giovedì 29 dicembre 2011

Muffato della Sala 2006, Antinori

Tornati dalla tre giorni natalizia? Vi siete ingolfati di cibo? Avete bevuto? Soprattutto, avete bevuto bene?

Personalmente ho degustato diverse cose interessanti, una di queste, il Muffato della Sala. Si tratta di un vino bianco dolce molto famoso, non solo in Italia.
Il Muffato della Sala è prodotto con uve botritizzate raccolte agli inizi di novembre, per favorire lo sviluppo della Botrytis Cinerea o "muffa nobile" sui grappoli. Questa muffa riduce il contenuto di acqua dell'uva e ne concentra zuccheri e aromi, conferendo al Muffato della Sala un gusto inconfondibile.

La degustazione di questa bottiglia si potrebbe dividere in due fasi, la prima la sera in cui il vino è stato aperto. In quel momento ha tirato fuori poche cose interessanti, l'impressione era di un vino completamente chiuso proprio perché troppo giovane.

La seconda parte della degustazione invece ai è sviluppata il giorno seguente. La bottiglia è rimasta aperta tutta la notte e quando l'ho riprovata era completamente diversa. Credetemi, un altro vino. Complesso, lungo, articolato.

Al naso datteri, uva passa e tanto, tanto miele. Pesca nel finale e molto bello anche il colore, un giallo molto intenso.

In bocca ancora meglio, prima di tutto lunghissimo e non solo, davvero complesso nel gusto. Lo zucchero è bilanciato e non infastidisce, lo stesso per l'alcol.

Tempo fa qualcuno mi aveva parlato del Muffato della Sala come di uno dei migliori bianchi nel panorama italiano; non ho idea se questo sia vero ma sicuramente stiamo parlando di un'assoluta eccellenza.

Abbinamento perfetto? Con il foie gras di cui ho fatto scorta a Parigi in previsione delle vacanze di Natale!

Aretha Franklin, I say a little prayer.

mercoledì 21 dicembre 2011

Barolo

A Bruxelles ho lasciato così tanti ricordi e tra gli altri le mitiche serate con la Squadra etilica al completo, sempre pronta ad organizzare degustazioni clamorose.

L'assassino torna sempre sul luogo del delitto e dopo tutto la "ridente" città belga è a poco più di un'ora di treno veloce da Parigi. Potevo secondo voi perdermi una mega degustazione di Barolo organizzata da questi signori?

Tutto il mandamento al completo era presente. Momenti di grande emozione.

Cosa abbiamo provato vi chiederete voi? Ecco la risposta dico io:

1) Roero arneis Bruno Giacosa 2006: acidità tipicamente italiana sia al naso che in bocca, sottofondo di banana e finale di miele. Niente di speciale onestamente.

2) Barbaresco Sorì Paolin, Cascina Luisin 2006: appena versato bomba di legno al naso. In bocca discreta acidità ma poco complesso, a tratti piatto.

3) Barbaresco Pio Cesare 2004: produttore conosciuto in tutto il mondo. A differenza di Spinaceto, pensavo meglio. Legno pure qui. Tannino eccessivo e troppo alcol sia al naso che in bocca.

4) Barbaresco Pajore Sottimano 2007: produttore che non conoscevo e che mi ha davvero sorpreso in senso positivo. Bellissimo sentore di more e frutti neri in generale. Grande intensità sulla lingua, finale di rosa ed amarena. Davvero una bottiglia interessante. Bella anche la lunghezza, con licenza parlando.

5) Barbaresco Cotta' Sottimano 2007: bouquet veramente intenso e grande complessità; amarena nel finale. Ancora chiuso purtroppo.

6) Barbaresco Currà Sottimano 2007: il migliore dei tre. Bellissimo al naso ed in bocca. Alla cieca avrei detto un vino francese.

7) Barbaresco Coparossa Bruno Rocca 1997: vino in potenza incredibile, potente, delicato, raffinato. Purtroppo ancora chiuso e dunque difficile dare altri giudizi.

8) Barbaresco Rabaja, Bruno Rocca 1996: ottima materia ma ancora dannatamente chiuso. Amarena in bocca, ancora rosa al naso. Davvero un ottimo vino, si vedeva la mano del grande produttore.

9) Barbaresco Paje Roagna 1997: troppo chiuso per dare un giudizio definito.

10) Barbaresco Asili Bruno Giacosa 1998: rose e tartufo bianco. Forse un po' corto ma comunque davvero potente in bocca.

11) Barolo Falletto Bruno Giacosa 1998: bella bottiglia ma vino ancora chiuso (elemento costante di tutta la degustazione).

12) Barbaresco Il Bricco Ceretto 2004: bel sapore di frutti neri e tartufo; peccato per un eccessivo uso del legno che dopo qualche sorso infastidisce.

Al termine della degustazione i pensieri erano generalmente confusi (il motivo potete intuirlo da soli) ma una cosa era chiara: il barolo rappresenta un'assoluta eccellenza etilica italiana che però ha necessariamente bisogno di molti anni per iniziare ad esprimere le proprie caratteristiche e soprattutto bisogna avere la pazienza di cercare produttori magari meno conosciuti ma in grado di esprimere meglio dei soliti noti la potenza ed il valore di questa meravigliosa zona etilica del Nostro Paese.

Al ritorno ho davvero benedetto il servizio taxi di Bruxelles.

Coldplay, In my place.

P.S.

Qualora non ci dovessimo sentire nei prossimi giorni, tanti auguri di buon Natale a chi legge questo misero e squallido blog. Passate le feste con le persone a cui volete bene e condividete con loro anche la gioia di una bella bottiglia di vino. Quale momento migliore?

giovedì 15 dicembre 2011

Quando le parole non bastano

Ci sono dei vini che pur volendo non puoi descrivere tanta è la loro complessità e bellezza. Qualunque parola sembra riduttiva. Non sto esagerando, sto semplicemente parlando del Vouvray Premiere Trie Moelleux 1996, Domaine Huet.
Ero a fare la spesa, avevo adocchiato dei meravigliosi ravioli con il foie gras fatti a mano e mi chiedevo quale bottiglia potesse abbinarsi ad un piatto di questo tipo.

Inizialmente la mia scelta si era mossa verso un altro pezzo da novanta, Rangen de Than di Zind Humbrecht, perfetto con questo genere di pietanza. Purtroppo (o per fortuna) era finito e dunque ho deciso di optare per il vouvray.

Che volete che vi dica? Non avrei potuto fare una scelta migliore. Un'autentica meraviglia. Intanto il colore, un giallo scuro stupendo, intenso, profondo. Al naso immediati sentori di miele, rosmarino, mela; talmente complesso che risulta difficile distinguere tutto quello che viene fuori dal bicchiere; un continuo susseguirsi di odori ed emozioni diverse che lasciano stupiti.

In bocca sublime, dolce al punto giusto, alcol praticamente inesistente, delicato, con un'acidità meravigliosa. Grasso ma mai fastidioso e lunghissimo sulla lingua. Più lo bevevo e più mi stupivo anche in considerazione che siamo davanti ad un vino ancora completamente chiuso e molto sotto le sue reali potenzialità. Un fantastico giovanotto che ha ancora tantissimo da dire a chi avrà la pazienza di aspettarlo.

Huet si conferma un produttore come pochi al mondo (non ho timore di essere smentito) capace di trattare le uve in maniera unica.

L'Italia è lontana e ha ancora tanto da imparare.

Che cosa meravigliosa il vino.

REM, Discoverer.

domenica 11 dicembre 2011

In onda

Eccoci qua, di nuovo operativi finalmente.

Come ebbe a dire un grande uomo, dove eravamo rimasti? Ah si, a me che ero scomparso causa trasloco e cambio di città. Riprendiamo il filo da quel punto, o quasi.

Dovete sapere che una delle grandi fortune (ma che sta diventando anche la mia condanna!) di lavorare a cinque minuti a piedi dal famoso Le Bon Marché è rappresentata dal fatto che all'ora di pranzo o la sera prima che chiuda, si può correre in quel paradiso per rifugiarsi tra meraviglie gastronomiche senza pari. Si può addirittura incontrare nel fornitissimo reparto dei vini (prezzi più onesti di Roma) Gerard Depardieu e conversare con lui di Borgogna bianco e dell'annata 2010 in Italia.

Tra una chiacchiera e l'altra ho ritrovato nello scaffale del Sud della Francia il mitico Quadratur, un vino provato diversi anni fa che mi aveva davvero lasciato senza parole per complessità e struttura. In realtà il produttore ha nel suo arsenale etilico una serie di bottiglie strepitose, penso al suo bianco (di cui presto vi parlerò) ed al suo vino dolce. Un viticoltore stranamente poco conosciuto che supera di gran lunga molti suoi colleghi blasonati del sud della Francia.

Il Quadratur provato era il 2008: appena aperto, seppur ancora molto giovane e chiuso, autentica esplosione di prugna e frutti di bosco. Bellissimo il sentore di tabacco e pepe nero.

In bocca è complesso, strutturato, si vede chiaramente che un sapiente conoscitore della vigna ci ha messo le mani. Tannino molto tenute, che svanisce in breve tempo e un finale di alcol che sicuramente andrà sfumando nei prossimi anni.

Un vino potente, perfetto per gli amanti di sapori forti. Siamo anni luce dalla finezza del pinot nero ma questo nulla toglie al valore assoluto di questa meraviglia.

Prezzo in Francia 25 euro. Ben spesi.

Francesco De Gregori, Generale.

sabato 3 dicembre 2011

Sono ancora qua

Avete ragione, sono scomparso ma non per colpa mia. Il cambio di città si è portato dietro una serie di scocciature che peraltro non sono ancora finite. A casa internet non è stato ancora installato (ma ci siamo quasi) e quando tutto sarà pronto potrò tornare nuovamente in pista.

Vi vorrei raccontare della vita in questa nuova città, delle mie prime impressioni, di quanto Bruxelles (alla quale sono comunque molto legato per tutta una serie di motivi) possa sembrare piccola al confronto (ma la cosa era evidente prima ancora di cambiare "zona").

Vi vorrei raccontare di un po' (molti) vini bevuti, alcuni di questi veramente incredibili.
Vi vorrei raccontare dei luoghi dove poter bere queste bottiglie, dove comprarle, dell'atmosfera scanzonata, divertente, a tratti surreale che si respira in certe enoteche, in certi negozi di vini.
Certe volte mi ritrovo a guardare questo spettacolo con gli occhi di un bambino. Ci sarà modo, promesso. Ho preso molti appunti, fatto diverse riflessioni e segnato tutto.
A presto spero, intanto voi non smettete di bere bene e di ricordare ogni singolo momento che ha fatto da cornice alla bottiglia che avete provato. Alla fine della fiera il vino è qualcosa di magico e ci piace anche (soprattutto) per questo.

Alla salute!

Louis prima, Angelina.

sabato 12 novembre 2011

Taurasi Radici riserva 1998, Mastroberardino

Eccomi nuovamente da queste parti: chiedo a scusa a tutti se ho fatto passare un po' di tempo prima di scrivere ancora ma è stata una settimana davvero caotica. Parafrasando qualcuno, se vi dovessi dire quello che mi è capitato negli ultimi 10 giorni, andremmo a finire a domani.

Comunque, oggi vorrei parlarvi di un vino che ho bevuto di recente, potente ed elegante. Il produttore è ormai noto a chi legge da un po' di tempo questo mio misero blog. A mio avviso si tratta di uno dei migliori vinificatori di aglianico, un'uva che personalmente ho imparato ad amare nel corso del tempo: delicata ma allo stesso tempo esplosiva.

La bottiglia che ho provato poteva ancora aspettare qualche anno, l'aglianico invecchia meravigliosamente bene. Il naso era poco alcolico e caratterizzato da frutti rossi e pepe nero. Davvero notevole il finale di tabacco.

In bocca già abbastanza maturo ma dannatamente "giovanile". Questo Taurasi Radici pur avendo più di 10 anni saltava nel bicchiere come un ragazzino. Bello il sapore di more e ribes. Il tannino era ancora un po' fastidioso a conferma che qualche anno in più non potranno che renderlo migliore.

Una bottiglia che si beve velocemente, con grande facilità. Bella la sensazione di potenza che lascia in bocca. Provatelo con un arrosto e godetevi il momento.

Questa è l'eccellenza italiana di cui mi piace parlare.

Stefano Bollani, Figlio unico*.

*Carletto avevi ragione, è il brano migliore dell'album.

martedì 1 novembre 2011

Attacca la musica

"Such is the way of the world,
You can never know.
Just where to put all your faith
And how will it grow."


Il tono era serio, l'espressione del volto tesa ma triste, di chi sta per darti una brutta notizia ma non vorrebbe farlo.

Enrico hai parlato con il tuo superiore? Hai 5 minuti? Devo dirti una cosa.

La mia mente cercava di ricordare tutte le possibili cazzate fatte nel corso di questi mesi. Mi ripetevo che tutto sommato avevo fatto un buon lavoro, avevo lavorato sodo e ricevuto diversi complimenti. Cosa poteva giustificare una tale espressione del viso?

Mi hanno chiamato in questi giorni, da Quella parte hanno bisogno di persone. Noi abbiamo pensato a te.

Morale della storia, per chi non avesse capito, mi sposto ancora. Nei prossimi mesi (in realtà spero per molto di più) la mia città sarà un'altra. Un'ora e mezzo di treno veloce rispetto a dove mi trovo in questo momento. Voi chiederete: ma che relazione c'è tra questa notizia ed il tuo blog?
Prima di tutto: che cazzo di domande fate? Poi direi almeno due collegamenti: (1) questo spazio è anche parte della mia vita e con voi voglio condividerla. (2) il posto dove sto andando è sempre più vicino alla Borgogna.

Ovviamente questo blog sarà sempre aggiornato, verrete informati circa le degustazioni fatte che credo saranno molte nel posto dove mi sto per trasferire. Ho sviluppato una forma di dipendenza a scrivere di vino e non voglio certo rinunciare ora.

Mentre tornavo nel mio ufficio riflettevo su quello che mi era stato detto: maggiori responsabilità e più lavoro.

Ancora una volta la dannata paura di toppare.
Ancora una volta una nuova sfida davanti a me, da affrontare con decisione ma con umiltà, quella di sempre.
Ancora una volta sul campo a combattere per ogni singolo centrimetro.

Non è stato facile ad essere sinceri.

Di Bruxelles mi mancheranno le cene con i membri della Squadra, le degustazioni del sabato mattina con il club etilico, il patataro a Place Jourdan, il giovedì sera a Place Luxembourg, i tavoli de Le Corbeaux, i parchi dove andavo a correre, podcast nelle orecchie e tanti pensieri nella testa, le persone conosciute qua ma che porterò con me.

Grazie a chi a ha avuto fiducia in me, nei momenti più o meno felici, con piccoli e grandi gesti che non sono mai passati inosservati. Questo piccolo traguardo è anche merito vostro.

Grazie a chi ha creduto in me, ritenendomi degno di questo salto.

Grazie anche a chi non ha creduto in me, rovinando qualcosa di bello, rovinando tutto. Senza quello che ho passato ieri, non sarei quello che sono oggi.


Per Ultimo ma non certo per importanza (anzi) grazie a chi mi ha insegnato, con le parole ma soprattutto con i fatti, che un solo uomo, solo, con un paio di buste della spesa può fermare, pensate un po', i carri armati: è la sfida impossibile che invece è possibile, Signori miei.

Questa parte della mia vita, questa piccola parte...

venerdì 28 ottobre 2011

Nuovo Mondo

Consueta degustazione dai Pazzi (cit.) del sabato mattina. Questa volta il tema era vini dal Nuovo Mondo, dunque Nuova Zelanda, Cile, Argentina Sud Africa.

Non ero convinto, questo genere di bottiglie non mi hanno mai convinto ad essere sinceri: clima troppo caldo per coltivare certi varietali ma soprattutto sapori tutti molto simili, globalizzati direi, senza una propria identità.

I miei sospetti sono stati ampiamente confermati. Vini davvero di cattivo livello. Non vi farò nemmeno i nomi dei vini che abbiamo provato, non ne vale la pena e non li ho nemmeno segnati tanto pensavo che fossero di cattivo livello. Il loro sauvignon non mi piace, ha al naso sentori banali, piatti ed in bocca lascia questa sensazione di aspro e frizzante dovuta al processo di acidificazione che i produttori devono necessariamente compiere su questi vini. Il motivo? Il clima, il sauvignon è un'uva che ha bisogno di freddo e pure in Loira dove il clima è certamente più propizio non è possibile farla uscire come si deve ogni anno, figuriamoci in un paese, ad esempio, come l'Argentina dove il clima è certamente ben diverso.

Mentre provavo queste bottiglie, pensavo che sembravano vini italiani (soprattutto i bianchi). Questo dimostra chiaramente due dati inquietanti: (1) ormai gli italiani (non tuti ovviamente) hanno chiaramente scelto di produrre vini globalizzati. (2) non capisco per quale motivo il nostro bel Paese abbia imboccato questa strada che va verso la perdita di identità.

Alcuni vini erano talmente osceni che in quella occasione abbiamo coniato la categoria di "CE" aka chiavica eccezionale (chi riesce ad afferrare la citazione vince una bottiglia di vino).

Al ritorno in macchina la riflessione è stata unanime: torniamo il prima possibile in Borgogna.

Iggy Pop, The Passenger.

giovedì 20 ottobre 2011

Loira 2010

Come precedentemente detto, il fine settimana è sempre prodigo di degustazioni, per tutta una serie di motivi. Ogni volta si tenta di sperimentare bottiglie interessanti e devo dire che gli spunti non mancano mai.

Questa volta abbiamo aperto, fresco fresco di produttore, il vouvray del Domaine Huet, Le Mont Sec 2010.
Onestamente non mi aspettavo un vino già esplosivo, anzi a dirla tutta ero convinto che avremmo bevuto un vino completamente chiuso; ancora troppo giovane, pensavo, ed invece mi sono sbagliato, sottovalutando (ancora una volta e colpevolmente) la potenza di questo meraviglioso vinificatore della Loira.

Intendiamoci, la bottiglia era giovanissima e la cosa si notava immediatamente sia al naso che in bocca. Nonostante questo però il vino era già potente, dritto e molto raffinato. L'acidità, quella stupenda di Huet, la freschezza, tipica dei grandi bianchi di questa zona.
L'elemento di maggiore forza è la delicatezza che si incastra perfettamente con un finale di mela e miele.

Huet si conferma produttore ai massimi livelli.

U2, Sunday Bloody Sunday.

sabato 15 ottobre 2011

Ariecchime

Non sono scomparso, né sono deceduto in cirocastanze misteriose, gli alieni non mi hanno rapito per abusare sessualmente di me (almeno a me così pare); sono semplicemente molto impegnato con una serie di cose di cui presto verrete informati, miei carissimi 4 lettori.
Tra poco nuove degustazioni (il fine settimana è sempre prodigo delle stesse).

Per adesso beccatevi questo articolo che letto sul FT, interessante esperimento.

Passate un bel fine settimana.

sabato 8 ottobre 2011

Degustazioni a raffica

Giornate di degustazioni, perché alla fine della fiera, c'è sempre una buona ragione per provare dell'ottimo vino.
Prima di tutto, il passaggio a Roma, anche se per pochi giorni, ha facilitato gli esperimenti. Quando passi dalla tua città dopo tanto tempo, incontri tutte le persone che non vedi da mesi e allora niente di meglio di una bottiglia per celebrare. Alcune cose mi hanno meravigliato, forse perché non mi aspettavo niente di speciale. Il Vassallo 2008 Colle Picchioni ad esempio, vino rosso del Lazio provato all'enoteca regionale Palatium in Via Frattina, ristorante incredibilmente buono che consiglio a tutti, insuperabile nel suo rapporto qualità\prezzo.
Il Vassallo è composto dal classico blend bordolese che ovviamente gli conferisce potenza e struttura. Un vino ancora chiuso ma già capace di esprimere delle sensazioni che francamente non mi aspettavo. Morbido sulla lingua, con un tannino che all'inizio è forte ma poi svanisce in breve tempo. Bello il sapore fruttato e speziato. Al naso invece si sentono tutte le caratteristiche del taglio bordolese, ovvero prugna e ciliegia, con un bel finale di pepe nero.
Una bottiglia ancora molto giovane e che dunque lascia ben sperare quanto al suo possibile invecchiamento. Bella sorpresa dunque e non dite che ho i pregiudizi verso i vini italiani!

Il giorno successivo invece siamo passati alla Francia, per essere precisi alla Loira ed alla Borgogna. Prima di tutto abbiamo gustato un vino già provato in precedenza: La Lune 2009 di Mark Angeli. Un produttore strano che può anche non piacere. Siamo lontani dalla finezza di Huet o di Foreau ma non per questo le sue creazioni sono meno interessanti. Il vino di Angeli è potente, esplosivo, violento a tratti, spesso poco bilanciato, dirompente direi ma alcune volte fuori controllo. Il 2009 provato era ancora totalmente chiuso ma talmente forte da esprimere già un sentore di miele. Bella l'acidità ma senza dubbio occorre aspettare molto più anni per apprezzare un vino di questo tipo. L'abbinamento con i formaggi a pasta dura però era azzeccato.
Dopo la Loira ci siamo spostati in Borgogna per testare l'evoluzione di un vino già provato qualche mese fa con il mio amico ex astemio che io ho convertito al culto etilico. Bourgogne Blanc 2008, Domaine Ballot Millot. Siamo davanti ad un vinificatore di primo livello capace di creare prodotti che però hanno bisogno di invecchiare moltissimo. La prima volta in cui ho provato questa bottiglia mi era sembrata completamente chiusa. Non si sentiva assolutamente nulla né al naso né in bocca. Questa volta invece è stato davvero interessante vedere come già a distanza di qualche mese le cose siano cambiate, non molto, ma comunque cambiate. In bocca l'acidità era ancora talmente forte da coprire tutto il resto ma il naso era incredibilmente esplosivo. Una bellissima mineralità (il famoso odore di pietre per il quale tutti mi prendono in giro) ed interessante anche il sentore di torba. Il colore è quello del borgogna bianco: un giallo brillante, chiaro, dato anche dalla giovane età.

Stranamente è piaciuto più a me che alle persone che mi facevano compagnia al tavolo. Non ho ben capito il motivo.

Frankie HI-NRG MC, Rap Lamento.

sabato 1 ottobre 2011

Quella sera, che sera...

Esattamente come non c'è due senza tre, ormai non c'è settimana a Bruxelles senza il consueto incontro settimanale con alcuni componenti della Squadra etilica. Le nostre serate stanno ormai diventando come la nota conversazione settimanale Pannella-Bordin. A differenza delle discussioni del duo bronchenolo (cit.) noi non facciamo uso smodato di toscani e sigarette ma proviamo diversi vini, commentando le annate, l'evoluzione delle bottiglie e le differenze tra i varietali.

Mentre si beve si commentano i principali avvenimenti della settimana. Questa volta si è parlato della situazione greca e di questa dannata crisi finanziaria. Il mio (questa volta) unico interlocutore (a mio avviso, senza esagerazione uno dei più grandi esperti di politica monetaria in circolazione, Professore universitario e molto altro) era convinto che l'unico modo per la Grecia per venire fuori da questa brutta situazione, sia uscire subito dall'euro, con tutte le conseguenze che un avvenimento del genere porterebbe. Io la pensavo in maniera leggermente diversa ma questo è meno importante.

Ad ogni modo, veniamo ai vini provati:

1) Cotes d'Auxerre 2008, Domaine Goisot. Questo produttore conosce il fatto suo. Vino aperto da diversi giorni ma ancora potentissimo, quasi fosse stato stappato da poche ore. Vaniglia al naso e classici sentori di mollica di pane. Molto delicato e bilanciato. Incredibile la sua capacità di mantenere un così alto livello di potenza anche dopo tanto tempo.

2) Fixin 2002, Domaine Denis Berthaut. Pinot nero di Borgogna e detto questo non ci sarebbe bisogno di aggiungere altro. In ogni caso, colore stupendo, rosso chiaro e naso complesso ed articolato. Frutti di bosco e grafite. In bocca ancora molto chiuso ma già interessante. Una bottiglia così importante merita ancora qualche anno per essere apprezzata pienamente.

3) Clos Rougeard 2004. Chinate la testa davanti al più grande rosso della Loira. Un vino famoso in tutto il mondo. Naso da vino biodinamico (pur non essendo tale questo produttore): odore di terra bagnata e more. Finezza e potenza che si sposano meravigliosamente bene. Dopo una tale "violenza" ti aspetteresti una forza almeno simile al palato invece la situazione è completamente diversa. Molto più tenue e delicato. Raffinato soprattutto. Siamo ai vertici della produzione di vino rosso mondiale, come direbbe qualcuno.


4) Chassagne Montrachet Les Perclos 2007, Domaine Langoureau. Questo produttore non tradisce mai. Riesce a mantenere sempre livelli di qualità altissimi. Il vino era chiuso ma già molto godibile. Come detto tante volte, si riconosce la mano del Signor Langoureau soprattutto attraverso un uso magistrale del legno che conferisce al vino un bellissimo sentore di vaniglia, molto leggero, mai fastidioso. In bocca ancora chiuso ma già (ed è questa una bellissima caratteristica del produttore) molto godibile.

A fine serata all'unanimità abbiamo decretato vincitore Clos Rougeard ed ancora una volta per me trovare la strada di casa non è stato facilissimo; ma questa è un'altra storia.

Chet Baker, I wish I knew.

sabato 24 settembre 2011

Half a world away

Prima Gary Vaynerchuk che chiude la sua trasmissione quotidiana poi, dramma terribile per me, i REM che si sciolgono, giorni di grande tristezza insomma. Ho vissuto lo scioglimento dei REM quasi come una sconfitta personale. Un uomo saggio sa quando è il momento di lasciare la festa, così hanno detto. Secondo me quel momento non era ancora arrivato o forse più semplicemente io non volevo che arrivasse. Avrei voluto ascoltare ancora la loro misica, gustare nuovi brani; secondo me non avevano ancora esaurito la loro grande capacità di stupire. Il loro ultimo album, meraviglioso, lo dimostra chiaramente. In ogni caso è andata così.

Per ammorbidire la delusione ho provato il vino della signora Goisot. A distanza di anni abbiamo aperto l'aligoté 2006 per vedere quale evoluzione avesse subito il vino di questo geniale produttore. Che dire? Sublime. A distanza di anni una maturazione sorprendente per il suo vino di base ad un costo ridicolo. Fine, delicato, bilanciato, con un'acidità che lo ha reso incredibilmente leggero e godibile.
La cosa che mi sorprende sempre con la Signora Goisot è il rapporto qualità\prezzo. Bevendo il suo prodotto di base si ha sempre l'impressione di provare un vino superiore con un grandissimo margine di miglioramento.

Perfetto con formaggi francesi a pasta dura. Vino clamorosamente buono.

REM, Endgame.

P.S.
So per certo che su queste pagine ben presto ci sarà un nuovo lettore che si aggiunge alla folta lista di chi segue questo blog. Saremo dunque 3 ora, compreso ovviamente chi scrive.

venerdì 16 settembre 2011

A Malinconia

"La situazione è più grave di un basso tuba". cit.

Tempi difficili per essere italiano. Non passa giorno senza che un rapresentante di uno degli Stati Membri non ti chieda come possa succedere quello che sta succedendo e soprattutto senza che ti tratti a metà tra un minus habens ed un povero incivile.

Meglio bere per dimenticare: sono andato alla scoperta di un produttore della Mosella, Klaus Lotz. Sul suo sito potete leggere la storia di questa famiglia, il modo in cui producono il loro vino e addittura potete avere la fortuna di vedere una foto che li ritrae in una posa plastica in tenuta semplicemente commovente quanto a scelta di vestiti e colori degli stessi. Per gli amanti del genere sono disponibili anche camere molto pomicione dove poter trascorrere la notte.

I loro vini sono incredibilmente buoni e soprattutto ad un prezzo ridicolo. Ho provato il loro prodotto di base (hanno una vasta gamma tra la quale scegliere), peraltro 2010, dunque appena uscito dall'ultimo raccolto: incredibile. Sebbene giovanissimo già complesso. Molto dolce ma non potrebbe essere diversamente vista la giovane età ed il tipo di uva. Aromatico e con un'acidità incredibilmente complessa. Stiamo parlando di un vino appena nato che con gli anni non potrà che migliorare e sempre di più. Il sapore dolce svanirà a favore di sentori e sapori che andranno sempre di più verso una maggiore delicatezza e raffinatezza.

Anche di questi tempi una buona bottiglia di vino può salvarti dalla depressione di non sentirsi rappresentati.

Come ti sei ridotta in questo Stato?
Dimmi, chi ti ha ridotto in questo Stato?

domenica 11 settembre 2011

Anything goes

Ci sono delle cose che nella vita devi sapere. Impari a conoscerle con il tempo, con l'esperienza.
Ad esempio, mai gareggiare con un irlandese in fatto di birra. Poi impari che se Gary Vaynerchuk chiude definitivamente la sua trasmissione dopo averti accompagnato per più di tre anni nel mondo del vino ti dispiace, non poco perché è come se con lei finisse anche un periodo della tua vita.
Ancora, scopri che le bollicine della Loira sono superiori alle nostre (in parte questo già si sapeva però).
Ho (ri)provato lo spumante di Huet, Vouvray Pétillant 2002 e mi è davvero piaciuto.
Stiamo parlando di un vino che costa poco ed è senza troppe pretese; invece ti sorprende, forse proprio perché non ti aspetti nulla di particolarmente esaltante. Ottimo con dei fritti (sempre l'abbinamento migliore), ha un bellissimo colore giallo chiaro, le bollicine sono vivaci, in continua evoluzione. Il naso è tutto sommato complesso, allo stesso modo l'acidità e la mineralità. Non è aggressivo sulla lingua e resta parecchio in bocca.

L'avevo già bevuto un anno fa e mi sono accorto che il tempo lo ha reso migliore. Volete fare colpo (peraltro è noto che le donne per le bollicine hanno un debole) e stupire chi sta mangiando con voi? Comprate questo vino e magari poi scrivetemi per dirmi cosa ne pensate.

Sarebbe interessante fare una degustazione alla cieca con uno spumante italiano, chi mi fa compagnia?

Cole Porter, Anything goes.

domenica 4 settembre 2011

Ancora altri quattro

Non c'è due senza tre, dicono, ma io direi non c'è tre senza quattro e quattro senza cinque e così via.
Degustazione comparativa con esisti a tratti inaspettati.

Vini provati in una bella serata, fresca e senza nuvole (incredibile dictu):

1) Falanghina 2008, Mastroberardino. Non mi è piaciuto, nemmeno un po'. Molle, debole sia al naso che in bocca. Qualche impercettibile sentore di banana ed ananas ma nulla di più.

2) Chateau du Hureau, Lisagathe Saumur-Champigny, 2006. Rosso della Loira veramente buono. Appena aperto autentica bomba di amarena. Era impressionante sentire sapori ed odori così marcati. Purtroppo con il tempo l'alcol ha preso il sopravvento coprendo completamente il frutto. Il tannino era ancora piuttosto marcato data la giovane età della bottiglia.

3) Macon Pierreclos Jus De Chavigne 2006, Guffens-Heynen. In assoluto il miglior vino della serata. Ancora giovanissimo (per un vino così almeno altri 10 anni) ma già incredibilente complesso. Al naso spremuta di pietre (non prendete in giro, grazie) e mineralità stupenda. In bocca acidità magistrale ma purtroppo ancora davvero completamente chiuso.

4) Chassagne Montrachet, Le perclos 2007, Langoureau. Troppo giovane per poter esprimere un giudizio ma si sentiva distintamente il tocco inconfondibile del Signor Langoureau. Uso del legno sapiente e bilanciato. Sentore di vaniglia classico di questo produttore. Anche qui, molto da aspettare.

Alla fine della serata mentre zigzagavo per tornare a casa, senza peraltro sapere bene dove questa fosse (per la serie, tracce di sangue nell'alcol), riflettevo sulle prove appena fatte: una bella scoperta e le solite meravigliose conferme che però fanno sempre molto piacere. Il Signor Guffens è un genio assoluto, matto ma geniale.

Cassius, Toop Toop.

domenica 28 agosto 2011

Domenica di agosto...

In questa fredda domenica brussellese, mentre a Roma mi parlano di afa clamorosa, qui bisogna andare in giro con il maglione e la giacca. Sensazione strana ma tant'è come dicono quelli bravi. Almeno si può bere il vino rosso, cosa impossibile in questo momento nella Capitale.

Aperitivo con relativa degustazione alla cieca: tre vini prontamente infagottati per nasconderne l'etichetta. Solo dopo ho saputo che due erano italiani ed uno francese. Indovinate un po', anche alla cieca, quale ha vinto?

Il vino è una cosa seria, lasciatelo fare a chi si sporca le mani con la terra ed è in grado di trattare veramente la materia, per esempio la Signora Goisot. Borgogna bianco 2004, Cotes d'Auxerre Biaumont, il suo vino più importante.

100% chardonnay, classico borgogna bianco. Vino appena aperto ancora completamente chiuso, indefinibile, direi addirittura irriconoscibile. Poco legno al naso e ancora meno in bocca. Acidità inesistente. Dopo diversi minuti le cose sono cambiate e lo spirito della Signora Goisot ha fatto la sua apparizione (Amennnnnnnn...). Accelerazione incredibile sotto il profilo dell'acidità; evoluzione anche al naso: si sentiva distintamente un sentore di torba, tipico di questo vino.
Bella complessità sulla lingua, la Signora Goisot ha colpito ancora.

Un vino notevole per il quale però c'è ancora molto da aspettare.

Per amore di cronaca gli altri due vini erano un rosso pugliese pieno di legno (sentori di smalto per le unghie indice chiaro di un uso smodato del legno) e un bianco trentino che sapeva di detersivo (l'ho riconosciuto alla cieca proprio perché aveva questo sentore di Nelsen). Ovviamente per evitare querele non vi farò mai i nomi dei produttori. Per chi fosse interessato, posso dirlo in privato.

Nada, Ma che freddo fa.

domenica 21 agosto 2011

Bello ma non balla (cit.)

Cosa hanno in comune una saldatrice ed un vaso di fiori? Voi direte "assolutamente nulla" ed avete ragione ma non sapevo come iniziare questo post.

Dunque tornando seri (ammesso lo sia mai stato e ne dubito), appena arrivato a Bruxelles mi sono preoccupato di capire dove fossero i luoghi più interessanti per andare a bere, considerando che la cultura etilica belga è superiore non solo a quella italiana ma addirittura a quella francese, almeno secondo me (cit.).

Ho scoperto un delizioso wine bar nel centro della città fornito anche di una discreta carta dei vini. Il cibo è ottimo, soprattutto formaggi e salumi. Cosa si è bevuto? Un sylvaner di un produttore piuttosto noto in Alsazia, Ostertag, annata 2008; ancora totalmente chiuso ovviamente ma con una discreta potenza sottostante.

Mi piaceva il colore intanto, un bel giallo chiaro che ancora risentiva della giovane età. Poi però iniziano le note dolenti: l'acidità a tratti quasi impercettibile. Il naso non ha regalato grandi emozioni come ci si potrebbe aspettare da un vino di questo tipo. Poca la complessità anche in bocca ma sapore pulito e fresco.
Direi che si tratta di un vino che fa il suo compitino, ma nulla di più; avete presente quei ragazzi che a scuola fanno il minimo indispensabile per prendere il loro "6"? Ecco, questo vino mi dato una sensazione del genere. Non sorprende, riesci sempre a capire che sapore arriverà al sorso successivo. Dato positivo? Una bella mineralità.

Come vedete non sono critico esclusivamente verso i vini italiani (chi vuole capire, capisca).

Momento peggiore della sereta? I francesi vicino al mio tavolo che durante tutta la serata hanno parlato di Berlusconi, con battute e prese in giro niente male; mi hanno ricordato quanto sia difficile in questo momento essere italiani all'estero.

Javier Girotto, Criollita Santiagueña.

lunedì 15 agosto 2011

Rosso di sera, Loira si spera!

Chi legge questo mio misero blog conosce perfettamente la mia opinione circa i vini della Loira. Come già detto diverse volte, sono convinto che attualmente questa zona della Francia etilicamente sia la più conveniente nel rapporto qualità\prezzo; è possibile trovare dei produttori capaci di tirare fuori delle bottiglie incredibili a prezzi convenienti.

C'è un elemento in più però. Fino a poco tempo fa ero convinto che la principale attrazione della Loira fossero i bianchi; mi sbagliavo, o almeno avevo parzialmente ragione. Ci sono anche i rossi ed anche parecchio buoni. In comune con i bianchi hanno la delicatezza ed una finezza che ormai sembra essere comune a tutta questa zona geografica. Qualsiasi vino proveniente da questa zona infatti riesce a unire potenza e materia ma bilanciate in modo raffinato, esattamente come succede con Huet o con Foreau.

Questo rosso non fa la differenza: Chateau de Villeneuve 2006, Le Grand Clos, bottiglia di finezza rara. Bellissimo colore e profumi di frutti rossi accompagnati in bocca da un tannino ancora presente (vino giovane) ma comunque delicato, non fastidioso. Potenza (stiamo parlando di un varietale tosto, il cabernet-franc) ma bilanciata senza mai eccessi legati all'alcol o al legno.

Ci aspettavamo un vino interessante ma non così tanto. Bisogna aspettare ancora qualche anno.

Perfetto con una bella bistecca al sangue; il suo sapore riesce benissimo a contrastare la potenza della carne.

Francesco De Gregori, San Lorenzo.

lunedì 8 agosto 2011

Matteo Correggia è un ottimo produttore piemontese che ho avuto modo di apprezzare diverse volte al Vinitaly insieme a Carletto il polentone leghista.

Questo suo bianco non costituisce un'eccezione, nella misura in cui si tratta di una bottiglia non trascendentale ma che ha un suo perché.
100% arneis e resa piuttosto bassa per una bottiglia che appena aperta colpisce per i sentori di vaniglia e per una freschezza davvero notevole.

Bella pure l'acidità che resta parecchio in bocca. Purtroppo il vino non offre molto di più; dopo una vampata iniziale infatti, si sgonfia chiudendosi in maniera immediata. Certo, si tratta del 2010 e dunque non si può pretendere molto di più ma comunque stupisce la velocità con la quale il naso evapora in pochi minuti.

Il prezzo non è alto, anzi e questo depone a suo favore. A mio avviso siamo davanti ad un vino estivo, perfetto come apertivo, possibilmente con piatti freschi e leggeri.

Ancora una volta: in Francia allo stesso prezzo la media dei vini è comunque superiore.

Nirvana, Lithium.

martedì 2 agosto 2011

Ci vuole pazienza!

Qualche giorno fa un'altra lezione su come il vino sia in grado cambiare radicalmente nel giro di poco più di un'ora, peggiorando o alcune volte migliorando.

Chassagne Montrachet 2007 Domaine Langoureau, produttore certificato direttamente dalla Squadra. Sessione di prova, appena aperto sembrava completamente spento, stanco, piatto. Potevo leggere chiaramente sul volto di uno dei componenti del Gruppo la delusione ed il dispiacere per non sentire quello che invece tutti ci aspettavamo.

Ammetto che anche io ero senza parole. La bottiglia appena aperta non aveva quelle caratteristiche tipiche di questo produttore: non era esplosiva per esempio, il naso non aveva la solita potenza. Il vino, come detto, era insolitamente piatto.

Tra lo sconcerto abbiamo deciso di aspettare qualche minuto, convinti che, certo, l'annata (2007) non eccezionale in Borgogna, non aiutava. Attendere è stato provvidenziale: dopo poco più di un'ora il vino era letteralmente trasformato; aveva recuperato potenza, struttura, acidità, complessità.

Finalmente si sentivano tutte le meravigliose note di Langoureau, su tutte un utilizzo magistrale del legno. Sentori di vaniglia perfettamente bilanciati e integrati con il resto del vino. Solo un grande produttore può gestire il legno così bene.

Il vino necessita di pazienza, la Borgogna ancora di più.

A fine serata evidenti segni di stato etilico.

Lucio Dalla, Caruso.

mercoledì 27 luglio 2011

il vino è donna?

Una delle ultime puntate del Gastronauta aveva come tema il rapporto tra il vino e le donne: ne capiscono meno o più degli uomini? E nel secondo caso, sono loro a scegliere le bottiglia al ristorante? Ed in caso affermativo quale? Rosso? Bianco? Rosato?

Diverse idee sul tappeto ma quello che sembra generalmente essere venuto fuori è la fine del concetto di donna completamente fuori dal vino, anzi. Le donne, come spesso capita in tutte le cose della vita, ne sanno anche più degli uomini ed in questo caso dettano legge al ristorante.

Bollicine soprattutto ed in generale bianchi e qualche rosato. Pochi rossi devo dire.
Personalmente se incontrassi una donna che capisce di vino e propone scelte, sarei ben contento di lasciarla fare. Peraltro trovo che le ragazze appassionate di vino siano terribilmente interessanti, dietro c'è sicuramente altro da scoprire (con licenza parlando) e dai gusti in fatto di vino si può capire molto più di quanto si possa immaginare.

La puntata insomma ha dimostrato che anche nel campo del vino le donne iniziano a superare gli uomini, anche se, almeno per adesso, lo scettro è nelle mani di noi maschietti, tra qualche anno si vedrà.

E voi che ne pensate? Personalmente a fine puntata riecheggiavano nella mia mente le battute di un film del grande Woody Allen che, tanto per cambiare, aveva capito tutto da tempo:


Max: Chi comanda fra te e la mamma?
Lenny: Chi comanda? E c'è da chiederlo? Non lo sai chi comanda fra me e la mamma?
Max: No.
Lenny: Io comando, ok? La mamma... La mamma prende solo le decisioni... E c'è una differenza tra... Cioè, la mamma dice cosa dobbiamo fare... E io, poi, ho il controllo assoluto del telecomando.

Fiorella Mannoia, Quello che le donne non dicono.

domenica 24 luglio 2011

How to cook everything

Uno (dei tanti) vantaggi (da poco apprezzati per ragioni temporali a dir la verità) di vivere per conto proprio è a mio avviso quello di avere a disposizione una cucina dove potersi letteralmente sbizzarrire. Servono delle basi minime ovviamente e non che io sia un fenomeno, altri meglio di me sanno stare davanti ai fornelli, il mio amico polentone Carlo ad esempio, però non ditelo a lui altrimenti si monta la testa e diventa pesante. Pur non essendo certo un fenomeno, come dicevo, mi piace comunque dilettarmi sopratutto cercando di capire i migliori abbinamenti con il vino. Certo, è vero che se una bottiglia è veramente grande non ha bisogno di alcun cibo vicino, può essere bevuta da sola; detto questo però bisogna anche ammettere, per amore di verità, che un vino da antologia trova necessariamente il suo completamento (anche sotto un profilo romantico se vogliamo) con un grande piatto: cibo e vino sono una coppia che nessuno può dividere ed il primo senza il secondo risulta incompleto, come Nero Wolfe senza Archie Goodwin, Tin Tin senza Milou, Leopold Bloom senza Stephen Dedalus. Sareste in grado di immaginarli separati? Io no.

Come per molte altre cose della vita, la cucina è una cosa dannatamente seria ma se presa seriamente perde il suo fascino; richiede passione, preparazione, studio ma soprattutto tanta voglia di divertirsi. Personalmente mi piace avvalermi di diversi apparati critici (cit.) dai quali prelevo accuratamente le ricette che mi attirano di più.

Ormai da anni seguo le gesta (e dunque anche i libri) del grandissimo Mark Bittman, critico gastronomico del New York Times. Personaggio simpatico, geniale, sopra le righe. Potete seguirlo in diversi modi, intrufolandovi nel suo sito ufficiale, oppure iscrivendovi al suo podcast quotidiano nel quale ogni volta propone una ricetta diversa. Esiste però anche un altro modo per seguire la sua attività ossia comprare i suoi libri di cucina. Io lo sto facendo ormai da un po' e vi assicuro che ne vale la pena. Ricette interessanti, veloci e sempre originali; sembra quasi che Bittman sia in grado di trasmettere alle ricette non solo la sua passione ma soprattutto la sua simpatia.

Ci sono ricette per qualsiasi occasione: avete ospiti a casa e non sapete cosa proporre? Nel suo libro c'è la soluzione. Volete preparare uno spuntino veloce? Lui ha la risposta. Volete osare? Lui può suggerirvi come.

Avete l'imbarazzo della scelta e mi raccomando non dimenticate mai vicino una bella (e buona) bottiglia di vino e, se potete, per chi ne ha la fortuna, una persona speciale con la quale dividere quello che avete preparato con passione.

Mark Bittman, How to cook everything.

REM, Walk it back.

mercoledì 20 luglio 2011

Eleganza e stile

Non credo che in Italia esistano vini bianchi superiori a quelli che oggi alcuni produttori della Loira riescono a tirare fuori, nemmeno a volerli pagare uno sproposito. Tra i tanti mi riferisco per esempio a Foreau, vinificatore incredibile che riesce a tirare fuori delle bottiglie clamorose. Questa volta ho provato il suo vouvray demi-sec 2003 e ne sono rimasto strabiliato; intanto perché l'uva del quale è composto (chenin blanc) non è per niente facile da gestire. Si tratta di un varietale potente ma il prodotto finale è delicato, raffinato, magistralmente bilanciato; e poi bisogna dire che il 2003 è stata un'annata piuttosto difficile, quella del caldo torrido; eppure il vino non ha risentito del caldo, anzi, l'alcol quasi non si sente.

Naso bellissimo, gesso e una mineralità stupenda, nel finale anche funghi. In bocca ancora meglio, acidità notevole ed una dolcezza che però non stanca mai. Dopo essere stato aperto, un'evoluzione armonica, costante. Un vino talmente delicato da poter essere provato anche da solo. Per la cronaca io l'ho provato con il foie gras (di cui, come il Signor Rezzonico con il ghiacciolo al tamarindo, vado molto ghiotto), abbinamento sperimentale pienamente riuscito. Il dolce del vino bilanciava perfettamente quello del cibo.

Non ci posso fare niente, ogni volta che provo i vini della Loira (pur essendo ormai abituato) rimango strabiliato dalla loro capacità di essere così delicati.

Gli italiani hanno ancora così tanto da imparare.

...Fa rumore camminare...

domenica 17 luglio 2011

Facciamo un po' di ordine

Tentiamo di fare ordine tra le diverse degustazioni di questi giorni. Vorrei parlarvi di due bottiglie provate di recente, una delle quali mi ha particolarmente colpito.

Mi riferisco al Bourgogne Blanc di Jobard, produttore piuttosto famoso della borgogna. Il suo bianco di base si è rivelato un'autentica sorpresa. Colore bellissimo, giallo tipico dello chardonnay francese ed autentica esplosione di odori al naso: si sente tutta la mineralità del terreno di borgogna, unita a sentori di pesca ed albicocca.

In bocca ancora molto giovane e chiuso (e non poteva essere diversamente) ma già di grande potenza. La cosa che mi ha colpito maggiormente? La bellissima acidità segno di un vino da invecchiamento. Forse si sente troppo il legno ma sono davvero dettagli. Perfetto con formaggi a pasta dura.

Con la seconda bottiglia ci siamo invece spostati in Alsazia, per un produttore piuttosto commerciale ma comunque interessante, Binner. Abbiamo provato il suo pinot grigio 2002; risultato? Interessante ma non certo sublime. Un bel naso, complesso, accattivante, tipici sentori dell'Alsazia dunque, con belle note ossidative; queste promesse però vengono tradite in bocca. Il vino infatti si presenta stanco, piatto e non molto potente. Un vero peccato. Sia chiaro, siamo comunque in presenza di una bottiglia piacevole ma nulla di più e comunque superiore a qualsiasi altro pinot grigio italiano.

Alanis Morisette, Ironic.

sabato 16 luglio 2011

Aggiornamenti

Dovete scusare le mie sporadiche comparse su questo blog ma sono settimane davvero complicate tra impegni, ricerche e traslochi. Sono però sul pezzo e ho provato diverse cose interessanti delle quali vi parlerò quanto prima.

Inutile che vi dica che si tratta di francesi che dimostrano puntualmente la loro superiorità; c'è anche da dire che la degustazione di Tignanello si è rivelata una piccola delusione: come già detto, da bottiglie di quel tipo mi aspettavo vini migliori e questo ha fatto vacillare ulteriormente la mia fiducia anche verso le eccellenze italiane. Se pure i migliori rossi del nostro Paese, in grande annate, pronte per essere bevute, forniscono risultati deludenti quanto alle aspettative, dove andremo a finire? In questo senso la degustazione di Tignanello è stata istruttiva, ha generato una serie di riflessioni molto delle quali non ancora concluse.

Volete saperne di più? Continuate a seguirmi!

venerdì 8 luglio 2011

Tignanello

Prologo: "Preparati, la settimana prossima c'è una piccola verticale di Tignanello".

Ora io dico, secondo voi potevo farmi sfuggire una tale opportunità? Ovviamente no ed allora stasera dopo i vari impegni, di corsa al club etilico dove il Presidente in persona ha messo a disposizione alcune sue grandi bottiglie per condividere con altri questa passione.

Nell'ordine abbiamo provato:

Tignanello 1980: ottimo naso di frutti rossi e liquirizia; buona struttura, ottima complessità. In bocca forse un po' deludente. Troppi tannini e un'acidità che però riesce a dare al vino una buona potenza.

Tignanello 1981: ancora totalmente chiuso, almeno all'inizio; dopo circa venti minuti ha rivelato qualcosa di interessante ma dava l'impressione di essere ancora un vino troppo giovane, nonostante gli anni.

Tignanello 1983: naso di grande impatto, complesso ed articolato. Molto bella la gamma di sentori che si presentano con una rapidità impressionante. Anche in questo caso acidità davvero niente male.

Tignanello 1986: ottima bottiglia, naso migliore degli altri e fortissimi sentori di ciliegia e vaniglia. I tannini, ancora una volta, si sentivano forse eccessivamente ma comunque si notava la mano sapiente del grande enologo Tachis che ha saputo creare un grande prodotto.

Tignanello 1988: la migliore bottiglia della serata (come prevedevo, vista l'annata). Paradossalmente ancora molto giovane (non lo avrei mai detto) ma già in grado di regalare belle emozioni: naso di tabacco e liquirizia, alternati a more e ribes. Tannini ancora eccessivi che denotavano la necessità di ulteriore invecchiamento. In bocca bomba di ciliegia indizio inconfondibile del sangiovese. Per un attimo ho rivisto la grande tradizione etilica italiana, quella che oggi sembra un po' svanita.

Secondo voi vini di questo tipo potevano essere sputati? Ovviamente no. Risultato? Tutto il gruppo era chiaramente in avanzato stato etilico. Una signora austriaca vicino a me continuava a ripetere frasi incomprensibili a metà strada tra il tedesco e l'inglese. per un attimo ho pensato fosse necessario un esorcista.

Al termine della serata, quando il livello di alcol nel sangue si è abbassato consentendo così un ragionamento più o meno lucido sul tema, mi sono venute in mente due riflessioni: 1) vini di questo tipo vanno comunque provati perché rappresentano la nostra storia e ciò che ha reso famosa l'Italia nel mondo. 2) da bottiglie così (che hanno prezzi allucinanti) mi aspettavo qualcosa di più.

Gotan Project, Triptico.

sabato 2 luglio 2011

Sono ancora qua

Sono stato (giustamente) rimproverato per aver trascurato un po' questo piccolo blog. Non posso che condividere aggiungendo anche, a mia parziale difesa, che negli ultimi giorni (settimane) sono stato davvero tanto impegnato. Le cose stanno capitando con una tale velocità che certe volte faccio fatica a stare dietro a tutto. Penso sempre che tutto sommato le mie idee sul vino possano interessare veramente a pochi ma quando poi vengo a scoprire, per puro caso, che (udite, udite) il grande Lawrence Osborne, giornalista e scrittore inglese famoso in tutto il mondo, cita direttamente sul suo sito personale una mia recensione al suo libro, definendo inoltre questo mia creatura "a great italian wine blog", mi convinco che devo continuare a scrivere sempre, senza trascurare nulla, perché forse, alcune volte, riesco a trasmettere all'esterno la mia passione per questa meraviglia della natura che è il vino.

Ovviamente non ho smesso di bere, anzi, il trasferimento geografico ha molto facilitato le cose e proprio stasera ho avuto modo di tornare al mio vero amore, il pinot nero. Ho provato il vino di base ( e sottolineo, di base) di un grandissimo produttore della Borgogna, Bruno Clair, del quale abbiamo parlato diverse volte. Annata 1999 per una bottiglia stellare. Colore inconfondibile, quel rosso tenue, sublime tipico di questa uva; al naso già esplosivo appena aperto, una vera e propria bomba di frutti di bosco, con un continuo richiamo alla ciliegia e un finale grandioso di fiori selvatici. In bocca c'è tutto il pinot nero, delicato, potente ma bilanciato. Zero tannini, alcol praticamente inesistente ed una complessità di sapori speziati che lascia senza fiato. Se voi pensate che stiamo parlando del suo vino di base, vi potete rendere conto di quali livelli sia capace di raggiungere questa uva se ben trattata.

E poi qualcuno ha pure il coraggio di fare il confronto con il Bordeaux. Siamo seri.

mercoledì 22 giugno 2011

Eccomi qua, pronto per parlarvi della mia degustazione fatta la settimana scorsa sul tema 2001. I vini provenivano dall'intera Francia e dunque è stata una buona occasione per farsi un'idea dell'annata in generale. Ancora una volta i bordeaux provati non mi hanno entusiasmato, troppo alcol, troppa potenza, poca eleganza. A dirla tutta anche i pinot nero provati non mi hanno fatto impazzire, pur essendo comunque superiori nella media ai vari bordeaux.

Tra le bottiglie provate (circa 12) senza dubbio la migliore è risultata il riesling di Deiss che ancora una volta si dimostra un ottimo produttore. Questo vino (Burg) aveva veramente un grande naso (fiori, frutti aromatici) ed in bocca era secco ma molto fresco. aveva perso quello zucchero tipico della bottiglia molto giovane. Un vino perfetto per fare un aperitivo di grandissimo livello, magari con qualcosa di grigliato, tipo le melanzane.

La vera sorpresa della mattinata è arrivata dall'ultimo vino: ora, vuoi perché era la tredicesima degustazione e io non avevo sputato quasi nulla, vuoi perché effettivamente (come credo) siamo davanti ad un vino portentoso, vuoi un centomilalire (cit.), fatto sta che mi ha veramente colpito. Stiamo parlando del Clos Urolat, un vino dolce del Jurançon, nel sud della Francia. Naso stupendo, complesso, delicato; miele e caramello. In bocca invece freschezza straordinaria, seguita da un'acidità veramente ben bilanciata. Sulla lingua resta tantissimo. Sicuramente il miglior vino della mattina.

Cosa ho imparato da questa degustazione (in realtà già lo sapevo)? Alle degustazioni sputate sempre.


Bruce Springsteen, Born to run.

sabato 18 giugno 2011

Avviso ai naviganti

Si, lo so, sono scomparso ma sono stati giorni davvero incasinati. Tanti impegni, tanto nuovo lavoro e tutto quello che queste cose si portano dietro.

Nel mezzo non sono stato comunque con le mani in mano, come suole dirsi. Diverse degustazioni, tutte francesi facilitate anche dal nuovo luogo geografico nel quale mi trovo.

Nei prossimi giorni sarete informati su tutto, per esempio sulla degustazione fatta con il club etilico dei pazzi (cit.) sul tema "il 2001" in Francia. Cose interessanti.

In campana dunque, qui non si finisce mai di studiare!

mercoledì 8 giugno 2011

La Francia, ancora una volta

L'ultima (per ora) degustazione romana non poteva che concludersi con vini francesi. In tanti mesi di prove il mio gusto è molto cambiato. Il mio palato ha subito un'evoluzione (ed oserei dire una maturazione) che sinceramente non credevo possibile. Se penso ai vini che apprezzavo all'inizio del mio percorso etilico provo quasi un senso di vergogna. Nel posto dove andrò la cultura etilica non manca, anzi è già in programma un fitto calendario di degustazioni sull'esito delle quali sarete ovviamente informati.

Torniamo a noi però: dicevo che ho concluso con dei vini francesi, dei grandi vini francesi mi verrebbe da dire.

Entrambi vini bianchi, con il primo siamo andati in Borgogna provando il vino di base di un grandissimo produttore. Mi riferisco al mitico Ballot Millot che peraltro dovrei andare a visitare quanto prima, se tutto andrà bene. Annata 2008 per uno chardonnay ancora molto chiuso ma già in possesso di quell'eleganza che solo i vini bianchi di Borgogna possono dare. Appena aperto non ha dato grande soddisfazioni ma la cosa non mi ha meravigliato vista la giovanissima età. Come al solito però se si ha la pazienza di attendere questi bianchi francesi sono in grado di regalare vere e proprie emozioni. Nel naso c'è tutta la Borgogna, si sentono frutti aromatici e limone con un finale molto intenso di mele.

In bocca, come detto, ancora molto chiuso ma con una meravigliosa acidità. La materia è davvero percepibile.

Per il secondo vino invece ci siamo spostati nella Loira, per provare un nuovo produttore che mi ha consigliato il mitico Paolo, gestore (proprietario?) preparatissimo della meravigliosa enoteca Bibenda di Roma. Abbiamo provato il vino di base (La Lune) di questo bizzarro produttore francese (Mark Angeli), un vero e proprio integralista che segue un disciplinare rigidissimo per le sue bottiglie.

Davvero interessante: al naso appena aperto nota ossidativa che sinceramente non mi aspettavo. Si sente l'uvetta e la pesca, con un bel finale di mela cotogna. In bocca forse ancora un po' chiuso (2005, grande annata) ma già potentissimo. Pieno, grasso direi, molto grasso. Resta sulla lingua tantissimo. Il suo retrogusto dolce\acido lo rende gustoso piacevole da bere. Mi ha incuriosito moltissimo. Certo, dimenticatevi l'eleganza e la finezza di Huet (che secondo me resta comunque superiore), siamo su un prodotto totalmente diverso ma non per questo meno accattivante. La morte sua? A mio parere con il formidabile comté francese.

A me è davvero piaciuto.

Astrud Gilberto and Stan Getz, The girl from Ipanema.

martedì 7 giugno 2011

Soave 2010, Inama

In una delle ultime degustazioni romane ho deciso di ascoltare il consiglio di Carletto, detto il Polentone, prendendo così un vino segnalato da lui. Non chiedetemi perchè io abbia seguito il consiglio di questo simpatico veneto, diciamo che mi sono semplicemente fidato, vuoi perché tutto sommato penso che questo ragazzone qualcosa di vini sia in grado di capirlo, vuoi perché spesso mi ha dato buone dritte, vuoi una ventimila lire (cit.), sta di fatto che ho comprato un soave consigliato da lui.

Inama 2010, ancora totalmente chiuso ma non per questo privo di elementi interessanti. Il colore intanto, un bel giallo chiaro ma direi soprattutto l'odore. Appena aperto vampata di frutti vari, tra i quali la banana e l'ananas. Bello anche il finale olfattivo affumicato. In bocca invece delude, nella misura in cui siamo davanti ad un vino ancora totalmente chiuso. Bella la sapidità ma per il resto c'è molto poco. Finale di mandorla dolce ma in mezzo non c'è praticamente nulla.

Un ottima bottiglia da aperitivo, soprattutto ora che l'estate si avvicina con sempre maggiore velocità.

Che dire? il Polentone in parte ha ragione, in parte no!

Lucio Dalla, Canzone.

martedì 31 maggio 2011

"Aluminum, tastes like fear"

The storm didn't kill me,
the government changed
hear the answer and call, hear the song, rearranged
hear the trees, the ghosts and the buildings, sing.
with the wisdom to reconcile this thing.



Ci siamo, a quanto pare. La comunicazione ufficiale è arrivata. Ancora poco più di una decina di giorni per sistemare le ultime cose e poi nei prossimi mesi il mio sguardo sul mondo del vino cambierà punto di vista geografico. Non cambierà invece questo blog. Continuerò a descrivermi le mie sensazioni, le mie delusioni, le mie avventure che potranno essere noiose, scritte male o magari interessanti per chi avrà voglia di leggerle. Lascio Roma forse solo per adesso, forse per molto più tempo. Mi mancherà? Probabile o probabilmente no. Senza dubbio mi mancheranno le persone con le quali ho provato molte delle bottiglie che ho descritto in questi mesi. Ogni singolo tappo che conservo gelosamente rappresenta un pezzettino di ricordi che fanno del vino qualcosa di magico, che niente riesce ad eguagliare. A questi si aggiungeranno altre degustazioni delle quali ovviamente vi farò partecipi.

Considerando che questo blog è letto da non più di 4-5 persone posso dirlo in tutta tranquillità: parafrasando Hugh Grant in About a boy, "Se sono impaurito? Sono pietrificato". Magari non andate a raccontarlo in giro, se possibile.
Se mi volete un po' bene fate il tifo per me, ne ho dannatamente bisogno.


But somewhere there I lost my way
Everyone walks the same
Expecting me to step
The narrow path they've laid
They claim to
Walk unafraid
I'll be clumsy instead.

lunedì 30 maggio 2011

Falanghina 2009, Mastroberardino

Mastroberardino è uno dei produttori più famosi della Campania. Famoso non solo in Italia ma in tutto il mondo. Pensate che di recente a New York si è svolta una verticale del suo aglianico e l'annata 1924 (se non erro) non solo era ancora bevibile ma ha ottenuto il punteggio di 96+/100 ad opera del famoso e direi esigente Robert Parker. Quasi il massimo insomma. Inutile dire che le vendite di questo vino sono letteramente esplose negli Stati Uniti.

Questa volta ho provato la falanghina: vino piacevole ma che certamente non lascia il segno. Annata 2009, ancora molto chiuso. Il colore è quello classico di questo varietale (a proposito, sapete perché si chiama falanghina? Perché era il vino bevuto dalla falange romana quando si fermava per riposarsi): giallo chiaro con riflessi verdi. Al naso non rivela molto; si sente la banana e l'ananas, nulla di più.

In bocca non migliora; aromatico ma con un difetto fondamentale: manca totalmente di acidità e questo rende il vino debole anche se molto fresco. Sulla lingua resta poco e certamente non lascia il segno. Poca materia nel complesso.

In conclusione direi che a Mastroberardino riesce molto meglio l'aglianico.

Rino Gaetano, Ahi Maria.

Ciao Ministro. Con quel discorso mi hai fatto capire la bellezza del diritto più di qualsiasi manuale o esame.

domenica 29 maggio 2011

Consigli di lettura

Cosa c'è di meglio di un buon libro? Un buon libro accompagnato da un ottimo bicchiere di vino direi; se poi l'autore è anche un grande esperto, ancora meglio.

Giacomo Tachis è stato per oltre trent'anni il direttore tecnico di Antinori. Per intenderci, in tutto il mondo etilico è universalmente considerato l'inventore dei famosi "super tuscan" (Sassicaia, Tignanello e Solaia). Quello che comunemente viene definito un esperto insomma.

In questo saggio ci accompagna in un viaggio fatto di vigneti, gastronomia ed interessanti retroscena. Un uomo davvero raffinato, capace di spaziare dalla letteratura alle tecniche di coltivazione delle uve con un'abilità sorprendente. La sua è vera passione per la terra, per il vino, per il nostro Paese, perché in fondo il vino è anche questo, un meraviglioso fenomeno sociale.

Un libro da leggere davvero in un pomeriggio, magari, come ho detto prima, sorseggiando un bel bianco leggero mentre fuori inizia a fare buio.

Giacomo Tachis, "Sapere di vino".

Eddie Vedder, Guaranteed.

martedì 24 maggio 2011

La Segreta bianco 2010, Planeta

Non provavo La Segreta bianco da diverso tempo. Chi legge questo blog consoce perfettamente la mia opinione su questa bottiglia: da tempo mi aveva profondamente deluso. Nelle ultime annate non c'era più quel sapore degli anni passati che mi aveva inizialmente colpito.

L'altro giorno in un'enoteca ho visto questa bottiglia finalmente ad un prezzo onesto, 7 euro e l'ho presa.

Ecco, a tratti ho rivisto il vecchio La Segreta bianco. Annata 2010, giovanissimo ma già molto potente: è cambiata la composizione (o il blend, come dicono quelli bravi), grecanico (50%), chardonnay (30%), viognier (10%) e fiano (10%) e sembra essere tornato il vecchio sapore.

Il naso non è niente male, pensavo peggio (cit.): aromatico, ananas, pesca, e mela verde. In bocca poi presenta una discreta acidità. Manca un po' di materia ma la cosa non mi meraviglia molto considerando la resa con la quale è prodotto questo vino. Bella sapidità e freschezza. Anche qui finale (un po' corto a dire la verità) aromatico.

Insomma morale della favola: a 7 euro inizia ad essere un vino molto interessante. Se lo trovate ad un prezzo superiore lasciate perdere.

Liquido, Narcotic.

sabato 21 maggio 2011

Cometa Vs Villa Bucci

Roma, tra i tanti difetti, ne ha uno particolarmente odioso: da fine aprile ad inizio ottobre è praticamente impossibile bere vino rosso, causa il caldo torrido ed umido che colpisce questa città.

Sotto con i bianchi dunque, che ci piaccia oppure no.

Dunque, vediamo, cosa abbiamo provato questa volta? Si, due vini, il primo scatena sempre tanti ricordi, si tratta del Cometa di Planeta, annata 2009, dunque davvero molto giovane. Come sapete benissimo, si tratta di uno dei migliori bianchi di questo produttore siciliano. 100% fiano di Avellino, non fa nessun tipo di passaggio in botte ma solo in acciaio. La cosa si intuisce perfettamente dopo averlo assaggiato. Bello il colore, giallo carico; appena aperto si presenta totalmente chiuso ma dopo diversi minuti si inizia a sentire qualcosa, anche se, ad essere sinceri, nulla di particolarmente entusiasmante. Ananas, menta e qualcosa che ricorda il mandarino. In bocca mi ha un po' deluso. Mi ricordavo un vino più potente nelle annate precedenti, più grasso, più articolato. Debole l'acidità. Rimandato a settembre direi.

Il secondo vino invece mi ha colpito maggiormente: Verdicchio di base di Villa Bucci, forse il migliore produttore delle Marche. Molto interessante il colore ma soprattutto il naso: note affumicate e di pietra focaia (vi prego di non ridere come fanno tutti quando dico che un vino odora di pietra focaia, pietà). Una complessità davvero importante considerando che anche questa bottiglia era del 2009. Bello pure il finale di mandorla. In bocca invece ha un'acidità a mio avviso migliore del Cometa, senza dubbio più bilanciata. Fresco ma potente.

Bilancio della serata: tra i due superiore il secondo (che peraltro costa meno). Il Cometa sembra aver perso un po' lo smalto delle prime annate, o forse sono io ad aver cambiato gusti.

Per i maniaci del prezzo (ogni riferimento è puramente casuale), 29 euro il primo, 18 il secondo, ovviamente da bere sul posto, in enoteca li trovate a meno.

Green Day, Jesus of suburbia.

domenica 15 maggio 2011

Come promesso...

...eccomi nuovamente a farvi partecipi delle mie degustazioni. Certo, resta sempre il dubbio di quanto questo possa interessarvi ma va bene lo stesso.

Questa volta siamo tornati ai produttori seri ed abbiamo ottenuto un ottimo risultato: Deiss, grande prouttore alsaziano ci ha ridato qualcosa di veramente significativo dopo alcune piccole delusioni.

Gewurztraminer Bergheim del 2002 dunque: veramente un ottimo prodotto. Già il colore è notevole: un giallo molto carico con dei riflessi niente male. Il naso è di grande complessità: agrumi e fiori e frutti esotici. Noce tostata e burro nel finale. In lontanza una nota affumicata che rende questa bottiglia davvero interessante

In bocca è più debole rispetto al naso ma comunque di grande intensità: è corposo, direi grasso, sicuramente dolce ma non eccessivamente. Si sente una gamma molto ampia di note aromatiche che lasciano rapidamente il passo ad un sapore di miele che si combina perfettamente con tutto il resto. La cosa interessante è che pur avendo un sapore molto corposo conserva comunque una freschezza che onestamente non credevo possibile.

A mio avviso il 2002 necessita ancora di qualche anno di maturazione per esprimere al meglio le proprie potenzialità ma certo, già così siamo comunque ad un livello che i gewu italiani non possono nemmeno immaginare.

Con cosa lo proverei? Che domande, formaggi a pasta molle ma soprattutto un meraviglioso fegato grasso.

Tutti a tavola!

REM, Every day is yours to win.

sabato 14 maggio 2011

Grande Capo Estiqaatsi

Non sono scomparso, né tantomeno sono rimasto coinvolto in un incidente causato da vino al metanolo. Sono ancora vivo, che vi piaccia oppure no, che vi interessi oppure no.

A breve nuove prove effettuate sul campo.

domenica 8 maggio 2011

Pietramarina 2007, Benanti

Chi legge con una certa assiduità questo blog conosce perfettamente la mia opinione sul Pietramarina di Benanti: sono fermamente convinto che attualmente faccia parte dei tre migliori vini bianchi che la tradizione etilica italiana esprime ormai da anni.

Qualche giorno fa ho provato il 2007, convinto di godermi una grande bottiglia ed invece ho subito un trauma: del bianco dell'Etna che ricordavo non vi era assolutamente traccia.

Mancava tutto: la complessità di sentori e sapori che il Pietramarina è in grado di esprimere, l'acidità che denota grande capacità di invecchiamento ma soprattutto mancava la mineralità che rappresenta il vero cavallo di battaglia di questo vino, una mineralità spettacolare che rende il Pietramarina inconfondibile.

Mi sono chiesto dove fossero finite tutte queste qualità (Benanti è uno dei migliori produttori siciliani e la sua assoluta professionalità è fuori discussione) ed alla fine ho dato la colpa all'annata. Probabilmente il 2007 non ha tirato fuori cose trascendentali.

Un vino stanco, già in fase calante. Merita un'altra possibilità, senza dubbio. Ho ancora in mente un Pietramarina del 2000 provato qualche anno fa: sublime nella sua eleganza.

C'è qualcuno che può darmi il suo parere?

The Who, Who are you?

venerdì 6 maggio 2011

Chardonnay vs Chardonnay

Altra corsa, altro giro: questa volta la gara ha riguardato due vini italiani; stesso varietale, chardonnay, ma proveniente da due zone geografiche opposte, Sicilia ed Alto Adige

Planeta contro Colterenzio. La comparazione, come in tutti i campi, ha messo in luce le grandi differenze tra le due bottiglie.

Lo chardonnay di Planeta è un bianco del sud e si vede subito, dal colore in primo luogo, un giallo molto scuro, quasi ambrato. Al naso sembra un vino della Loira (con tutte le dovute differenze di qualità, sia chiaro). Si sente la mollica di pane e un finale di olio di oliva. Bella l'acidità anche se non trascendentale. Un po' corto in bocca ma senza dubbio molto piacevole. Un vino fresco, agile direi. Sapiente l'uso del legno che infatti non è mai eccessivo sulla lingua.

Lo Chardonnay di colterenzio invece è un vino completamente diverso. Alla cieca sembra addirittura un varietale differente. Il colore è molto più chiaro, con riflessi verdi, tipico segno di manza di sole e dunque di inferiore maturazione delle uve. Al naso il 2010 si presenta ancora totalmente chiuso (e non potrebbe essere diversamente) mentre in bocca riesce ad esprimere qualcosa. Molto aromatico, più dello chardonnay di Planeta. Si sente l'ananas unita ad altri frutti esotici.

Il confronto è stato divertente perché ha dimostrato ancora una volta quanto il clima ed il territorio possano influenzare le uve. Il sud tira fuori una bellezza mediterranea, opulenta, formosa mentre il nord qualcosa di più fine ma probabilmente meno corposo.

Con il vino è come con le donne, ciascuno ha il suo prototipo di bellezza ed a quello tende sempre.

Oasis, Stand by me.

domenica 1 maggio 2011

Huet vs Foreau

Chi segue questo blog è a conoscenza del mio interesse per i vini della Loira. "La nuova frontiera è la Loira", avevo detto tempo fa. Quando poi con il vino ci giochi, ti diverti, tutto diventa ancora più interessante, perché il vino è divertimento, pur essendo una cosa terribilmente seria, come è noto.

Questa volta si è proceduto ad un confronto tra due grandi produttori, Huet e Foreau. Certo, si è trattato di un confronto relativo e da prendere con le molle (le annate erano completamente diverse) ma comunque utile per capire le grandi potenzialità che è in grado di esprimere questa zona della Francia.

La prima bottiglia, Vouvray 2006, Sec, Domaine Huet, mi ha veramente stupito (in realtà mi stupisce ogni volta): appena aperto, letteralmente esplosivo. Vampa di gesso, rosmarino, margherita. In bocca ancora meglio: acidità magistrale e finezza commovente. Un vino che si beve con una facilità quasi preoccupante.

La seconda bottiglia invece, Vouvray 2009, Sec, Domaine Foreau, ancora totalmente chiusa; troppo presto per esprimere un giudizio su questo vino. Una cosa si può dire però: pur essendo completamente chiuso, dimostrava una qualità già chiaramente visibile.

All'esito di questo parziale confronto due riflessioni si impongono: 1) non esistono in Italia bianchi così buoni e complessi. 2) bisogna andare nella Loira, quanto prima. Peraltro mi dicono sia bellissima.

Edoardo Bennato, Un giorno credi.

venerdì 29 aprile 2011

La palude del caimano in Rhodesia

Parafrasando il personaggio di un noto film di Carlo Verdone, "so settimane che ce stanno a sbomballà co sto matrimonio tra William e Kate". Commenti su qualsiasi cosa, qualsiasi aspetto, dalla cerimonia agli invitati.

Lascio ad altri ben più competenti di me il commento sul vestito della sposa o su quelli di chi ha partecipato alla cerimonia. Andatevi a leggere gli articoli di quelli specializzati sul tema.

Quello che mi invece mi sono subito chiesto è: quale chef si è occupato del pranzo di nozze ma soprattutto, quali vini accompagneranno i piatti? Al primo interrogativo non sono riuscito a dare risposta, al secondo si, almeno in parte.

Dunque, i due sposini partiranno con lo champagne Pol Roger, per intenderci quello preferito da Sir Winston Churchill che, come è noto, ne era un grande amante (tanto che Pol Roger nel 1984 ha creato il “Cuvée Sir Winston Churchill”). Secondo la bibliografia di Sir Winston, questo produttore aveva addirittura creato per lui una bottiglia su misura (0,57 litri; nome White Foil la Cuvée di Champagne, che diventerà appunto la Cuvée Churchill) perfetta, parole sue, "per ravvivare lo spirito di mia moglie". Sir Winston ne era letteralmente ammaliato tanto da chiamare proprio Pol Roger, il suo cavallo da corsa preferito. Difficile dargli torto, questo champagne ancora oggi rappresenta una delle migliori bollicine francesi in circolazione (era un figaccione Sir Winston, non c'è niente da dire). Pol Roger ha vinto la concorrenza di Bollinger (altro grandissimo produttore), lo champagne preferito invece dalla Regina Vittoria e dal Principe Carlo.

Bollicine francesi dunque per iniziare. Poi? Mistero sulle altre bottiglie. Qualcuno parla addirittura di una sorpresa: vino inglese (mi astengo dal commentare per rispetto).

Continuerò ad indagare sulla cosa e vi farò sapere appena verrà fuori qualche novità. Voi intanto aiutatemi se avete qualche informazione!

Giorgio Gaber, Barbera e Champagne.

lunedì 25 aprile 2011

Furore 2009, Marisa Cuomo

Questo produttore ha una caratteristica molto particolare: i suoi vitigni si trovano sulla costiera amalfitana, un vero e proprio paradiso. Siete mai stati, ad esempio, a Ravello? Un luogo incantevole a strapiombo sul mare. Ecco, in questa zona Marisa Cuomo riesce a darci un vino davvero interessante.

Il suo vino di base, questo, ha delle caratteristiche molto interessanti. L'acidità su tutte, decisamente imponente per un vino del 2009, anno che generalmente difetta ovunque di questo requisito. La gamma di profumi poi, ampia, complessa, capace di spaziare dalla vaniglia al rosmarino.

Il gusto poi è altrettanto accattivante. All'inizio resta abbastanza sulla lingua anche se ha il difetto di svanire un po' qualche minuto dopo l'apertura. Ottimo bilanciamento di potenza e delicatezza.

La raccolta viene fatta a mano e non potrebbe essere altrimenti vista la posizione in cui si trovano le viti.

Se avete la possibilità andate a vedere Ravello e tutta la zona vicina, ne vale veramente la pena.
Questi luoghi in me hanno lasciato un bellissimo ricordo, come un senso di armonia.

Francesco De Gregori, Viva l'Italia.

mercoledì 20 aprile 2011

Ogni volta faccio sempre lo stesso errore, provo il pinot nero italiano ed ogni volta mi faccio sempre la stessa domanda mentre lo bevo: "perché insisto a provarlo?". Alla domanda non sono ancora riuscito a dare una risposta sensata che non sia il masochismo o comunque la voglia di dare sempre un'altra possibilità; è proprio questo l'errore, pensare che certe cose possano migliorare.

Ho provato il pinot nero di un produttore piuttosto famoso (e devo dire valido) dell'Alto Adige, Colterenzio. Come dire, non ci siamo.

Non mi riferisco solo al fatto che il pinot nero italiano non è nemmeno lontanamente paragonabile per finezza e potenza a quello di Borgogna ma proprio alla strana situazione che si verifica ogni volta che si beve la versione italiana di questo varietale: sembra un'uva completamente diversa ma soprattutto capitano cose inspiegabili; per esempio il tannino, che nel pinot nero di Borgogna praticamente non esiste, in quello italiano si presenta con effetti devastanti sulla lingua; ancora, l'alcol è troppo forte, spesso molto fastidioso.

In altre parole tutte le caratteristiche che rendono inimitabile l'uva di Borgogna, nella versione italiana sfumano, rendendo il vino banale, pesante, oserei dire fastidioso e questo anche in presenza di produttore di tutto rispetto come Colterenzio.

Ancora una volta, non ci siamo.

Edoardo Bennato, Venderò.

lunedì 18 aprile 2011

Massaccio 2004, Fazi Battaglia

Da un po' di tempo sto cercando di scovare o comunque studiare i vini delle Marche e dell'Abruzzo. Sono infatti convinto che queste zone siano troppo sottovalutate dal punto di vista enologico.

Pochi giorni fa mi è capitato di provare, o meglio di riprovare, questo vino di Fazi Battaglia, produttore storico di verdicchio. Ho assaggiato il primo bicchiere con un pregiudizio negativo (la prima volta non mi aveva fatto impazzire) e devo dire che mi sbagliavo ed anche di grosso.

Colore bellissimo intanto, giallo scuro, quasi ambrato. Il naso è davvero esplosivo, persistente ed intenso. Si sente la frutta esotica, ananas soprattutto.

In bocca non delude affatto, anzi. Potente ma delicato. Grande equilibrio e sapidità. Molto lungo sulla lingua e davvero pieno nel sapore.

Le caratteristiche del verdicchio si sentono tutte. Un difetto? Manca troppo di acidità. In ogni caso però mi ha impressionato favorevolmente.

Le caratteristiche del verdiccio si sentono tutte.

Squallor, La guerra del vino.

giovedì 14 aprile 2011

Allora...

Il Vinitaly, come dicevo, ha lo scopo di trovare delle conferme ma soprattutto, se possibile, quello di scovare nuovi produttori, nuove proposte interessanti.

Confesso che sui vini abruzzesi non sono preparatissimo, diciamo che mi fermo ai classici, Masciarelli, Pepe e pochi altri. A Verona però ho avuto la possibilità di provare un nuovo produttore che, senza esagerare, mi ha davvero sopreso, soprattutto per il fantastico rapporto qualità\prezzo.

L'azienda agricola Nicola Di Sipio si trova vicino Chieti e produce sia bianchi che rossi.

Ottimo il suo Montepulciano DOC, potente, pieno in bocca. Veramente una bella bottiglia. Tannino al minimo e bellissima acidità.

Quello che però mi ha veramente stupito è il bianco di base. Prezzo semplicemente ridicolo (più o meno 6 euro al produttore) ed un'eleganza rara per un blend di tre uve, pecorino, falanghina e trebbiano. Ha l'acidità e l'equilibrio del borgogna bianco. Appena versato mi ha fatto pensare ad un Aligoté.

Sto cercando disperatamente di trovare questo produttore a Roma, non è facilissimo purtroppo. Sarei davvero curioso di riprovarlo quanto prima.

La cosa che mi ha colpito maggiormente è stata la materia di questi vini e quindi ho subito chiesto quale fosse la resa: non mi sbagliavo, siamo sui 50 hl per ettaro. Finalmente un produttore che viaggia sui livelli di resa francesi.

Dimenticavo: fanno la raccolta a mano, ulteriore punto a loro favore.

The Animals, House of the rising sun.