domenica 29 gennaio 2012

Metti che...

Mettiamo caso che voi siate a Parigi, per vacanza, per lavoro, per quello che volete voi.

Mettiamo caso che la sera voi abbiate voglia di andare a bere un bicchiere o, meglio ancora, una bottiglia di vino.

Prima di tutto contattatemi che andiamo insieme, una bottiglia di vino non si rifiuta mai, a meno che non sia qualcosa di completamente imbevibile.

In secondo luogo: dove andare a degustare? A Parigi, come facilmente intuibile, c'è solo l'imbarazzo della scelta e nelle prossime settimane vi proporrò una serie di luoghi che meritano senza dubbio una visita.

Come antipasto intanto vi propongo questo bar à vins, come dicono quelli bravi. Si chiama Ambassade de Bourgogne e si trova a pochi metri dalla fermata Odeon. Il nome del locale parla da solo: la carta è completamente dedicata alla Borgogna, con bianchi e rossi di tutti i più grandi produttori di questa zona. Molti dei vini di cui ho parlato in queste settimane li ho provati proprio in questo wine bar.

Il proprietario, un simpatico e disponibile signore francese che però parla anche inglese (elemento non di poco conto quando avete evidenti problemi di lingua come il sottoscritto) vi aiuterà nella scelta che potrà essere accompagnata da ottimi formaggi e salumi. Il tutto a prezzi assolutamente onesti, cosa molto importante considerando il prezzo medio del vino a Parigi (tanto per tornare al discorso di Nossiter di cui abbiamo parlato di recente).

Una tappa che non può davvero mancare in un vostro soggiorno a Parigi.

E soprattutto, chiamatemi!

Metti che...

venerdì 27 gennaio 2012

E decidemmo di passare la serata dentro, per non uscire (cit.)

Era sera, come al solito ero uscito tardi dall'ufficio, distrutto, dopo una giornata in compagnia di derivati, MiFID, SEC, CFTC et similia.

Si erano fatte quasi le 21 e la fame non era poca, qualcosa bisogna organizzare per non morire di inedia, soprattutto. La stanchezza non consentiva di stare fuori a mangiare e allora, citando qualcuno molto più importante di me, "decidemmo di passare la serata dentro per non uscire".

Niente di meglio che andare al mitico Bon Marché per comprare qualcosa e cercare una bottiglia degna di fare da accompagnamento. Le idee erano chiare, volevo del pesce (con licenza parlando) e per essere ancora più preciso non propriamente pesce ma capesante; avevo adocchiato qualche giorno prima una ricetta di Mark Bitman molto semplice ma davvero invitante. Si trattava solo di trovare le suddette capesante e dell'insalata, il resto era già a casa.

Cosa abbinare ad un piatto così? Un pouilly-fumé che avevo provato in degustazione qualche giorno prima e che mi aveva molto colpito. Mi riferisco a quello del Domaine Michel Redde et fils, La Moynerie 2008, il loro vino di fascia alta. lo ricordavo come un prodotto interessante, complessso, sicuramente meritevole di un test.

Avevo visto giusto (bello cantarla e sonarla da solo eh?): vino bellissimo già nel colore, giallo chiaro con riflessi verdi. L'odore era molto particolare con i sentori tipici del sauvignon, non i fastidiosi (il classico odore di pipì di gatto che non è, come molti dicono, una tipicità di questo varietale ma un difetto causato dalla resa tropppo alta) bensì quelli piacevoli, che restano nel naso per diversi secondi. Aromatico, salino, odorava di terra. La materia era chiaramente percepibile.

In bocca c'era tutto il 2008, anno strepitoso per i bianchi di Loira: acidità pazzesca ma ancora chiuso. Salino ma al punto giusto. Elegante, si sentiva di essere in presenza di un'uva che nasce su un terreno calcareo. Speziato con un finale netto di pietra focaia (per favore non prendete in giro).

Una bottiglia invitante che, come sempre accade con i vini così giovani, necessita di tempo.

Perfetto l'accostamento con le capesante scottate e l'insalata grigliata al pepe nero preparata secondo le indicazioni di Mark Bittman.

Subsonica, Tutti i miei sbagli.

sabato 21 gennaio 2012

Loira, Loira e ancora Loira

Se dovessi paragonare il vino ad una donna dovrei prima di tutto fare un elenco sterminato di diversi categorie femminili.

Cosa sarebbe, ad esempio, il Clos Rougeard, questo meraviglioso prodotto della Loira, probabilmente il migliore rosso di questa zona incredibilmente generosa quanto a bottiglie di altro livello? Direi una donna esplosiva, appariscente, non in maniera volgare ma sicuramente voluttuosa, capace di farti perdere la testa per una sera.

Si perché questo fantastico vino è così: pieno, prosperoso, aggressivo. Un colore rosso intenso attraverso il quale la luce passa a stento. Se poi provate ad accostare il bicchiere al naso e chiudete gli occhi vi sentirete catapultati in un mondo strano ma affascinante. Pepe nero e frutti rossi, seguiti da tabacco e terra. Una complessità che però non disdegna una violenza olfattiva che in alcuni momenti delle vita di ciascuno non dispiace.

In bocca invece tannino ancora forte a dimostrazione di una materia che c'è ma per la quale bisogna ancora aspettare, senza essere frettolosi. Sulla lingua ti avvolge, trascinandoti in un'esperienza che può anche farti perdere la testa.

Per il resto ancora molto chiuso. Troppo presto per esprimere un giudizio completo, per domandarsi se possa essere il vino di una vita o semplicemente quello di una notte.

Per quanto mi riguarda io la risposta la conosco già: il pinot nero è per sempre, il resto è bello, è interessante, può anche darti grandi sensazioni ma transitorie. Che volete che vi dica, tra Marilyn Monroe ed Audrey Hepburn io non ho mai avuto dubbi. Indovinate un po' quale delle due è il pinot nero e quale il Clos Rougeard.

E voi? Che ne pensate?

Clos Rougeard, Saumur-Champigny, 2004.

Pixies, Where is my mind?

domenica 15 gennaio 2012

Su Nossiter ed i ristoranti di Roma

Mi permetto anche io di intervenire con l'autorità che può venire da questo blog (vale a dire nessuna) su un tema che sta animando un acceso dibattito sia in radio che su internet. Mi riferisco alle reazioni suscitate dal recente articolo che Jonathan Nossiter ha pubblicato da poco sulla rivista GQ.

Per chi non lo conoscesse, Jonathan Nossiter è il regista di Mondovino (film-documentario sul vino dal taglio molto particolare) ed autore di libri ed articoli sul tema. Le sue idee sono piuttosto note per chi frequenta questo mondo: seguace accanito dei vini naturali, da anni denuncia (in alcuni casi giustamente) il rischio di una "globalizzazione" del gusto attaccando, spesso in maniera veemente, alcuni produttori da lui considerati i fautori di questo modo omologato di fare vino.

Dovete sapere che, come si diceva all'inizio, questo signore ha scritto un articolo piuttosto pesante sulla ristorazione romana, colpevole a suo avviso di applicare ricarichi mostruosi sulle bottiglie che hanno in carta. Oltre a questo, il suo pezzo è stata anche l'occasione per esprimere giudizi estremamente severi nei confronti di alcuni ristoranti romani, alcuni dei quali molto, molto famosi.

Ecco per esempio il suo parere su come si mangia a Roma in generale:

"A Roma (ma quasi ovunque in Italia) se entrate da sprovveduti in un ristorante — che sia un tempio dell’haute cuisine o una semplice trattoria — quasi certamente vi serviranno del vino dal sovraprezzo esorbitante, oppure tossico, o che tradisce la propria identità storica (se non tutti e 3 insieme)".

Questo giudizio invece è diretto in maniera specifica contro Felice al Testaccio:

"La trattoria romana Felice al Testaccio rappresenta un perfetto caso di studio. Il Gambero Rosso, come le altre guide, lo considera una delle più affidabili cucine romanesche, autentica come l’ironia sorniona dei camerieri. Ma che dire della lista dei vini, un massiccio e decrepito raccoglitore di fogli di carta infilati nella plastica? Nell’elenco predominano cantine industriali o semi-industriali di tutte le principali regioni d’Italia: non certo i vini peggiori, ma poco artigianali o autentici.
Avendo consumato da Felice un pasto che sapeva di totale indifferenza, ci sono tornato per capire quella lista dei vini grossa e flaccida. In uno scambio degno dei primi film di Benigni, ho domandato al responsabile alla cassa perché non avessero vini naturali nella lista. Si è stretto nelle spalle: ‘Non ci interessa, ma non sono io che mi occupo dei vini’. ‘Chi, allora?’, ho chiesto. ‘Un ragazzo, Maurizio’. ‘C’è?’. ‘No, non c’è. Viene solo alcune mattine, ma non è lui che sceglie, le compra soltanto’. ‘Chi le sceglie?’. ‘L’enoteca che ce li vende’. ‘E come si chiama l’enoteca?’. ‘Non lo so’. Per un ristorante, lasciare che a scegliere i vini sia un’enoteca con le sue ‘considerazioni commerciali’ è come delegare a uno sconosciuto la scelta delle proprie pratiche sessuali. L’autenticità dell’emozione è la stessa che ci si può attendere, per esempio, dalle signore di un’agenzia pugliese di escort".

Ecco cosa dice invece del ristorante San Lorenzo:

"Il San Lorenzo è un ristorante molto frequentato dai parlamentari di spirito più moderno. La lista dei vini costituisce un passo avanti rispetto al Convivio: selezione eclettica; molte etichette convenzionali ma anche vini naturali e artigianali. Che piacere trovare il Trebbiano d’Abruzzo di Emidio Pepe. Però è uno choc ritrovarsi a pagare 64 euro per un vino che ne costa 13 in cantina. Chi può distinguere allora nella lista del San Lorenzo tra uno Chardonnay (26 euro contro 5 in cantina), uno Syrah (80 euro contro 19 in cantina) e etichette più impegnate? Una lista dei vini, specie in un ristorante dove si pagano 4 euro a testa per il pane e 20 per una porzione ridotta di spaghetti con una (?) acciuga poco distinguibile dovrenne mostrare un minimo di coerenza".

E sul produttore laziale Casale del Giglio:

"E’ un’azienda nella quale si usano sostanze chimiche tossiche per qualsiasi cosa vivente ma che dice di essere ecocompatibile per confondere chi non è informato. Il giovane sommelier Francesco Romanazzi dell’Enoteca Bulzoni (per me la migliore di Roma) spiega: ‘Se vedi Casal del Giglio sulla carta di un ristorante, puoi essere sicuro che ci sono considerazioni commerciali. I romani lo comprano, lo bevono e lo amano perché rappresenta una certa sicurezza, come votare Pdl. Ma Casal del Giglio è un tradimento, un vino palesemente industriale, tecnico e ruffiano, fatto nel posto meno vocato al vino del mondo, lo so bene, i miei genitori ci abitano".

Come vedete si tratta di giudizi tutt'altro che misurati, spesso al limite della diffamazione (non è un caso ad esempio che l'azienda vinicola in questione si sia riservata di tutelare le proprie ragioni in un tribunale della Repubblica).

Mi astengo dall'esprimere giudizi specifici su alcuni ristoranti romani, facendo nomi e cognomi, non ho voglia di prendermi querele. Dico semplicemente che una cosa si può affermare: a Roma (tranne belle eccezioni ed alcune meravigliose realtà gastronomiche) si mangia mediamente male e si spende mediamente molto.

Detto questo però lasciatemi dire che non sono completamente d'accordo con Nossiter. Roma non è la sola città dove vengono applicati ricarichi al limite della delinquenza. Qua a Parigi ad esempio vi sono alcuni ristoranti o enoteche che presentano prezzi scandalosi, per non parlare di Londra dove ancora ricordo di aver visto (in uno dei tanti famosi ristoranti di Jamie Oliver) La Segreta bianco di Planeta alla bellezza di 27 sterline (al supermercato questa bottiglia si trova a circa 6 euro). Fate voi il calcolo in percentuale di quanto ricarico ci sia.

Quello che voglio dire in sostanza è che a Roma vi sono sicuramente luoghi dove si vendono vini scadenti ed a prezzi vergognosi ma che la Capitale non è l'unica città dove avviene questo genere di ladrocinio.

La difesa migliore del consumatore, come al solito, come in tutte le cose della vita, è studiare: conoscendo i vini e avendo contezza dei loro reali prezzi è possibile avvicinarsi ad una carta con meno probabilità di essere sonoramente fregati, leggendola così con intelligenza.

L'articolo di Nossiter ha comunque l'indubbio merito di accendere i riflettori su un problema che c'è ed è anche piuttosto diffuso.
Detto questo il bravo critico americano dovrebbe aver il buon gusto di risparmiarci commenti più allargati sulla crisi finanziaria, con analisi discutibili (per essere generosi) sui derivati otc, salendo su una cattedra che, davvero, non è in grado di mantenere.

Come dire, ciascuno faccia il suo lavoro.

[...] "I'd have done anything
I would do anything
I feel like a cartoon brick wall
To hear you speak of it" [...]

domenica 8 gennaio 2012

Barolo Sorì Ginestra 1996, Conterno Fantino

Inutile che stia qua a menarla per l'ennesima volta su quanto sia importante il vino, cosa esso possa rappresentare e quale significato abbia per me.

In questo caso mi basta dirvi che la bottiglia in questione era un regalo da parte di una persona molto importante, fondamentale direi, una persona a cui devo moltissimo e, tra le altre cose, la passione per il vino.

Potete dunque immaginare quale fosse il mio stato d'animo nel provare un rosso di questo genere, senza dubbio uno dei migliori barolo che la tradizione italiana sia stata in grado di esprimere.

Erano i giorni delle feste natalizie, ero di passaggio a Roma e ho penato che fosse il momento di provarlo con alcune persone importanti per me, proprio perché le cose belle devono essere condivise. Purtroppo all'appello mancava qualcuno.

Ad ogni modo, avevo aperto la bottiglia nel pomeriggio senza scaraffarla, convinto che, data l'età, vi fosse il rischio di danneggiarla fornendole troppa "aria". La sera, al momento della degustazione, grande sorpresa nello scoprire che il vino era ancora completamente chiuso. Una bottiglia del 1996 che non dimostrava neanche lontanamente la sua età. Si capiva ovviamente di essere in presenza di un grande prodotto ma tutto era ancora dannatamente ovattato.

A quel punto era necessaria una idea che solo la frequentazione della Squadra etilica poteva darmi: metà vino in caraffa e metà ancora nella bottiglia per vedere la differenza nell'evoluzione.
Il Professore (il vero inventore di questa trovata) consiglia sempre di seguire questo metodo quando un vino risulta ancora chiuso dopo alcune ore in bottiglia. Idea geniale devo dire perché nella caraffa il vino si è aperto incredibilmente nel giro di un'ora.

Tutti i sentori tipici del barolo hanno fatto la loro comparsa: al naso un meraviglioso odore di tartufo, seguito da odori che ricordavano il caramello (il legno con l'età tira fuori questo genere di sentore); e non è finita qui: bellissimo l'odore di frutti rossi, di una complessità ed eleganza semplicemente superba. La forza del barolo è proprio questa: potenza bilanciata con l'eleganza, come il pinot nero, del quale in qualche in qualche modo, almeno a mio avviso, rappresenta un lontano parente.

In bocca tabacco e un po' di grafite. Alcol praticamente inesistente e sulla lingua, delicato ma pradossalmente ancora giovane. Questa la cosa che mi ha colpito maggiormente: un vino di più di quindici anni che poteva attenderne ancora altri 10, senza rischiare di perdere nulla, anzi.

Il barolo si dimostra il migliore vino rosso che la tradizione enologica italiana possa oggi esprimere e Conterno Fantino un suo meraviglioso cantore.

Miles Davis, Time after time.