sabato 6 ottobre 2012

Ritorno


Dopo numerosi giorni di assenza eccomi ancora qui. Questa volta però avevo una giustificazione piacevole: mi sono preso un paio di settimane di vacanza dopo un'estate decisamente molto lunga e faticosa. La foto che vedete sopra rappresenta un piccolo indizio del posto (fra gli altri) dove sono stato e del quale vi parlerò nei prossimi giorni. Per ora vi basti sapere che, personalmente, non ho mai visto un luogo così bello in vita mia per metterci un ristorante; il cibo poi era pienamente all'altezza dello scenario (compreso il vino). Vi parlerò di quella serata e di molto altro ancora nelle prossime settimane: un piccolo diario a posteriori di una vacanza semplicemente meravigliosa.

Per adesso vi lancio una sfida: segnalatemi il posto ritratto nella foto ed io vi offro un bicchiere di vino se passate da Parigi.

 Kenny Garrett...

venerdì 14 settembre 2012

Che sapore ha la felicità?



Quello di un moelleux Clos Naudin 1989 Reserve del Domaine Foreau direi. Possibilmente bevuto un venerdì sera, in una serata tiepida di agosto nella Loira, in un ristoranre delizioso, mangiando del foie gras spettacolare e pensando che le cose belle capitano, per chi sa aspettarle, per chi ha la voglia e la forza di combattere per ottenerle. Siamo sempre davanti a quel carro armato, noi.

Colore favoloso, un giallo intenso, forte. Sapore strabiliante: pesca al naso, unita a miele e agrumi. Odori persistenti, che mantegono la stessa intensità per diverso tempo.

In bocca invece un tripudio di complessità: caramello, mango ed un'acidità perfettamente bilanciata con potenza ed eleganza. La cosa che  mi ha colpito immediatamente è stata l'incredibile giovinezza del vino. Sebbene fossimo davanti ad una bottiglia del 1989, sembrava di bere un vino imbottigliato tre mesi fa. Si poteva tranquillamente aspettare ancora molto tempo; è questa la bellezza del vouvray, la sua capacità di tenere gli anni come pochi altri bianchi al mondo.

Un grande vino, un grande ristorante, un grande momento, ecco la felicità.



domenica 2 settembre 2012

The rising

[...] "Come on up for the rising
Come on up, lay your hands in mine
Come on up for the rising
Come on up for the rising tonigh." [...]

Sono pienamente consapevole di essere scomparso dalla circolazione. Probabilmente molti di voi avranno pensato ad una mia scelta di abbandonare definitvamente questo blog, questo contatto che ho con gli amanti del vino da ormai diverso tempo. Non è così, non sarà così.
La verità è un'altra: sono stati mesi davvero intensi per me, ho dovuto affrontare una serie di prove non proprio facili, un periodo che sembrava non finire mai. Ad ogni modo, ora che le cose si sono risolte (e nel modo migliore) posso finalmente tornare a dedicarvi e a dedicarmi un po' di tempo per discutere con voi di cibo e soprattutto di vino.

Ho così tante cose da raccontarvi, tanta felicità di cui vorrei farvi partecipe; Nel giro di poco tempo molte cose sono completamente cambiate: è come se la vita improvvisamente mi avesse restituito quello che sembrava avervi tolto e senza nemmeno chiedere permesso, semplicemente portandolo via, in una maniera che per tanti, tanti mesi a me è rimasta inspiegabile.

Vorrei e forse dovrei raccontarvi tutto da principio. Forse nelle prossime settimane, forse no. In attesa posso dirvi che ho ottenuto quello che volevo più di ogni altra cosa, quello per cui ho lottato in questi mesi, non senza fatica, non senza difficoltà, non senza momenti di grande ansia per il futuro.Tutto è andato bene però.

La vita ha ripresto il suo corso "normale", diciamo così. Il lavoro (tanto), lo stress (ma va bene così), il tempo libero un po' in questa meravigliosa città, un po' in giro per l'Europa e tante altre cose talmente belle da spaventarmi all'idea di poterle perdere. Mi godo il momento e ringrazio per tutta la fortuna ricevuta. Il sabato alla Patisserie des Reves per provare le ultime creazioni ed i suoi lieviti, semplicemente spettacolari, per confrontarli con quelli di Pierre Herme e capire quale dei due sia il migliore di Parigi (ancora non sono riuscito a capirlo). Le camminate da Rue du Bac fino a St. Germain. Le corse ai Jardin des Tuileries, verso le 8 di sera quando ancora non è buio e si può godere di questa meraviglia. E tante altre cose ancora di cui vi parlerò.


Patisserie des Reves

Non basterebbe una settimana per raccontarvi tutto quello che mi è capitato in questi 3 mesi. Proverò a farlo un po' alla volta però. Vi dirò di tutte le meravigliose bottiglie provate, della Loira (si, sono andato on-site), delle degustazioni fatte lì, dei ristoranti provati e di tutta la tempesta di emozioni che quotidianamente imperversa dentro di me.

Sono tornato, sperando di recuperare i 5 lettori che ogni giorni passavano di qui per capire se vi fosse qualcosa di nuovo da leggere. Saprò farmi perdonare, per il momento vi saluto.


[...] "It's a new dawn
It's a new day
It's a new life
It's a new life
For me And I'm feeling good." [...]

venerdì 20 luglio 2012

Decanter

http://www.appliancist.com/riedel-tyrol-decanter.jpg 

Non sono scomparso, diciamo che sto semplicemente "decantando". Speriamo bene.


venerdì 15 giugno 2012

Borgogna (parte prima)

Vi scrivo queste righe dopo tanti, forse troppi, giorni di assenza.

Vi scrivo dopo l'ennesima giornata pesante, stressante, trascorsa a cercare di fare al meglio il mio dovere.

Vi scrivo del mio fine settimana in Borgogna mentre degusto un vino rosso della Loira comprato stasera dopo essere uscito dall'ufficio, insieme a qualche formaggio, una terrina e dell'ottimo pane francese. Un più o meno disperato tentativo di distendere i nervi dopo una settimana non proprio facilissima.

Vi scrivo dunque provando Chateau de Villeneuve 2009, un vino che riporta alla mente tante di quelle cose che voi non potete nemmeno immaginare; ma poi perché dovrebbe interessarvi? Tra la stanchezza ed i nervi tesi cerco di capire come sia il 2009 di questo grande produttore, clamorosamente conveniente nel suo rapporto qualità/prezzo.

Vi scrivo perché oggi sono in vena di confidenze con voi masochisti che ancora transitate per questa miserabile ed indegna pagina etilica.

Nelle orecchie un paio di cuffie che mi aiutano a scrivere meglio (almeno, io credo), nella testa una serie di riflessioni che sempre più difficilmente riesco a mettere diciamo "nero su bianco".
La verità infatti è proprio questa: l'enorme difficoltà, da un po' di tempo, nel riuscire a scrivere su questo blog qualcosa che per me abbia un minimo senso, o che sia degna di essere raccontata. Durerà molto questo momento? Non ne ho la minima idea. Torneranno i giorni in cui dialogare (anche se virtualmente) con chi passava da questo blog mi entusiasmava? Non lo so dire davvero. Per adesso è come se avessi totalmente perso interesse nel commentare le bottiglie che provo. Sto degustando più e meglio che a Roma o a Bruxelles eppure il numero dei post su questo blog è drammaticamente crollato. Qualcosa vorrà pure dire.

Il vino, da qualcosa da condividere, per me ha assunto una forma più introspettiva, personale, che tengo per me e pochissimi altri (solitamente le persone con cui provo quella determinata bottiglia). Questa cosa non mi piace nemmeno un po' eppure così stanno le cose. Alcune volte penso che dovrei sforzarmi e scrivere anche se non ne ho la voglia, per tenere in vita questo spazio, in attesa di tempi migliori; allo stesso modo però tutto ciò mi sembra privo di senso. Le idee non sono proprio chiare e non vi nascondo di aver pensato, più di una volta, durante queste settimane di chiudere questo spazio. Per usare una metafora legata al mondo del vino, alcune volte penso che questo blog sia ormai come quelle bottiglie che avevano un grande potenziale, in grado di regalare davvero qualche emozione ma che ormai hanno passato il loro momento migliore perdendo così l'occasione di dire quello che avevano da dire. Andavano aperte prima.

Comunque, nel tentativo di smentire questa ipotesi, vorrei parlarvi di quello che ho fatto in Borgogna un paio di settimane fa.

La foto che vedete sopra (non proprio venuta benissimo devo dire) rappresenta forse la metafora plastica del fine settimmana passato da quelle aperti.

Non si tratta infatti di un semplice tappo; questo simpatico esserino di sughero ha qualcosa in più, rappresenta qualcosa di speciale: apparteneva ad una bottiglia di Clos Vougeot del 1929 che uno dei produttori dove siamo stati, ci ha fatto l'onore di aprire al termine di una degustazione iniziata alle 9,30 e finita alle 14. Il viticoltore in questione, in un gesto di generosità che solo i grandi signori del vino di Borgogna possono avere, quelli che amano la vigna, che lavorano sporcandosi le mani di terra, che sono veri e propri artigiani dell'uva, ci ha voluto fare questo regalo rendendoci ovviamente molto felici.

Immaginate la mia faccia quando ha tirato fuori dalla cantina una bottiglia scura, polverosa con solo un numero sopra: 1929. Non riuscivo a crederci; avevo davanti a me un pinot nero di 83 anni, imbottigliato, pensate un po', l'anno della grande crisi. Il vino si è ovviamente fatto attendere e non poteva essere diversamente ma dopo un po' di minuti nel bicchiere ha tirato fuori un sapore che ancora oggi, a distanza di due settimane, ricordo in maniera netta e precisa. Rosso intenso, sapori antichi di un vino prodotto secondo schemi ormai estinti. More, ribes, grafite e zero tannino. Dirompente come una mareggiata, elegante e musicale come una poesia di Emily Dickinson.

Il produttore in questione però ha aperto anche altre grandissime bottiglie che abbiamo potuto degustare in tutta calma, parlando di storia, politica francese, Pairigi ed ovviamente annate.

Cosa abbiamo bevuto di preciso, che valore avesse, quali altri produttori abbiamo visitato (vi farò ovviamente i nomi) lo saprete la prossima volta. Per oggi basta, ho detto pure troppo.

Lo saprete, promesso.

You're the colour, You're the movement and the spin. (Never) Could it stay with me the whole day long? Fail with consequence, lose with eloquence

Leggi tutto il testo su: http://singring.virgilio.it/testi/notwist/testo-consequence.html

giovedì 31 maggio 2012

Borgogna

La faccenda è piuttosto semplice: domani in tarda mattina prendo un treno da Parigi fino a Dijon e da lì coincidenza per Beaune. Morale della favola, vado in Borgogna per il fine settimana. Ci sono bottiglie da ritirare e vini da provare. Vediamo un po' cosa esce fuori.

Raccolgo le mie considerazioni ed ovviamente vi faccio sapere.

A presto.

sabato 26 maggio 2012

Barolo Barolo non mi lasciare solo

Il nostro club etilico dell'ufficio (si, avete capito bene, abbiamo creato anche qui, in terra francese, un club etilico) si misura mensilmente con degustazioni di vino, a tema. Questa volta era il turno dell'Italia, Barolo per la precisione. La nostra collega di Torino ha preso l'incarico di presentare agli altri (soprattutto stranieri) questo meraviglioso vino. La serata era sostanzialmente divisa in due parti: la prima di più basso profilo nella quale abbiamo provato diversi Dolcetto mentre nella seconda ci siamo appunto diretti verso il fantastico Barolo, toccando produttori tra i migliori della zona.

Diverse conclusioni al termine della serata: 1) il Dolcetto è un vino interessante (buono il 2010 di Sottimano anche se ancora totalmente chiuso), ottimo per una degustazione non impegnativa ma niente di più. Si tratta di qualcosa di semplice, che non riesce a regalarti emozioni decisive. In alcuni casi poi troppo legno e dunque troppa vaniglia e spesso troppo tannino. In sostanza non puoi aspettarti più di quel poco che riesce a  darti.
2) la seconda e più importante conclusione è stata in realtà una conferma: il Barolo è il migliore vino italiano. Fine, complesso e potente, esattamente come il Pinot Nero di Borgogna di cui secondo me rappresenta in qualche modo il cugino italiano. Stupendo il 2004 di Conterno Fantino Sorì Ginestra; giovane ma già con un bellissimo carattere. Sublime il colore e la potenza in bocca. Utilizzo sapiente del legno e grande complessità, molto lungo in bocca. Conterno Fantino si conferma (a mio avviso) uno dei più grandi produttori della zona e dunque d'Italia.
Molto interessante anche il Barolo Ceretta 1999 di Germano: avvolgente, con un tannino reso più dolce dall'età.

La zona di Barolo è davvero un luogo dove andare il prima possibile. C'è un filo rosso immaginario che lega questa zona alla Borgogna, c'è un legame poco visibile che ancora non sono riuscito a capire ma sul quale sto riflettendo ormai da tempo. Forse il terreno? Il clima? Le persone?

mercoledì 9 maggio 2012

Riemersione (provvisoria)

Interrompo questa fase di lungo silenzio (si procede ma la strada è ancora lunga) per rendervi partecipi di una recente degustazione. Rosso della Loira, probabilmente uno dei migliori della zona.

La Marginale, annata 2004, Domaine des Roches Neuves. Un rosso potente, ancora giovane ma già complesso, strutturato. Naso molto interessante: pepe nero, more e ribes. Molto speziato ed aromatico.

Il colore è stupendo, un rosso molto intenso, quasi nero. Dentro c'è tutto il cabernet franc.

In bocca appena aperto offre pochi spunti, ancora troppo giovane. Si sente però la Loira: frutti neri, tabacco e sentori di terra umida. Un gran bel corpo (con licenza parlando) accompagnato da una discreta acidità. Deciso ancora il tannino ma non poteva essere diversamente vista la giovane età.

Nel complesso un rosso dall'altissima qualità ma che necessita ancora diversi anni e dunque ancora molta pazienza.

Noi lo abbiamo aperto l'altra sera, per festeggiare una bella notizia che, si spera, possa essere confermata tra un po'.

Vi farò sapere.

martedì 1 maggio 2012

A volte ritornano (a volte)

Tanto per chiarire: non sono deceduto, semplicemente non ho avuto molto tempo da dedicare a questo blog. Ho diverse cose di cui vorrei parlarvi e lo farò. Sto vivendo un periodo molto intenso e diciamo pure stressante che lascia poco spazio ad alcune cose belle, per esempio proprio parlare di vino.

Spero che questa fase possa chiudersi il prima possibile, risolvendosi nel migliore dei modi, in quella che io penso sia la cosa migliore per me.

Non ho mollato questo spazio, tranquilli. Ho solo bisogno di un po' di tempo.

A presto.

martedì 17 aprile 2012

Anytime, anywhere, Puligny Montrachet

Esperienza unica ieri sera al ristorante Tante Marguerite nel Settimo. Un posto davvero particolare, "custodito" da uno chef creativo e coraggioso, capace di immaginare piatti arditi negli abbinamenti delle materie prime, spericolati nei sapori ma allo stesso tempo equilibrati e dalla grandissima delicatezza.

Una carta ben fornita, non trascendentale ma comunque con alcune proposte interessanti. Superfluo sottolineare che le persone che mi accompagnavano erano lì con le peggiori intenzioni ed ovviamente io non potevo certo tirarmi indietro, soprattutto perché tra loro ero il più piccolo e dunque dovevo accettare con gioia le proposte di persone ben più navigate di me.

Abbiamo provato più di una bottiglia ovviamente e ciascuno ne ha scelta una (eravamo quattro, fate voi i calcoli). Io non ho avuto dubbi, appena ho aperto la carta ho subito capito che doveva essere lui la mia opzione. Ho lottato, non poco, per difendere la mia scelta ma, vi assicuro, ne è valsa la pena.
Puligny Montrachet 2001 1er Cru, Dureuil-Janthial. Solo il nome del vino e quello del produttore basterebbero a commentare una tale meraviglia. Una bottiglia semplicemente grandiosa, frutto del lavoro non dell'attuale produttore ma di suo padre che qualche hanno fa ha passato appunto la mano al figlio. La differenza di stile tra i due soggetti è lampante per chi abbia provato entrambe le scuole. Il figlio più moderno, più sperimentatore, il padre più legato alla tradizione, fedele al suo antico credo. Queste caratteristiche erano perfettamente visibili in una bottiglia che ha lasciato tutti senza parole (e mi ha pure fatto fare una gran bella figura, cosa che non guasta mai come sapete).

Bellissimo prima di tutto il colore, un giallo intenso, scuro, quasi ocra che rifletteva però la luce in maniera magistrale. Il naso poi un autentico spettacolo. Ampia gamma di odori, margherita, miele e aromi di ogni genere. Nel bicchiere è letteralmente avvolgente. In bocca ancora meglio, acidità sublime che lascia presto il passo a una potenza mai eccessiva, mai fastidiosa ma soprattutto sempre controllata. Sentori delicatissimi di vaniglia, sintomo di un utilizzo divino del legno. Si sentiva chiaramente la mano del padre, il suo spirito, la sua volontà di ottenere un prodotto puro, legato ad un modo di fare vino che ormai in pochi conoscono.

Si sposava perfettamente con le mie portate, tra le quali una meravigliosa vellutata di asparagi con piccola porzione di foie gras.

Durante la cena ovviamente oggetto di conversazione è stata proprio questa bottiglia; ci siamo chiesti come un vino possa essere così delicato ma allo stesso tempo così potente e tutti abbiamo concordato sul fatto che solo il Puligny riesce a raggiungere, tra i bianchi, questa delicatezza, questa finezza (insieme forse ad alcuni Chablis).

Mi immagino questo tipo di vino come una bellissima donna bionda (probabilmente sono influenzato dal colore), intelligente, delicata, quasi eterea, sicuramente bellissima, che non si lascia scoprire subito ma per la quale devi saper aspettare ed imparare a conoscerla.

Un vino adatto a quei momenti in cui tutto sembra perfetto e tu, per un attimo, solo per un attimo, pensi che forse dopo tanto tempo ti meriteresti davvero qualcosa di bello ed in fondo ci speri.

Anytime, anywhere, Puligny Montrachet.

domenica 15 aprile 2012

La forza di volontà

Nella vita la forza di volontà ha una componente fondamentale e questo lo capisci ancora di più proprio quando commetti alcuni errori proprio per difetto di forza di volontà.

Capisci allora che mai e poi mai devi farti convincere a fare un aperitivo alle Galeries Lafayette, perché in fondo pensi "massì per una volta che può succedere? Tutto sommato sembra un posto carino" quando in realtà il tuo spirito di autoconservazione ti dice che stai fare un terribile sbaglio; sai infatti che verrai rapinato, proverai del vino cattivo e pagherai la modica cifra di 73 euro per qualche formaggio e un po' di salumi (peraltro neanche trascendentali). Non dovevi farti convincere, dovevi resistere.

Forza di volontà.

Capisci poi che in un ristorante quando la carta dei vini fa schifo ed il cameriere ti pone la fatidica domanda "che vino vuole bianco o rosso" e alla tua gentile richiesta su quale rosso e quale bianco ci sia (voglio dire, quali tipi, nomi dei produttori, uva e via dicendo), lui rilancia con quello che deve apparire come l'ennesimo, ultimo, campanello d'allarme che il fato ti sta in quel momento fornendo: "abbiamo un trebbiano, uno chardonnay e un nero d'avola"; è meglio sempre prendere una birra in questi casi, non rischi così di provare vino orripilante.

Forza di volontà.

Capisci inoltre che non devi mai dare troppo credito a chi ostentando quella che da subito ti sembra una finta conoscenza del vino, ti esorta a provare altro dal solito pinot nero, perché si tratta di "un'uva sopravvalutata, da radical chic, che non ha sapore e che tutti bevono solo per moda, dopo Sideways". Tu sai che hai davanti un cialtrone ma per educazione e in parte per rispetto (e soprattutto per mancanza di forza di volontà) gli dai retta e ti butti su un bordeaux di un produttore sconosciuto che non è nemmeno possibile definire tecnicamente vino.

Forza di volontà, è sempre una questione di forza di volontà.

domenica 8 aprile 2012

A Pasqua

Pausa romana di qualche giorno, in attesa di tornare in pista per affrontare l'ennesima sfida che ancora una volta non sarà ovviamente facile.

Tant'è, come dicono quelli bravi.

Nel passaggio nella mia città natia non potevo evitare un saluto etilico dal mitico Paolo che nella sua enoteca vicina al Celio ha sempre qualcosa di molto interessante da proporti. Raramente a Roma ho visto persone così compententi per quanto riguarda il vino. Paolo è uno che studia, sempre, e questo rende il suo locale uno dei posti più interessanti a Roma sotto il profilo etilico.

Questa volta siamo andati nella Loira ma non per un bianco bensì per un grande rosso. Clos Rougeard 2007 "Les Poyeux". Avevo provato la stesso vino a parigi pochi mesi fa, annata 2004 ed ero molto curioso di fare un confronto per capire quali e quante fossero le differenze. Molte, come sospettavo.

La bottiglia appena aperta era subito esplosiva, odori molto strani di podori verdi e more. Per esaltare maggiormente le sue potenzialità abbiamo deciso di metterlo in caraffa; scelta corretta perché dopo 10 minuti il vino era ancora più espressivo. Bellissimo il colore tanto per cominciare, un rosso intenso, scuro, quasi nero. Lamponi al naso, seguiti da tabacco e ampia gamma di frutti neri. Si sentiva l'odore della terra bagnata. Bellissimo.

In bocca altrettanto sorprendente, poco tannino (o comunque meno di quanto mi sarei aspettato) ma subito di grande impatto. Ancora chiuso ovviamente ma già capace di comunicare un messaggio di potenza ed esplosione.

Finale lunghissimo.

Una bottiglia che certamente ci ricorda quante e quali meraviglie siano in grado di tirare fuori i francesi dalla terra.

Buona Pasqua a tutti voi, vi voglio bene.

"E ti vengo a cercare, con la scusa di doverti parlare, perché ho bisogno della tua presenza, per capire meglio la mia assenza."

sabato 31 marzo 2012

La lista

La famosa rivista Wine Spectator ha pubblicato la lista dei migliori 100 vini italiani.

Nei giorni scorsi ho avuto modo di dare uno sguardo ai nomi. Per essere sincero (e non vedo perché non dovrei esserlo), il 90% delle bottiglie pubblicate non mi sembrano degne di essere menzionate come vini di livello.

Non posso fare nomi perché certi signori pare siano molto suscettibili rispetto ad eventuali critiche trovando così molto utile e simpatico querelare coloro i quali hanno l'ardire di esprimere giudizi poco lusinghieri nei confornti dei loro vini; detto questo però posso tranquillamente affermare che in quella lista ci sono prodotti che io non proverei nemmeno sotto tortura. Vini deboli, dal sapore standard, senza carattere, senza complessità, senza interesse.

Guardando con maggiore attenzione la lista risulta chiaro che Wine Spectator non si smentisce mai e non potrebbe essere diversamente. La rivista americana infatti si rivolge ad una categoria di degustatore ben precisa, quella del bevitore americano che apprezza un certo tipo di vino con caratteristiche note e delle quali proprio su questo blog abbiamo parlato tanto (per chi fosse interessato prego guardare i miei vecchi post sul tema). Accanto ai vini rotondi, immediatamente bevibili, si ritrovano anche cose parzialmente interessanti. Si tratta però solo di piccole cose in un mare di produttori che sono sempre i soliti noti e che, lo dico davvero con dispiacere, hanno in parte cancellato le peculiarità del territorio e delle caratteristiche del vino italiano a scapito di prodotti che hanno tutti lo stesso sapore e odore.

Lieve...

venerdì 23 marzo 2012

Fatti le analisi

Si lo so, sono scomparso ma dovete avere pazienza, sono stato letteralmente risucchiato dal lavoro che mi ha praticamente sovrastato.

Questo ovviamente non vuol dire assenza di vino, anzi, cosa c'è di meglio, dopo una lunga e stressante giornata, di una bella degustazione rilassante? Nulla appunto.

Ho così tante bottiglie di cui parlarvi (e lo farò, promesso); tempo al tempo, senza fretta.

Qua (intermezzo sociale/personale) la vita continua in maniera sempre più frenetica. Quando sono arrivato ero consapevole della mole di lavoro che mi aspettava ma non avrei mai pensato in una tale quantità. La settimana scorre veloce tra scadenze, meetings e documenti da preparare. Il sabato e la domenica li dedico a me stesso, alla scoperta di una città che sapevo mi sarebbe piaciuta ma non con questa intensità. Il fine settimana si compone di diversi elementi, mostre, corsa nel parco, birre con amici e colleghi o semplice "lettura meditativa" (come mi piace chiamarla), come qualche settimana fa, quando ho passato gran parte della mattinata di sabato a leggere l'Economist ai Jardin du Luxembourg che, quando sono riscaldati dal sole, sono qualcosa di semplicemente meraviglioso.

Ma veniamo a noi: cosa ho bevuto (tra le altre cose)? Allora, ho provato un vino che pur giovanissimo mi è piaciuto moltissimo. Sto parlando del Macon di Merlin, annata 2010. Vino di base ma già con una complessità degna di un vino di categoria superiore.

Bellissimo il colore, un giallo brillante. Nel bicchiere, pur essendo praticamente appena nato era in grado di esprimere i sentori della grande bottiglia. Miele e limone al naso, limone che si ritrova anche in bocca, insieme ad un sapore di noci, appena percettibile ma che negli anni successivi non potrà che aumentare e diventare sempre più complesso. Bellissima l'acidità e la freschezza che davvero pulisce tutta la bocca. Potenza e finezza unite insieme.

Stiamo parlando di un vino che qua a Parigi ho pagato 10 euro all'enoteca e che ho visto al ristorante a 30 (la mezza bottiglia peraltro), un vino molto giovane ma con potenzialità praticamente ancora inespresse.

Spettacolare.

Nei prossimi giorni seguiranno altri commenti, lo prometto.

sabato 10 marzo 2012

Ritorno alle cose serie

Il tempo di parlare male di alcuni vini francesi è finito, torniamo ora a cose serie, a prodotti che meritano, che lasciano il segno.

Voglio parlarvi di un vino stellare, di un produttore che chi legge questo blog ormai conosce molto bene. Mi riferisco al Vouvray Demi-Sec 2008 del Domanine Huet.
Questa volta però non lo farò con le mie parole ma con quelle degli utenti di un importante sito internet di cui vi ho spesso parlato: CellarTracker. Come sapete si tratta di un luogo dove chi si registra può scrivere una relazione su un particolare vino bevuto assegnando poi un punteggio. Chi frequenta questo "motore di ricerca etilico" conosce perfettamente il livello medio dei commenti; vi assicuro che è molto alto e i voti non vengono assolutamente dati con superficialità.

Date uno sguardo qui alle recensioni, si parla di bilanciamento perfetto tra acidità e dolcezza, complessità, lunghezza e tanto altro.

Da parte mia posso dire che con sempre più nettezza esce fuori la metodologia di lavoro di Huet. Sul Demi-Sec la sua mano, il suo modo di fare vino è qualcosa di riconoscibile immediatamente. Il suo stile è inconfondibile ed in questa gamma più che nelle altre. Provatelo, siamo davvero ai vertici della produzione mondiale di vino bianco come direbbe qualcuno.

lunedì 27 febbraio 2012

Prendete nota (parte seconda)

Signori miei prendete ancora nota perchè sto per esprimere dubbi su un altro vino francese. Non voglio più sentirvi dire che ho un pregiudizio positivo nei confronti dei vini dei nostri cugini! In questo caso, peraltro, c'è di più, la bottiglia verso la quale sto esprimendo forti perplessità è prodotta dal proprietario della Romanée-Conti. Avete capito bene, uno dei più grandi vini della storia dell'uomo. Ecco questo bianco (Les Saint-Jacques 2007, Domaine De Villaine) viene dallo stesso signore anche se ovviamente è coltivato in tutt'altra zona, su tutt'altro terreno e con tutt'altre tecniche.

In ogni caso l'ho provato qualche giorno fa e non mi è piaciuto per niente. Sapore strano, piatto, debole, con un'acidità praticamente inesistente. In bocca poco complesso, non resta sulla lingua, finisce subito. Al naso c'è poco ed attenzione, non si tratta di un prodotto chiuso, giovane quanto di un vino che sembra già aver dato il suo massimo. Poca materia anche negli odori, siamo davvero lontani dalla complessità che qualcuno potrebbe attendersi da un produttore questo tipo. Quello che si sente, vagamente, è un sentore di agrumi che però svanisce presto.

Davvero una bottiglia che non resta nella memoria, nella mente piuttosto resta solo il sospetto di aver mancato l'occasione di poter degustare quello che si riteneva un grande vino.

Peccato!

She's a rebel...

mercoledì 22 febbraio 2012

Strange currencies

Il pinot nero di Goisot, bilanciato, fine ed allo stesso tempo privo di orpelli, diretto. Il primo amore.

Quello di Bruno Clair capace di raggiungere dei livelli sui quali pochi altri possono cimentarsi.

Quello di Denis Mortet, con un sapore di altri tempi, che ha segnato il passaggio all'età adulta ma che ha sentori di un periodo che non c'è più ma di cui ostinatamente non vuoi privarti.

Quello di Rapet, inaspettato, timido ma solo all'inizio per poi rivelarsi piano, piano per chi abbia la voglia di aspettarlo e di capirlo.

Quello di Bart, di transizione che ieri ti ha condotto fuori da un periodo della tua vita, oggi ha il gusto di una nuova città, di un nuovo ambiente, di nuove persone e che da domani accende e mantiene viva una speranza.

Quello di Madame Leroy che non hai ancora provato ma che sei impaziente di degustare. Non ne conosci il sapore ma sai con certezza che, tra i tanti, avrà sicuramente quello della speranza e della fiducia.

Tutto questo è molto più che "semplice" vino: è la vita, è il pinot nero.


"You know with love come strange currencies"

giovedì 16 febbraio 2012

Prendete nota

Miei cari 3 lettori prendete nota di questo giorno perchè sto per parlare male di un vino francese. Capita, che volete farci? Questo proprio a dimostrazione che qui non si hanno preconcetti.

Ad ulteriore conferma c'è da dire che il vino in questione (Joseph Drouhin, Cote de Beaune, 2010) viene da un grande produttore, famoso in tutto il mondo tra gli appassionati.

Che volete che vi dica? Non mi è piaciuto, nemmeno un po'. Provato pochi giorni fa si è dimostrato dall'inizio alla fine della degustazione una totale delusione. Piatto, monodimensionale, fiacco, direi debole ed a tratti persino banale. Siamo molto sotto il livello medio di questo eccezionale produttore.

Acidità fastidiosa e nemmeno particolarmente incisiva. A dirla tutta non sembrava proprio un borgogna bianco.

Non vi nascondo un certa delusione nel degustare una bottiglia di così basso profilo.

Ad ogni modo non mi dispero, ogni vino merita sempre una seconda possibilità, un po' come le persone.

Once...

sabato 11 febbraio 2012

O' pesc (con licenza parlando)

Continuando a parlare di luoghi parigini che ho avuto modo di conoscere (si tratta in realtà di una scoperta continua, senza fine per fortuna) vorrei parlarvi di un locale nella zona di Saint-Germain-des-Prés che mi ha davvero colpito.

La storia è questa: non si può solo bere, altrimenti si rischia veramente di andare lunghi a terra, come usano dire a Bolzano. Ecco allora che si presenta la necessità di unire ad una buona bottiglia di vino qualcosa da mettere sotto i denti. Fish, questo è il nome del locale in questione, coniuga perfettamente le due cose: ottimo cibo (si spazia dalla carne al pesce, per tutti i gusti insomma) unito ad una carta veramente competitiva. Ricarichi in alcuni casi un po' eccessivi ma non si può pretendere tutto, giusto? La scelta dei rossi e dei bianchi (quasi tutti francesi) è veramente ampia e varia dalle grandi alle piccole cifre.

La cucina è curata, attenta e molto gustosa. Il locale è una sorta di oasi americana in quel di Parigi; è infatti gestito da americani che visto il grande successo riscontrato, hanno anche aperto una paninoteca poco vicino, una pausa pranzo perfetta durante le vostre giornate lavorative.

I vini inoltre provengono tutti dalla loro enoteca (poco distante) dove è possibile trovare praticamente tutto quello che si vuole, non ultimo il personale già discretamente alticcio di prima mattina tanto da rispondere al vostro saluto con un "Buona sera!".

Per essere completamente sinceri, una cena (compresa di vino) non costa poco ma se siete fortunati potrà capitarvi che il personale che serve ai tavoli (lo stesso impiegato durante la giornata nella loro enoteca) sia talmente "imbriaco" (sono scioccato) da farvi qualche piccolo regalo sul conto. Non fatemi dire altro e provatelo!

Fish, La Boissonerie,
69, Rue de Seine
75006.

Frank Sinatra, The tender trap.

sabato 4 febbraio 2012

Ho imparato che...

Ho imparato un paio di cose dall'ultima degustazione fatta (Vouvray 1996, Le Mont sec, Domaine Huet). Una di queste è che il 1996 è stato un anno davvero pieno di acidità nella zona della Loira. Lo intuisci appena assaggi questo meraviglioso bianco. Potente, pieno ma molto, molto acido. Come se non bastasse a questa sensazione si accompagna anche quella data da una nota di zolfo che si mescola in maniera armoniosa al resto.

Al naso esplosivo sin dall'inizio anche se ancora chiuso. Questo ci porta alla seconda cosa che ho imparato: il Vouvray di Huet deve essere aspettato anche per quasi 20 anni. Si, lo so, è tanto ma fidatevi, il 1996 provato pochi giorni fa era ancora chiuso. Inutile illudersi che due lustri possano bastare.

Corollario alla seconda lezione: stappare il vino la mattina per berlo poi la sera può darvi una mano a renderlo più aperto, una decina di ore tendono a rendere il vino più pronto.

Detto questo ci troviamo ancora una volta davanti all'eccellenza francese e dunque mondiale. Ho praticamente provato quasi tutti gli anni di questo produttore dal suo 1982 ad oggi. Siamo in presenza di una costanza di risultati che difficilmente ho visto in altri vinificatori.

Se potete comprate il 1996 e magari aspettate ancora qualche anno prima di provarlo.

Frank Zappa, In France.

domenica 29 gennaio 2012

Metti che...

Mettiamo caso che voi siate a Parigi, per vacanza, per lavoro, per quello che volete voi.

Mettiamo caso che la sera voi abbiate voglia di andare a bere un bicchiere o, meglio ancora, una bottiglia di vino.

Prima di tutto contattatemi che andiamo insieme, una bottiglia di vino non si rifiuta mai, a meno che non sia qualcosa di completamente imbevibile.

In secondo luogo: dove andare a degustare? A Parigi, come facilmente intuibile, c'è solo l'imbarazzo della scelta e nelle prossime settimane vi proporrò una serie di luoghi che meritano senza dubbio una visita.

Come antipasto intanto vi propongo questo bar à vins, come dicono quelli bravi. Si chiama Ambassade de Bourgogne e si trova a pochi metri dalla fermata Odeon. Il nome del locale parla da solo: la carta è completamente dedicata alla Borgogna, con bianchi e rossi di tutti i più grandi produttori di questa zona. Molti dei vini di cui ho parlato in queste settimane li ho provati proprio in questo wine bar.

Il proprietario, un simpatico e disponibile signore francese che però parla anche inglese (elemento non di poco conto quando avete evidenti problemi di lingua come il sottoscritto) vi aiuterà nella scelta che potrà essere accompagnata da ottimi formaggi e salumi. Il tutto a prezzi assolutamente onesti, cosa molto importante considerando il prezzo medio del vino a Parigi (tanto per tornare al discorso di Nossiter di cui abbiamo parlato di recente).

Una tappa che non può davvero mancare in un vostro soggiorno a Parigi.

E soprattutto, chiamatemi!

Metti che...

venerdì 27 gennaio 2012

E decidemmo di passare la serata dentro, per non uscire (cit.)

Era sera, come al solito ero uscito tardi dall'ufficio, distrutto, dopo una giornata in compagnia di derivati, MiFID, SEC, CFTC et similia.

Si erano fatte quasi le 21 e la fame non era poca, qualcosa bisogna organizzare per non morire di inedia, soprattutto. La stanchezza non consentiva di stare fuori a mangiare e allora, citando qualcuno molto più importante di me, "decidemmo di passare la serata dentro per non uscire".

Niente di meglio che andare al mitico Bon Marché per comprare qualcosa e cercare una bottiglia degna di fare da accompagnamento. Le idee erano chiare, volevo del pesce (con licenza parlando) e per essere ancora più preciso non propriamente pesce ma capesante; avevo adocchiato qualche giorno prima una ricetta di Mark Bitman molto semplice ma davvero invitante. Si trattava solo di trovare le suddette capesante e dell'insalata, il resto era già a casa.

Cosa abbinare ad un piatto così? Un pouilly-fumé che avevo provato in degustazione qualche giorno prima e che mi aveva molto colpito. Mi riferisco a quello del Domaine Michel Redde et fils, La Moynerie 2008, il loro vino di fascia alta. lo ricordavo come un prodotto interessante, complessso, sicuramente meritevole di un test.

Avevo visto giusto (bello cantarla e sonarla da solo eh?): vino bellissimo già nel colore, giallo chiaro con riflessi verdi. L'odore era molto particolare con i sentori tipici del sauvignon, non i fastidiosi (il classico odore di pipì di gatto che non è, come molti dicono, una tipicità di questo varietale ma un difetto causato dalla resa tropppo alta) bensì quelli piacevoli, che restano nel naso per diversi secondi. Aromatico, salino, odorava di terra. La materia era chiaramente percepibile.

In bocca c'era tutto il 2008, anno strepitoso per i bianchi di Loira: acidità pazzesca ma ancora chiuso. Salino ma al punto giusto. Elegante, si sentiva di essere in presenza di un'uva che nasce su un terreno calcareo. Speziato con un finale netto di pietra focaia (per favore non prendete in giro).

Una bottiglia invitante che, come sempre accade con i vini così giovani, necessita di tempo.

Perfetto l'accostamento con le capesante scottate e l'insalata grigliata al pepe nero preparata secondo le indicazioni di Mark Bittman.

Subsonica, Tutti i miei sbagli.

sabato 21 gennaio 2012

Loira, Loira e ancora Loira

Se dovessi paragonare il vino ad una donna dovrei prima di tutto fare un elenco sterminato di diversi categorie femminili.

Cosa sarebbe, ad esempio, il Clos Rougeard, questo meraviglioso prodotto della Loira, probabilmente il migliore rosso di questa zona incredibilmente generosa quanto a bottiglie di altro livello? Direi una donna esplosiva, appariscente, non in maniera volgare ma sicuramente voluttuosa, capace di farti perdere la testa per una sera.

Si perché questo fantastico vino è così: pieno, prosperoso, aggressivo. Un colore rosso intenso attraverso il quale la luce passa a stento. Se poi provate ad accostare il bicchiere al naso e chiudete gli occhi vi sentirete catapultati in un mondo strano ma affascinante. Pepe nero e frutti rossi, seguiti da tabacco e terra. Una complessità che però non disdegna una violenza olfattiva che in alcuni momenti delle vita di ciascuno non dispiace.

In bocca invece tannino ancora forte a dimostrazione di una materia che c'è ma per la quale bisogna ancora aspettare, senza essere frettolosi. Sulla lingua ti avvolge, trascinandoti in un'esperienza che può anche farti perdere la testa.

Per il resto ancora molto chiuso. Troppo presto per esprimere un giudizio completo, per domandarsi se possa essere il vino di una vita o semplicemente quello di una notte.

Per quanto mi riguarda io la risposta la conosco già: il pinot nero è per sempre, il resto è bello, è interessante, può anche darti grandi sensazioni ma transitorie. Che volete che vi dica, tra Marilyn Monroe ed Audrey Hepburn io non ho mai avuto dubbi. Indovinate un po' quale delle due è il pinot nero e quale il Clos Rougeard.

E voi? Che ne pensate?

Clos Rougeard, Saumur-Champigny, 2004.

Pixies, Where is my mind?

domenica 15 gennaio 2012

Su Nossiter ed i ristoranti di Roma

Mi permetto anche io di intervenire con l'autorità che può venire da questo blog (vale a dire nessuna) su un tema che sta animando un acceso dibattito sia in radio che su internet. Mi riferisco alle reazioni suscitate dal recente articolo che Jonathan Nossiter ha pubblicato da poco sulla rivista GQ.

Per chi non lo conoscesse, Jonathan Nossiter è il regista di Mondovino (film-documentario sul vino dal taglio molto particolare) ed autore di libri ed articoli sul tema. Le sue idee sono piuttosto note per chi frequenta questo mondo: seguace accanito dei vini naturali, da anni denuncia (in alcuni casi giustamente) il rischio di una "globalizzazione" del gusto attaccando, spesso in maniera veemente, alcuni produttori da lui considerati i fautori di questo modo omologato di fare vino.

Dovete sapere che, come si diceva all'inizio, questo signore ha scritto un articolo piuttosto pesante sulla ristorazione romana, colpevole a suo avviso di applicare ricarichi mostruosi sulle bottiglie che hanno in carta. Oltre a questo, il suo pezzo è stata anche l'occasione per esprimere giudizi estremamente severi nei confronti di alcuni ristoranti romani, alcuni dei quali molto, molto famosi.

Ecco per esempio il suo parere su come si mangia a Roma in generale:

"A Roma (ma quasi ovunque in Italia) se entrate da sprovveduti in un ristorante — che sia un tempio dell’haute cuisine o una semplice trattoria — quasi certamente vi serviranno del vino dal sovraprezzo esorbitante, oppure tossico, o che tradisce la propria identità storica (se non tutti e 3 insieme)".

Questo giudizio invece è diretto in maniera specifica contro Felice al Testaccio:

"La trattoria romana Felice al Testaccio rappresenta un perfetto caso di studio. Il Gambero Rosso, come le altre guide, lo considera una delle più affidabili cucine romanesche, autentica come l’ironia sorniona dei camerieri. Ma che dire della lista dei vini, un massiccio e decrepito raccoglitore di fogli di carta infilati nella plastica? Nell’elenco predominano cantine industriali o semi-industriali di tutte le principali regioni d’Italia: non certo i vini peggiori, ma poco artigianali o autentici.
Avendo consumato da Felice un pasto che sapeva di totale indifferenza, ci sono tornato per capire quella lista dei vini grossa e flaccida. In uno scambio degno dei primi film di Benigni, ho domandato al responsabile alla cassa perché non avessero vini naturali nella lista. Si è stretto nelle spalle: ‘Non ci interessa, ma non sono io che mi occupo dei vini’. ‘Chi, allora?’, ho chiesto. ‘Un ragazzo, Maurizio’. ‘C’è?’. ‘No, non c’è. Viene solo alcune mattine, ma non è lui che sceglie, le compra soltanto’. ‘Chi le sceglie?’. ‘L’enoteca che ce li vende’. ‘E come si chiama l’enoteca?’. ‘Non lo so’. Per un ristorante, lasciare che a scegliere i vini sia un’enoteca con le sue ‘considerazioni commerciali’ è come delegare a uno sconosciuto la scelta delle proprie pratiche sessuali. L’autenticità dell’emozione è la stessa che ci si può attendere, per esempio, dalle signore di un’agenzia pugliese di escort".

Ecco cosa dice invece del ristorante San Lorenzo:

"Il San Lorenzo è un ristorante molto frequentato dai parlamentari di spirito più moderno. La lista dei vini costituisce un passo avanti rispetto al Convivio: selezione eclettica; molte etichette convenzionali ma anche vini naturali e artigianali. Che piacere trovare il Trebbiano d’Abruzzo di Emidio Pepe. Però è uno choc ritrovarsi a pagare 64 euro per un vino che ne costa 13 in cantina. Chi può distinguere allora nella lista del San Lorenzo tra uno Chardonnay (26 euro contro 5 in cantina), uno Syrah (80 euro contro 19 in cantina) e etichette più impegnate? Una lista dei vini, specie in un ristorante dove si pagano 4 euro a testa per il pane e 20 per una porzione ridotta di spaghetti con una (?) acciuga poco distinguibile dovrenne mostrare un minimo di coerenza".

E sul produttore laziale Casale del Giglio:

"E’ un’azienda nella quale si usano sostanze chimiche tossiche per qualsiasi cosa vivente ma che dice di essere ecocompatibile per confondere chi non è informato. Il giovane sommelier Francesco Romanazzi dell’Enoteca Bulzoni (per me la migliore di Roma) spiega: ‘Se vedi Casal del Giglio sulla carta di un ristorante, puoi essere sicuro che ci sono considerazioni commerciali. I romani lo comprano, lo bevono e lo amano perché rappresenta una certa sicurezza, come votare Pdl. Ma Casal del Giglio è un tradimento, un vino palesemente industriale, tecnico e ruffiano, fatto nel posto meno vocato al vino del mondo, lo so bene, i miei genitori ci abitano".

Come vedete si tratta di giudizi tutt'altro che misurati, spesso al limite della diffamazione (non è un caso ad esempio che l'azienda vinicola in questione si sia riservata di tutelare le proprie ragioni in un tribunale della Repubblica).

Mi astengo dall'esprimere giudizi specifici su alcuni ristoranti romani, facendo nomi e cognomi, non ho voglia di prendermi querele. Dico semplicemente che una cosa si può affermare: a Roma (tranne belle eccezioni ed alcune meravigliose realtà gastronomiche) si mangia mediamente male e si spende mediamente molto.

Detto questo però lasciatemi dire che non sono completamente d'accordo con Nossiter. Roma non è la sola città dove vengono applicati ricarichi al limite della delinquenza. Qua a Parigi ad esempio vi sono alcuni ristoranti o enoteche che presentano prezzi scandalosi, per non parlare di Londra dove ancora ricordo di aver visto (in uno dei tanti famosi ristoranti di Jamie Oliver) La Segreta bianco di Planeta alla bellezza di 27 sterline (al supermercato questa bottiglia si trova a circa 6 euro). Fate voi il calcolo in percentuale di quanto ricarico ci sia.

Quello che voglio dire in sostanza è che a Roma vi sono sicuramente luoghi dove si vendono vini scadenti ed a prezzi vergognosi ma che la Capitale non è l'unica città dove avviene questo genere di ladrocinio.

La difesa migliore del consumatore, come al solito, come in tutte le cose della vita, è studiare: conoscendo i vini e avendo contezza dei loro reali prezzi è possibile avvicinarsi ad una carta con meno probabilità di essere sonoramente fregati, leggendola così con intelligenza.

L'articolo di Nossiter ha comunque l'indubbio merito di accendere i riflettori su un problema che c'è ed è anche piuttosto diffuso.
Detto questo il bravo critico americano dovrebbe aver il buon gusto di risparmiarci commenti più allargati sulla crisi finanziaria, con analisi discutibili (per essere generosi) sui derivati otc, salendo su una cattedra che, davvero, non è in grado di mantenere.

Come dire, ciascuno faccia il suo lavoro.

[...] "I'd have done anything
I would do anything
I feel like a cartoon brick wall
To hear you speak of it" [...]

domenica 8 gennaio 2012

Barolo Sorì Ginestra 1996, Conterno Fantino

Inutile che stia qua a menarla per l'ennesima volta su quanto sia importante il vino, cosa esso possa rappresentare e quale significato abbia per me.

In questo caso mi basta dirvi che la bottiglia in questione era un regalo da parte di una persona molto importante, fondamentale direi, una persona a cui devo moltissimo e, tra le altre cose, la passione per il vino.

Potete dunque immaginare quale fosse il mio stato d'animo nel provare un rosso di questo genere, senza dubbio uno dei migliori barolo che la tradizione italiana sia stata in grado di esprimere.

Erano i giorni delle feste natalizie, ero di passaggio a Roma e ho penato che fosse il momento di provarlo con alcune persone importanti per me, proprio perché le cose belle devono essere condivise. Purtroppo all'appello mancava qualcuno.

Ad ogni modo, avevo aperto la bottiglia nel pomeriggio senza scaraffarla, convinto che, data l'età, vi fosse il rischio di danneggiarla fornendole troppa "aria". La sera, al momento della degustazione, grande sorpresa nello scoprire che il vino era ancora completamente chiuso. Una bottiglia del 1996 che non dimostrava neanche lontanamente la sua età. Si capiva ovviamente di essere in presenza di un grande prodotto ma tutto era ancora dannatamente ovattato.

A quel punto era necessaria una idea che solo la frequentazione della Squadra etilica poteva darmi: metà vino in caraffa e metà ancora nella bottiglia per vedere la differenza nell'evoluzione.
Il Professore (il vero inventore di questa trovata) consiglia sempre di seguire questo metodo quando un vino risulta ancora chiuso dopo alcune ore in bottiglia. Idea geniale devo dire perché nella caraffa il vino si è aperto incredibilmente nel giro di un'ora.

Tutti i sentori tipici del barolo hanno fatto la loro comparsa: al naso un meraviglioso odore di tartufo, seguito da odori che ricordavano il caramello (il legno con l'età tira fuori questo genere di sentore); e non è finita qui: bellissimo l'odore di frutti rossi, di una complessità ed eleganza semplicemente superba. La forza del barolo è proprio questa: potenza bilanciata con l'eleganza, come il pinot nero, del quale in qualche in qualche modo, almeno a mio avviso, rappresenta un lontano parente.

In bocca tabacco e un po' di grafite. Alcol praticamente inesistente e sulla lingua, delicato ma pradossalmente ancora giovane. Questa la cosa che mi ha colpito maggiormente: un vino di più di quindici anni che poteva attenderne ancora altri 10, senza rischiare di perdere nulla, anzi.

Il barolo si dimostra il migliore vino rosso che la tradizione enologica italiana possa oggi esprimere e Conterno Fantino un suo meraviglioso cantore.

Miles Davis, Time after time.