venerdì 15 giugno 2012

Borgogna (parte prima)

Vi scrivo queste righe dopo tanti, forse troppi, giorni di assenza.

Vi scrivo dopo l'ennesima giornata pesante, stressante, trascorsa a cercare di fare al meglio il mio dovere.

Vi scrivo del mio fine settimana in Borgogna mentre degusto un vino rosso della Loira comprato stasera dopo essere uscito dall'ufficio, insieme a qualche formaggio, una terrina e dell'ottimo pane francese. Un più o meno disperato tentativo di distendere i nervi dopo una settimana non proprio facilissima.

Vi scrivo dunque provando Chateau de Villeneuve 2009, un vino che riporta alla mente tante di quelle cose che voi non potete nemmeno immaginare; ma poi perché dovrebbe interessarvi? Tra la stanchezza ed i nervi tesi cerco di capire come sia il 2009 di questo grande produttore, clamorosamente conveniente nel suo rapporto qualità/prezzo.

Vi scrivo perché oggi sono in vena di confidenze con voi masochisti che ancora transitate per questa miserabile ed indegna pagina etilica.

Nelle orecchie un paio di cuffie che mi aiutano a scrivere meglio (almeno, io credo), nella testa una serie di riflessioni che sempre più difficilmente riesco a mettere diciamo "nero su bianco".
La verità infatti è proprio questa: l'enorme difficoltà, da un po' di tempo, nel riuscire a scrivere su questo blog qualcosa che per me abbia un minimo senso, o che sia degna di essere raccontata. Durerà molto questo momento? Non ne ho la minima idea. Torneranno i giorni in cui dialogare (anche se virtualmente) con chi passava da questo blog mi entusiasmava? Non lo so dire davvero. Per adesso è come se avessi totalmente perso interesse nel commentare le bottiglie che provo. Sto degustando più e meglio che a Roma o a Bruxelles eppure il numero dei post su questo blog è drammaticamente crollato. Qualcosa vorrà pure dire.

Il vino, da qualcosa da condividere, per me ha assunto una forma più introspettiva, personale, che tengo per me e pochissimi altri (solitamente le persone con cui provo quella determinata bottiglia). Questa cosa non mi piace nemmeno un po' eppure così stanno le cose. Alcune volte penso che dovrei sforzarmi e scrivere anche se non ne ho la voglia, per tenere in vita questo spazio, in attesa di tempi migliori; allo stesso modo però tutto ciò mi sembra privo di senso. Le idee non sono proprio chiare e non vi nascondo di aver pensato, più di una volta, durante queste settimane di chiudere questo spazio. Per usare una metafora legata al mondo del vino, alcune volte penso che questo blog sia ormai come quelle bottiglie che avevano un grande potenziale, in grado di regalare davvero qualche emozione ma che ormai hanno passato il loro momento migliore perdendo così l'occasione di dire quello che avevano da dire. Andavano aperte prima.

Comunque, nel tentativo di smentire questa ipotesi, vorrei parlarvi di quello che ho fatto in Borgogna un paio di settimane fa.

La foto che vedete sopra (non proprio venuta benissimo devo dire) rappresenta forse la metafora plastica del fine settimmana passato da quelle aperti.

Non si tratta infatti di un semplice tappo; questo simpatico esserino di sughero ha qualcosa in più, rappresenta qualcosa di speciale: apparteneva ad una bottiglia di Clos Vougeot del 1929 che uno dei produttori dove siamo stati, ci ha fatto l'onore di aprire al termine di una degustazione iniziata alle 9,30 e finita alle 14. Il viticoltore in questione, in un gesto di generosità che solo i grandi signori del vino di Borgogna possono avere, quelli che amano la vigna, che lavorano sporcandosi le mani di terra, che sono veri e propri artigiani dell'uva, ci ha voluto fare questo regalo rendendoci ovviamente molto felici.

Immaginate la mia faccia quando ha tirato fuori dalla cantina una bottiglia scura, polverosa con solo un numero sopra: 1929. Non riuscivo a crederci; avevo davanti a me un pinot nero di 83 anni, imbottigliato, pensate un po', l'anno della grande crisi. Il vino si è ovviamente fatto attendere e non poteva essere diversamente ma dopo un po' di minuti nel bicchiere ha tirato fuori un sapore che ancora oggi, a distanza di due settimane, ricordo in maniera netta e precisa. Rosso intenso, sapori antichi di un vino prodotto secondo schemi ormai estinti. More, ribes, grafite e zero tannino. Dirompente come una mareggiata, elegante e musicale come una poesia di Emily Dickinson.

Il produttore in questione però ha aperto anche altre grandissime bottiglie che abbiamo potuto degustare in tutta calma, parlando di storia, politica francese, Pairigi ed ovviamente annate.

Cosa abbiamo bevuto di preciso, che valore avesse, quali altri produttori abbiamo visitato (vi farò ovviamente i nomi) lo saprete la prossima volta. Per oggi basta, ho detto pure troppo.

Lo saprete, promesso.

You're the colour, You're the movement and the spin. (Never) Could it stay with me the whole day long? Fail with consequence, lose with eloquence

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