziavo già a sentire la fatica ma quei due non erano ancora paghi e allora hanno proposto di andare a prendere una "giraffa". Ingenuamente convinto si riferissero a una ragazza con il collo piuttosto lungo, ho scoperto pochi minuti dopo che in realtà si trattava di una caraffa di birra da 3 litri. Per farla breve a pochi minuti dalle 2 avevo la testa come una casseruola.

Totale dell'intera serata: un bicchiere di gewurztraminer, una bottiglia di Amarone in 4, un calice di vino dolce, cosa nera alla liquirizia e tre litri di birra in 3. Ho visto cose che voi umani non potete nemmeno immaginare, altro chei bastioni di Orione o le porte di Tannhauser.

Penso di aver dormito non più di 5 ore e il giorno dopo ci aspettava l'intera giornata al Vinitaly.
La mattina dopo sembrava che un'intera squadra di rugby mi avesse gonfiato di botte e non escludo sia successo veramente dal momento che ho ancora oggi un buco nella memoria di diverse ore. Ricordo solo che il fratello di Carlo in macchina ad un certo punto mi ha chiesto di passargli la Coca Cola.

Zoppicando, strisciando e biscicando parole incomprensibili alle 8 circa eravamo pronti a partire per Verona.

Per descrivere l'intera giornata però è necessario un capitolo specifico.

La prossima volta.

(continua)

martedì 13 aprile 2010

Il vino degli altri

[...] "Credo però, ora e sempre, al vino come compagno di viaggio. Come tramite per la conversazione, la conoscenza, il sapere. Come trip per la scrittura. Come amico fragile nell'inverno (e inferno) del nostro scontento.
Credo nel vino che invecchia con me, spero meglio di me.
Credo nel vino che, nei casi migliori, anche quando meno te l'aspetti, ha l'allungo degli assoli dei Lynyrd Skynyrd in Free Bird. L'equilibrio commovente dell'album d'esordio di Damine Rice. La progressione ampia e maestosa, dannatamente malinconica, fatalmente definitiva, delle trame di Sigur Ros.
Credo che il vino sia uno dei pochi vaccini al nichilismo.
Un viaggio sull'altalena. Un miraggio conosciuto. Quasi sempre un bel bere." [...]

Dal primo capitolo di "Il vino degli altri" di Andrea Scanzi.

Un libro davvero delizioso, appena uscito e letto tutto d'un fiato. Seguito ideale di "Elogio dell'invecchiamento" ma con un approccio migliore, più ironico, romantico, scanzonato, come piace a me.
Un viaggio nei vigneti di tutto il mondo, dove ogni singola uva o bottiglia ha una sua storia, una sua particolarità. Ogni capitolo è alternato ad una digressione nelle produzioni italiane, quasi a tracciare un filo immaginario che in qualche modo lega il vino di tutto il mondo. Spiegazioni teniche si incastrano alla perfezione con battute fulminanti.
Alla fine c'è anche un test per vedere a quale stile si appartiene, se Bordolese o Borgognotto.
Bellissimo.

P.S.
Io credo nel vino che come le persone può stupirti, deluderti, farti innamorare, farti soffrire, renderti felice, farti cambiare e lasciarti in bocca un sapore di altri tempi che non ti abbandona mai.



The Blower's Daughter

lunedì 12 aprile 2010

Slegati al Vinitaly 2010 (prima parte)

Che questo breve viaggio sarebbe stato particolarmente movimentato, a tratti isterico negli spostamenti, lo avevo capito ancora prima di partire. Il giorno prima dell'aereo arriva una mail: perché non vieni a trovarmi domani mattina? Così parliamo di alcune di cose.

A poche ore dal volo dunque, di corsa verso il centro per una conversazione che mi ha catapultato improvvisamente nel dopo.

Se queste sono le premesse, mi dicevo tra me e me tornando a casa in scooter, figuriamoci i prossimi giorni. Avevo azzeccato in pieno la previsione.

Arrivato a Fiumicino con un leggerissimo anticipo modello Fantozzi, mentre aspettavo l'imbarco ho ingannato l'attesa al Frescobaldi Wine Bar per provare il loro spumante brut. Vicino a me era seduto un ingegnere di Denver che, al terzo bicchiere di rosso e chiaramente alticcio, ha iniziato a chiedermi informazioni prive di senso e a prendermi in giro per Mr Berlusconi. Cominciamo bene.

Volo tranquillo eccezione fatta per il solito bambino che strillava come un'aquila, questa volta però puntualmente neutralizzato grazie ai proverbiali tappi auricolari acquistati prima di partire. Per la serie, la prima volta m'hai fregato la seconda no.

A Venezia giovedì c'era una giornata meravigliosa e in breve sono arrivato a Padova dove alla stazione mi aspettava uno strano personaggio con delle stampelle fucsia molto gaie. Non passava certo inosservato tra la folla: era il polentone padano con il quale mi apprestavo a passare un tranquillo week end di paura. Insieme a lui era presente un altro losco figuro del quale ho sempre avuto timore, consapevole che quando carletto e lui sono insieme non si integra la fattispecie dell'associazione a delinquere solo perché per questa è prevista la presenza di minimo 3 persone. Nei fatti però con loro il rischio del massacro etilico-gastronomico è sempre dietro l'angolo.

Ecco, erano circa le 19,20 e subito ci siamo diretti al ristorante per aperitivo e cena.
Di quello che abbiamo mangiato e di tutto il resto però vi dirò la prossima volta.

(continua)

domenica 11 aprile 2010

Amarone 2005, Allegrini

In attesa di un dettagliato resoconto delle mie giornate beccatevi questa recensione di un vino bevuto la prima sera.

Premessa: fino all'anno scorso non conoscevo molto bene l'Amarone, gravissima pecca dal momento che stiamo parlando, almeno a mio avviso, di una delle migliori eccellenze enologiche del paese. Stiamo parlando, per intenderci, di un vino capace di esprimere delle sensazioni che probabilmente solo il Barolo (il mio vino italiano preferito) è capace di sprigionare.

Giovedì sera abbiamo provato l'Amarone di Allegrini, uno dei produttori più famosi della zona.
Lo dico subito: considerato il prezzo piuttosto alto (siamo intorno ai 70 euro ma è mia convinzione che a Roma sia anche più caro) mi ha un po' deluso. Intendiamoci, livello comunque molto buono ma svantaggioso nel rapporto qualità\prezzo.

Appena aperto era totalmente chiuso; una volta scaraffato ha iniziato ad evolvere. More e tabacco al naso mentre in bocca note speziate. Colore rosso molto intenso.
Tannino bilanciato ed alcool che si è smorzato dopo qualche minuto.

Senza dubbio parliamo di un vino ancora giovane (il legno si sentiva tutto) ma sinceramente mi aspettavo più materia e più potenza e soprattutto mi aspettavo molto più equilibrio.

Non ha fatto impazzire nemmeno Carletto, il vero esperto di Amarone.



Sad eyes

Agrodolce (Mr Jones)

Tornare al Vinitaly dopo qualche anno è stato come entrare nella macchina del tempo. Una strana sensazione, agrodolce, pungente.

Il tempo di raccogliere le idee, i pensieri e le considerazioni e avrete tutti i dettagli di queste giornate in Padania. Per ora devo solo riprendermi da un viaggio di ritorno allucinante, nel senso letterale del termine.

A prestissimo.

mercoledì 7 aprile 2010

The world we love

Ancora la valigia da fare, ancora in partenza, ancora in missione per conto di Dioniso. Rispetto all'altra volta molti dubbi sono rimasti, altri sono spariti, altri ancora hanno fatto la loro comparsa.

Questa volta tocca all'Italia; vado a ricongiungermi con il mio fratello diVino (avete capito bene, noi non siamo fratelli di latte ma di vino) e ci aspettano un paio di giorni niente male.

Vinitaly 2010, per vedere come è stata l'ultima annata, fare un confronto con quella appena trascorsa e provata poche settimane fa in Borgogna e consumare discrete "magnatone".

Al mio ritorno ovviamente ampio resoconto che, credo, sarà notevole considerati i soggetti protagonisti.

A domenica dunque, se non finiamo all'ospedale prima.


domenica 4 aprile 2010

A voi v'ha salvato la Basaglia (cit.)

In un normalissimo supermercato di periferia mentre compravo l'acqua oggi ho scoperto che La Segreta di Planeta 2008 viene venduto alla cifra di 9,63 euro.

Si tratta di un vino al quale sono molto legato proprio perché è stato una delle prime bottiglie aperte da quando ho inziato ad appassionarmi a questo magico mondo; ricordo ancora quando durante le nostre prime bevute certificavo con certezza (ero in realtà molto insicuro) la presenza di sentori di ananas. Qualcuno per far finta di capire qualcosa di vino mi dava subito ragione senza in realtà sentire un tubo. In ogni gruppo c'è sempre il cialtrone o la cialtrona, l'essenziale è capirlo per tempo.

Detto questo però bisogna chiarire che si tratta comunque di un vino che negli ultimi anni (a mio parere, ovvio) ha molto abbassato la sua qualità e che in ogni caso rappresenta il prodotto base di questo produttore. Ora, in Borgogna ho provato dei bianchi strepitosi a 4 euro a bottiglia e in tal senso i nomi potrebbero essere tanti proprio a dimostrare la differenza tra la Francia e noi nel rapporto qualità\prezzo.

La domanda è: perché dovrei comprare La Segreta a quasi 10 euro quando posso provare un Borgogna bianco a 4-5 euro nettamente superiore?

Non ci siamo proprio.

P.S.
Buona Pasqua a tutti quelli (molto pochi evidentemente) che leggono questo blog e che magari ne traggono qualche beneficio o comunque divertimento.

venerdì 2 aprile 2010

giovedì 1 aprile 2010

Scene di vita vissuta

Luogo: cena etilica (la stessa del Corton Charlemagne), eravamo in 7.

Il mio maesto etilico (chi legge questo blog e mi conosce sa a chi mi riferisco) caccia fuori l'asso di bastoni (con rispetto parlando): un Clos Vougeot, Domaine Arnoux del 1996 preso direttamente da quello che io chiamo il monolito della sapienza (vedi 2001: Odissea nello spazio) e che purtroppo non vedevo da anni.

Lo proviamo: potenza pazzesca, esplosione di profumi di ogni tipo. Solo io e lui sembriamo però di questo avviso. Gli altri ci guardano molto perplessi, soprattutto il fratello:

P. (con quel tono semiserio che solo lui può utilizzare) : sentite che potenza? Lo sentite il tartufo bianco? Ora si sta completamente aprendo.

F. (facendo chiaramente ironia) : 'mazza, si sente proprio tutto.

P. (replicando ancora) : guarda che è pazzesco, non sentite? Vero Enrico?

Io: assolutamente, grandissima materia.

F. : veramente io sento qualcosa ma per il resto molto scialbo, senza sostanza, sembra "acquetta"

Cala il gelo in sala, io e P. ci guardiamo fissi per 10 secondi, lui annusa ancora il bicchiere, alza la testa e proclama con aria molto seria, piccato:

P. : ennò, così non va bene, rispetto per il Clos Vougeot '96.

Risata dei commensali.

Non hanno colto che il momento era davvero dannatamente serio.



"Se mai qualcuno capirà, sarà senz'altro un altro come me."

Più chiuso del...

Il Corton Charlemagne 2002 di Rapet ha vinto diversi premi alcuni dei quali davvero importanti. Quello di ieri sera però era ancora molto chiuso.

Intendiamoci, la potenza c'era tutta e dopo due ore dall'apertura della bottiglia iniziavano a sentirsi i profumi tipici di questa meraviglia ma era ancora troppo giovane, decisamente troppo giovane. Vaniglia e fiori di campo, uniti a un lontano sapore di mollica di pane.

Parafrasando Miles in Sideways si potrebbe dire che questo Corton era "più chiuso del culo di una suora ma con grande potenza".

C'è ancora da aspettare parecchio dunque.