mercoledì 27 luglio 2011

il vino è donna?

Una delle ultime puntate del Gastronauta aveva come tema il rapporto tra il vino e le donne: ne capiscono meno o più degli uomini? E nel secondo caso, sono loro a scegliere le bottiglia al ristorante? Ed in caso affermativo quale? Rosso? Bianco? Rosato?

Diverse idee sul tappeto ma quello che sembra generalmente essere venuto fuori è la fine del concetto di donna completamente fuori dal vino, anzi. Le donne, come spesso capita in tutte le cose della vita, ne sanno anche più degli uomini ed in questo caso dettano legge al ristorante.

Bollicine soprattutto ed in generale bianchi e qualche rosato. Pochi rossi devo dire.
Personalmente se incontrassi una donna che capisce di vino e propone scelte, sarei ben contento di lasciarla fare. Peraltro trovo che le ragazze appassionate di vino siano terribilmente interessanti, dietro c'è sicuramente altro da scoprire (con licenza parlando) e dai gusti in fatto di vino si può capire molto più di quanto si possa immaginare.

La puntata insomma ha dimostrato che anche nel campo del vino le donne iniziano a superare gli uomini, anche se, almeno per adesso, lo scettro è nelle mani di noi maschietti, tra qualche anno si vedrà.

E voi che ne pensate? Personalmente a fine puntata riecheggiavano nella mia mente le battute di un film del grande Woody Allen che, tanto per cambiare, aveva capito tutto da tempo:


Max: Chi comanda fra te e la mamma?
Lenny: Chi comanda? E c'è da chiederlo? Non lo sai chi comanda fra me e la mamma?
Max: No.
Lenny: Io comando, ok? La mamma... La mamma prende solo le decisioni... E c'è una differenza tra... Cioè, la mamma dice cosa dobbiamo fare... E io, poi, ho il controllo assoluto del telecomando.

Fiorella Mannoia, Quello che le donne non dicono.

domenica 24 luglio 2011

How to cook everything

Uno (dei tanti) vantaggi (da poco apprezzati per ragioni temporali a dir la verità) di vivere per conto proprio è a mio avviso quello di avere a disposizione una cucina dove potersi letteralmente sbizzarrire. Servono delle basi minime ovviamente e non che io sia un fenomeno, altri meglio di me sanno stare davanti ai fornelli, il mio amico polentone Carlo ad esempio, però non ditelo a lui altrimenti si monta la testa e diventa pesante. Pur non essendo certo un fenomeno, come dicevo, mi piace comunque dilettarmi sopratutto cercando di capire i migliori abbinamenti con il vino. Certo, è vero che se una bottiglia è veramente grande non ha bisogno di alcun cibo vicino, può essere bevuta da sola; detto questo però bisogna anche ammettere, per amore di verità, che un vino da antologia trova necessariamente il suo completamento (anche sotto un profilo romantico se vogliamo) con un grande piatto: cibo e vino sono una coppia che nessuno può dividere ed il primo senza il secondo risulta incompleto, come Nero Wolfe senza Archie Goodwin, Tin Tin senza Milou, Leopold Bloom senza Stephen Dedalus. Sareste in grado di immaginarli separati? Io no.

Come per molte altre cose della vita, la cucina è una cosa dannatamente seria ma se presa seriamente perde il suo fascino; richiede passione, preparazione, studio ma soprattutto tanta voglia di divertirsi. Personalmente mi piace avvalermi di diversi apparati critici (cit.) dai quali prelevo accuratamente le ricette che mi attirano di più.

Ormai da anni seguo le gesta (e dunque anche i libri) del grandissimo Mark Bittman, critico gastronomico del New York Times. Personaggio simpatico, geniale, sopra le righe. Potete seguirlo in diversi modi, intrufolandovi nel suo sito ufficiale, oppure iscrivendovi al suo podcast quotidiano nel quale ogni volta propone una ricetta diversa. Esiste però anche un altro modo per seguire la sua attività ossia comprare i suoi libri di cucina. Io lo sto facendo ormai da un po' e vi assicuro che ne vale la pena. Ricette interessanti, veloci e sempre originali; sembra quasi che Bittman sia in grado di trasmettere alle ricette non solo la sua passione ma soprattutto la sua simpatia.

Ci sono ricette per qualsiasi occasione: avete ospiti a casa e non sapete cosa proporre? Nel suo libro c'è la soluzione. Volete preparare uno spuntino veloce? Lui ha la risposta. Volete osare? Lui può suggerirvi come.

Avete l'imbarazzo della scelta e mi raccomando non dimenticate mai vicino una bella (e buona) bottiglia di vino e, se potete, per chi ne ha la fortuna, una persona speciale con la quale dividere quello che avete preparato con passione.

Mark Bittman, How to cook everything.

REM, Walk it back.

mercoledì 20 luglio 2011

Eleganza e stile

Non credo che in Italia esistano vini bianchi superiori a quelli che oggi alcuni produttori della Loira riescono a tirare fuori, nemmeno a volerli pagare uno sproposito. Tra i tanti mi riferisco per esempio a Foreau, vinificatore incredibile che riesce a tirare fuori delle bottiglie clamorose. Questa volta ho provato il suo vouvray demi-sec 2003 e ne sono rimasto strabiliato; intanto perché l'uva del quale è composto (chenin blanc) non è per niente facile da gestire. Si tratta di un varietale potente ma il prodotto finale è delicato, raffinato, magistralmente bilanciato; e poi bisogna dire che il 2003 è stata un'annata piuttosto difficile, quella del caldo torrido; eppure il vino non ha risentito del caldo, anzi, l'alcol quasi non si sente.

Naso bellissimo, gesso e una mineralità stupenda, nel finale anche funghi. In bocca ancora meglio, acidità notevole ed una dolcezza che però non stanca mai. Dopo essere stato aperto, un'evoluzione armonica, costante. Un vino talmente delicato da poter essere provato anche da solo. Per la cronaca io l'ho provato con il foie gras (di cui, come il Signor Rezzonico con il ghiacciolo al tamarindo, vado molto ghiotto), abbinamento sperimentale pienamente riuscito. Il dolce del vino bilanciava perfettamente quello del cibo.

Non ci posso fare niente, ogni volta che provo i vini della Loira (pur essendo ormai abituato) rimango strabiliato dalla loro capacità di essere così delicati.

Gli italiani hanno ancora così tanto da imparare.

...Fa rumore camminare...

domenica 17 luglio 2011

Facciamo un po' di ordine

Tentiamo di fare ordine tra le diverse degustazioni di questi giorni. Vorrei parlarvi di due bottiglie provate di recente, una delle quali mi ha particolarmente colpito.

Mi riferisco al Bourgogne Blanc di Jobard, produttore piuttosto famoso della borgogna. Il suo bianco di base si è rivelato un'autentica sorpresa. Colore bellissimo, giallo tipico dello chardonnay francese ed autentica esplosione di odori al naso: si sente tutta la mineralità del terreno di borgogna, unita a sentori di pesca ed albicocca.

In bocca ancora molto giovane e chiuso (e non poteva essere diversamente) ma già di grande potenza. La cosa che mi ha colpito maggiormente? La bellissima acidità segno di un vino da invecchiamento. Forse si sente troppo il legno ma sono davvero dettagli. Perfetto con formaggi a pasta dura.

Con la seconda bottiglia ci siamo invece spostati in Alsazia, per un produttore piuttosto commerciale ma comunque interessante, Binner. Abbiamo provato il suo pinot grigio 2002; risultato? Interessante ma non certo sublime. Un bel naso, complesso, accattivante, tipici sentori dell'Alsazia dunque, con belle note ossidative; queste promesse però vengono tradite in bocca. Il vino infatti si presenta stanco, piatto e non molto potente. Un vero peccato. Sia chiaro, siamo comunque in presenza di una bottiglia piacevole ma nulla di più e comunque superiore a qualsiasi altro pinot grigio italiano.

Alanis Morisette, Ironic.

sabato 16 luglio 2011

Aggiornamenti

Dovete scusare le mie sporadiche comparse su questo blog ma sono settimane davvero complicate tra impegni, ricerche e traslochi. Sono però sul pezzo e ho provato diverse cose interessanti delle quali vi parlerò quanto prima.

Inutile che vi dica che si tratta di francesi che dimostrano puntualmente la loro superiorità; c'è anche da dire che la degustazione di Tignanello si è rivelata una piccola delusione: come già detto, da bottiglie di quel tipo mi aspettavo vini migliori e questo ha fatto vacillare ulteriormente la mia fiducia anche verso le eccellenze italiane. Se pure i migliori rossi del nostro Paese, in grande annate, pronte per essere bevute, forniscono risultati deludenti quanto alle aspettative, dove andremo a finire? In questo senso la degustazione di Tignanello è stata istruttiva, ha generato una serie di riflessioni molto delle quali non ancora concluse.

Volete saperne di più? Continuate a seguirmi!

venerdì 8 luglio 2011

Tignanello

Prologo: "Preparati, la settimana prossima c'è una piccola verticale di Tignanello".

Ora io dico, secondo voi potevo farmi sfuggire una tale opportunità? Ovviamente no ed allora stasera dopo i vari impegni, di corsa al club etilico dove il Presidente in persona ha messo a disposizione alcune sue grandi bottiglie per condividere con altri questa passione.

Nell'ordine abbiamo provato:

Tignanello 1980: ottimo naso di frutti rossi e liquirizia; buona struttura, ottima complessità. In bocca forse un po' deludente. Troppi tannini e un'acidità che però riesce a dare al vino una buona potenza.

Tignanello 1981: ancora totalmente chiuso, almeno all'inizio; dopo circa venti minuti ha rivelato qualcosa di interessante ma dava l'impressione di essere ancora un vino troppo giovane, nonostante gli anni.

Tignanello 1983: naso di grande impatto, complesso ed articolato. Molto bella la gamma di sentori che si presentano con una rapidità impressionante. Anche in questo caso acidità davvero niente male.

Tignanello 1986: ottima bottiglia, naso migliore degli altri e fortissimi sentori di ciliegia e vaniglia. I tannini, ancora una volta, si sentivano forse eccessivamente ma comunque si notava la mano sapiente del grande enologo Tachis che ha saputo creare un grande prodotto.

Tignanello 1988: la migliore bottiglia della serata (come prevedevo, vista l'annata). Paradossalmente ancora molto giovane (non lo avrei mai detto) ma già in grado di regalare belle emozioni: naso di tabacco e liquirizia, alternati a more e ribes. Tannini ancora eccessivi che denotavano la necessità di ulteriore invecchiamento. In bocca bomba di ciliegia indizio inconfondibile del sangiovese. Per un attimo ho rivisto la grande tradizione etilica italiana, quella che oggi sembra un po' svanita.

Secondo voi vini di questo tipo potevano essere sputati? Ovviamente no. Risultato? Tutto il gruppo era chiaramente in avanzato stato etilico. Una signora austriaca vicino a me continuava a ripetere frasi incomprensibili a metà strada tra il tedesco e l'inglese. per un attimo ho pensato fosse necessario un esorcista.

Al termine della serata, quando il livello di alcol nel sangue si è abbassato consentendo così un ragionamento più o meno lucido sul tema, mi sono venute in mente due riflessioni: 1) vini di questo tipo vanno comunque provati perché rappresentano la nostra storia e ciò che ha reso famosa l'Italia nel mondo. 2) da bottiglie così (che hanno prezzi allucinanti) mi aspettavo qualcosa di più.

Gotan Project, Triptico.

sabato 2 luglio 2011

Sono ancora qua

Sono stato (giustamente) rimproverato per aver trascurato un po' questo piccolo blog. Non posso che condividere aggiungendo anche, a mia parziale difesa, che negli ultimi giorni (settimane) sono stato davvero tanto impegnato. Le cose stanno capitando con una tale velocità che certe volte faccio fatica a stare dietro a tutto. Penso sempre che tutto sommato le mie idee sul vino possano interessare veramente a pochi ma quando poi vengo a scoprire, per puro caso, che (udite, udite) il grande Lawrence Osborne, giornalista e scrittore inglese famoso in tutto il mondo, cita direttamente sul suo sito personale una mia recensione al suo libro, definendo inoltre questo mia creatura "a great italian wine blog", mi convinco che devo continuare a scrivere sempre, senza trascurare nulla, perché forse, alcune volte, riesco a trasmettere all'esterno la mia passione per questa meraviglia della natura che è il vino.

Ovviamente non ho smesso di bere, anzi, il trasferimento geografico ha molto facilitato le cose e proprio stasera ho avuto modo di tornare al mio vero amore, il pinot nero. Ho provato il vino di base ( e sottolineo, di base) di un grandissimo produttore della Borgogna, Bruno Clair, del quale abbiamo parlato diverse volte. Annata 1999 per una bottiglia stellare. Colore inconfondibile, quel rosso tenue, sublime tipico di questa uva; al naso già esplosivo appena aperto, una vera e propria bomba di frutti di bosco, con un continuo richiamo alla ciliegia e un finale grandioso di fiori selvatici. In bocca c'è tutto il pinot nero, delicato, potente ma bilanciato. Zero tannini, alcol praticamente inesistente ed una complessità di sapori speziati che lascia senza fiato. Se voi pensate che stiamo parlando del suo vino di base, vi potete rendere conto di quali livelli sia capace di raggiungere questa uva se ben trattata.

E poi qualcuno ha pure il coraggio di fare il confronto con il Bordeaux. Siamo seri.